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Figli dei boss: “A 15 anni non pensi che puoi finire in carcere”, la storia di un ragazzo allontanato dalla famiglia mafiosa

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A Reggio Calabria, negli ultimi vent’anni, il Tribunale per i minorenni ha trattato più di 150 procedimenti per reati di criminalità organizzata consumati dai minori delle ‘ndrine.

Noi giudici calabresi che allontaniamo i figli dalle famiglie mafiose per stroncare la ‘ndrangheta

La ‘Ndrangheta è un’eredità criminale ed è difficile potersi sottrarre. Figli maschi e femmine, però, non hanno lo stesso destino. I ragazzi sono coinvolti nelle attività criminali. Le ragazze, invece, spesso sono oggetto di scambio: i fidanzamenti e i matrimoni sono imposti per suggellare sodalizi tra famiglie diverse.

Il quadro è tracciato dal giornalista palermitano Dario Cirrincione, autore del libro “Figli di boss – Vite in cerca di verità e riscatto” (Ed. San Paolo, 224 pp, 17 euro), che ha raccontato le storie dei figli di Mafia, Camorra, ‘Ndrangheta e Sacra corona unita.

Un libro di storia e di storie, fatto di interviste con i diretti protagonisti, approfondimenti storici e analisi dei contesti territoriali e familiari. La prefazione del volume è stata scritta dal dott. Gaetano Paci (Procuratore aggiunto di Reggio Calabria); la postfazione dalla prof.ssa Alessandra Dino (sociologa esperta di mafia che insegna in varie università italiane).

Il primo “figlio di ‘Ndrangheta” intervistato da Dario Cirrincione è stato Claudio: un diciottenne nato e cresciuto a Sinopoli (provincia di Reggio Calabria) che è stato arrestato e successivamente condannato per concorso nei reati di detenzione e porto d’arma clandestina.

Dopo aver trascorso un periodo in carcere, Claudio è stato trasferito in una struttura comunitaria di Messina con un provvedimento d’urgenza emesso dal Tribunale per i minorenni di Reggio Calabria. Di seguito pubblichiamo un estratto dell’intervista:

Dopo che sei stato arrestato i tuoi amici ti guardavano in modo diverso?

No. Però qui se un carabiniere passa e ti vede con un pregiudicato scriverà un rapporto in cui dirà che eri in compagnia di un pregiudicato, rischiando di fare di tutta l’erba un fascio. E quindi? Perché sono pregiudicato nessuno dovrebbe stare con me? Secondo me non è giusto.

Se volessi fermarmi a parlare con un’altra persona pregiudicata, o se volessi andare a prendere un caffè con questa persona, vorrei poterlo fare liberamente. Non è giusto che se qualcuno è pregiudicato non può frequentare altre persone.

Se io andassi a prendere un caffè con un compagno di scuola che è un pregiudicato le forze dell’ordine scriverebbero solo “avvistato tizio con caio, pregiudicato” senza sapere nulla del rapporto che ci lega.

Tu pensi che porterai per sempre addosso il marchio di pregiudicato?

Se non faccio del male a nessuno perché dovrei essere ancora considerato pregiudicato? Io non mi sento un criminale e non vengo da una famiglia criminale. Ho commesso un’ingenuità, è stato un atto di curiosità. A 15 anni non pensi che vai a finire in carcere per una cosa del genere. Non avevo mai visto un’arma e l’ho presa.

Se oggi tornassi indietro, lo rifaresti?

Sapendo che finirei in carcere no.

Quando è stato ufficializzato il trasferimento a Messina cosa hai pensato?

Eh, che dovevo lasciare la famiglia e la casa dove vivevo. Non sapevo niente di Messina, dove sarei arrivato, con chi avrei dormito… Ma c’era il provvedimento e sono dovuto andare.

Quando sei arrivato la prima cosa che hai pensato qual è stata?

Ma unni sugnu? (Dove sono, nda)

Mentre eri in comunità tornavi a casa?

Solitamente una-due volte al mese.

Quando tornavi a casa incontravi gli amici?

Sì certo. Volevano sapere come stavo e come trascorrevo le giornate. Erano tutti dispiaciuti: gli amici, i parenti e chi ti vuole bene non è contento di sapere che sei lontano e che non sei con loro.

Da grande cosa vuoi fare?

Ancora non lo so.

Quando eri piccolo cosa avresti voluto fare da grande?

Il calciatore. Ho giocato da centrocampista, ma adesso non gioco più.

Cosa avresti voluto trovare a Messina che non hai trovato?

Il lavoro. Avrei voluto che ci insegnassero un mestiere.

Il fatto che manchi il lavoro nelle regioni del Sud quanto aumenta il rischio che un giovane possa finire sulla cattiva strada?

Tanto. Perché se un giovane avesse un lavoro non penserebbe a fare cose storte. Penso che la mattina si alzerebbe per andare a lavorare e a fine mese avere il suo stipendio. Se un giovane avesse un lavoro le cose sarebbero diverse.

Come giudichi il progetto “LIberi di scegliere”?

C’è chi la prende bene e chi la prende male, ma è un’esperienza che fa crescere. Io mi sono ritrovato a 15-16 anni lontano da casa, dalla famiglia, dagli amici e sono cresciuto.

Cosa ti ha fatto crescere?

Là sei da solo, devi diventare più responsabile. Io, per esempio, ho imparato a fare le cose personali che a casa faceva mamma come lavare i vestiti o rifare il letto la mattina. Magari vicino hai anche persone che ti vogliono bene, però la famiglia è la famiglia. Più bene di tua madre e tuo padre non ti vuole nessuno.

So che stai pensando di lasciare la Calabria. Dove vorresti andare?

Dove trovo lavoro.

Che lavoro cerchi?

Un lavoro che mi permetta di gestirmi da solo, di non essere sfruttato. Per esempio quando ero a Messina ho lavorato, però mi pagavano poco. Ma qua è così…

In che senso? Spiegati meglio…

Ho lavorato 5 mesi e alla fine ho avuto molto meno di quanto era stato pattuito. Ci sono rimasto male perché io ho sempre lavorato con impegno e puntualità.

Qual è la cosa più importante che ti hanno insegnato i tuoi genitori?

Il rispetto e l’educazione verso tutti.

Che significa essere rispettosi?

Rispettare gli altri.

E se un giorno avrai un figlio cosa gli insegnerai?

Per prima cosa il rispetto e l’educazione.

Cos’è la ‘Ndrangheta?

La ‘Ndrangheta la conosco per sentito dire, nei giornali. Io non mi sento ‘ndranghetista e nemmeno la mia famiglia lo è.