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Dagli scafisti del mare agli scafisti dello sport: che figuraccia la maratona di Trieste

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Gli scafisti della politica navigano nelle acque sicure dove sanno che la pesca è buona. Verificano le paure della gente e poi, individuatane una la ripropongono in tutte le salse sperando di poter ottenere sempre il solito effetto: quel misto di rabbia e indignazione che li elegge uomini forti al comando di un Paese che rischia sempre di sbandare e che finirebbe certo male se non ci fossero loro.

Questo fanno gli scafisti della politica.

Così nella nostra politica attuale, quella che ha individuato il mare come portatore unico di qualsiasi rischio e qualsiasi sfiga, hanno pensato che per accarezzare la xenofobia (e più sotto il razzismo, strisciante e unto) qualcuno deve avere pensato che se funzionano gli scafisti del Mediterraneo allora funzioneranno anche gli scafisti nello sport, e, che ne so, gli scafisti del commercio all’ingrosso, gli scafisti del succo d’arancia, gli scafisti dei pantaloncini corti oppure gli scafisti del trasporto pubblico.

Nella loro banalità (e nella nostra) credono che basti infarcire con la parola qualsiasi tema, senza nemmeno prendersi la briga di analizzarlo con un po’ di serenità per ottenere sempre il medesimo successo. Poi, ovviamente, sbagliano, e dicono che era tutto solo una provocazione. Che poi la provocazione sia avvenuta sul colore della pelle sembra non interessare a nessuno, come se fosse un incidente di percorso che si può benissimo stare nel giocare ai piccoli Mussolini.

Così è successo a Trieste dove l’organizzazione dell’abituale maratona aveva pensato bene di vietare la partecipazione agli atleti africani per punire i presunti scafisti dell’atletica leggera che pagherebbero troppo poco i partecipanti non europei e per il loro bene.

Funziona così, il giochetto retorico è sempre lo stesso: negare un diritto e rivenderlo come una difesa è roba già vista e stravista. Solo che nessuno ci ha spiegato bene, tra gli organizzatori che si sono meritati un paio di giorni sulle prime pagine dei giornali, quale sarebbe esattamente il problema, dove starebbe lo sfruttamento degli atleti africani (che tra l’altro da anni vincono regolarmente le maratona in generale) e non ci hanno proposto nessuna soluzione.

Quando sono stati presi in castagna, loro e la loro stupida idea ci hanno detto che era una provocazione per sollevare il problema prima di ritornare sui propri passi. E capire sinceramente quale sia il problema diventa difficilissimo da immaginare visto che da quelle parti si è parlato più che altro del colore della pelle degli uni rispetto agli altri.

E tutto ha il sapore del dietrofront per averla sparata davvero un po’ grossa.

Poi è arrivato il sottosegretario della Lega Giorgetti a dirci che sì, l’idea era una pessima idea, ma dobbiamo stare attenti agli scafisti dello sport. E tutti a riprenderlo come se avesse detto qualcosa di intelligente. E fa niente che non voglia dire niente.

Perché di questo passo anche il nostro capo ufficio diventerà lo scafista della fotocopiatrice e ci sarà qualcuno che batterà le mani, ammaestrato.