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25 aprile: Pif si scaglia contro Salvini che non festeggia. “Non è diverso da chi minimizza la mafia”

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Pierfrancesco Diliberto, in arte "Pif"

In un articolo pubblicato il 25 aprile su Il Fatto Quotidiano, Pierfrancesco Diliberto (in arte “Pif”) si è rivolto direttamente al ministro dell’Interno Matteo Salvini, che oggi non prenderà parte ai festeggiamenti del 74esimo anniversario della liberazione dell’Italia dalla dittatura fascista e nazista. Il vice-premier ha preferito recarsi a Corleone per combattere la mafia, un problema, secondo lui, “più serio e più reale del fascismo”.

Con il suo inconfondibile stile leggero e privo di retorica, Pif punta il dito contro un ministro che, definendo la Festa della Liberazione come “un derby fra fascisti e nazisti” finisce per assomigliare a coloro che ridimensionano i danni fatti dalla mafia e, così facendo, ne giustificano l’esistenza.

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“Caro ministro Salvini”, comincia lo scrittore palermitano “ora le racconto una storia. La storia di alcuni uomini e alcune donne che anni fa presero una decisione: combattere per la libertà”.

“Sapevano che mettersi contro un’organizzazione ben strutturata, che aveva ormai preso possesso di ogni parte dello Stato, avrebbe complicato loro la vita e quella dei loro familiari. Ciononostante decisero di andare avanti. Sapevano anche quanto la possibilità di venire uccisi fosse alta. Ciononostante decisero di non indietreggiare. E se uno di loro veniva ucciso,la staffetta non si fermava”.

Politicamente la pensavano in maniera diversa, continua il regista di La mafia uccide solo d’estate, ma quello che li univa era il loro bisogno di libertà.

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Il riferimento, però, non è ai partigiani che combattevano contro il fascismo, ma proprio agli uomini e alle donne che con fermezza e senza compromessi si sono opposti alla mafia.

“Perchè questo non è- continua Pif – l’ennesimo retorico racconto sui partigiani di un radical chic con il cuore a sinistra e il portafogli a destra, che scrive dal terrazzo del suo attico e che non conosce i problemi reali del Paese”.

Anche perché, ironizza lo scrittore “purtroppo non possiedo un attico, anche se mi piacerebbe tanto averlo” (ma mai tanto quanto una villa Mondello!). “No, le scrivo da un banale primo piano con balconcino. E si sbaglia, anche, perché ciò che in realtà le ho appena raccontato è la storia della lotta alla mafia”.

Fra una battuta e l’altra, Pif lancia la sua stoccata al leader della Lega paragonando la sua tendenza a ridimensionare la dittatura fascista con quella di chi non riesce a dire “la mafia fa schifo” senza aggiungere “Ma la vera mafia è a Roma” (con la variante: “La mafia è nelle istituzioni”).

“È incredibile – prosegue Pif -la storia dei partigiani, di chi ha combattuto il fascismo, somiglia molto a quella di chi ha combattuto la mafia. Allora dire che la festa del 25 Aprile è un ‘derby tra fascisti e comunisti’ ricorda tanto ciò che si diceva negli anni Ottanta sul Maxiprocesso, e cioè che fosse un derby che riguardava la mafia e l’antimafia, un derby fra mafiosi e magistrati”.

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Inarrestabile, l’autore di “Che Dio perdona tutti” continua: “Non capire chi sono i veri patrioti di un Paese – o probabilmente fingere di non capirlo – è gravissimo, perché non si può progettare un futuro senza ricordare il passato.

“Tutte le riflessioni sono ben accette e spesso necessarie, ma soltanto se si parte dall’assunto di base, che è uno solo. Altrimenti la riflessione rischia di essere esclusivamente una collusione culturale”.

Pif conclude la sua lettera provocatoria con una riflessione sul senso della Resistenza. La Resistenza italiana, sostiene lo sceneggiatore, “non dovrebbe avere un colore politico, ma dovrebbe unirci tutti. Gli unici colori che possiamo attribuirle sono rosso, bianco e verde. Quelli del tricolore”.

“Ogni 25 aprile, ogni 23 maggio, ogni 19 luglio (e anche qui purtroppo le date da citare sarebbero tantissime!) ricordiamo i Patrioti morti per la libertà del nostro Paese, a prescindere dal colore politico, anzi, al di là del colore politico”.

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E arriva fare un pronostico per il vice-premier: “Probabilmente, una volta giunto a Corleone, troverà una parte del paese che sottovoce le dirà che la mafia è nelle istituzioni, che il vero nemico è lo Stato e che alla fine ‘la mafia ha fatto anche cose buone’. Una frase che dovrebbe ricordarle qualcosa… Poi incontrerà l’altra parte del paese che farà una coraggiosa e instancabile ‘RESISTENZA’ alla mafia, senza equivoci e senza esitazione, per difendere la democrazia e la libertà, faticosamente conquistate”.