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Quando il sottosegretario Armando Siri diceva “Per combattere la corruzione basta il buonsenso”

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È di oggi la notizia che il sottosegretario alle Infrastrutture e ai Trasporti, Armando Siri, è indagato dalla procura di Roma per corruzione nell’ambito di un’inchiesta aperta a Palermo.

Secondo le accuse il leghista avrebbe ricevuto una mazzetta di 30 mila euro per modificare una norma contenuta nel Def 2018 al fine di avvantaggiare le imprese che operano nelle energie rinnovabili.

A seguito del coinvolgimento in questa vicenda e in attesa che venga fatta maggiore chiarezza il ministro Danilo Toninelli ha intanto disposto il ritiro delle deleghe di sottosegretario a Siri, mentre anche il vicepremier Luigi Di Maio ha chiesto le sue dimissioni.

In una giornata così è quindi impossibile non ricordare le parole che l’esponente della Lega di Matteo Salvini pronunciò solo qualche tempo fa in merito al ruolo dell’Anac – l’Autorità anticorruzione presieduta da Raffaele Cantone – e del Codice degli appalti. “Siamo l’unico Paese che ha un ente ulteriore contro la corruzione, sembra che diamo per scontato che siamo tutti corrotti e dobbiamo curarci, io penso che sia il contrario: siamo tutti persone corrette fino a prova contraria”, è quanto sosteneva Siri in merito alla gestione degli appalti pubblici.

Secondo Siri per combattere la corruzione è necessario – e sufficiente – “il buonsenso”. “Smettiamola di prendere medicine per curare una malattia che ha bisogno invece di buonsenso e di meno burocrazia”, sosteneva il sottosegretario nel mese di febbraio 2019, tanto da definirsi intenzionato ad eliminare sia Autorità che Codice.

Il sottosegretario definiva i controlli “una malattia autoimmune”, un male tanto pericoloso quanto incurabile. “Per curare la malattia della corruzione – dichiarava il leghista oggi indagato – abbiamo scatenato degli anticorpi che non solo non riescono a curare la malattia, ma hanno distrutto l’organismo, quindi è stata una reazione eccessiva”. Siri si riferiva naturalmente a tutti quegli scandali sulle grandi opere – il Mose, l’Expo – che portarono alla definizione di nuove regole, più stringenti, in merito alla concessione degli appalti pubblici.

Tali regole quindi secondo Siri – nonostante i dati ufficiali raccontino completamente un’altra storia, e cioè che tra maggio e agosto 2018 gli appalti siano cresciuti del 23 per cento – non avrebbero fatto altro che rallentare e paralizzare un sistema già di per sé lento. Perché casomai sono le procedure e la burocrazia a provocare gli ingolfamenti.

Ma l’esponente del Carroccio ne era convinto: “Questo codice va cancellato e totalmente riscritto”, diceva sempre in merito alle regole sugli appalti pubblici.

A fargli eco anche il vicepremier Luigi Di Maio, che sosteneva invece che la legge spazzacorrotti avrebbe fatto scomparire le tangenti.

Lega e M5S, quindi, concordavano per mettere in campo interventi di deregulation in tal senso. E ora?