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Colpo di Stato in Sudan: dall’inizio delle proteste alla caduta del presidente Bashir

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Credit: Stringer / Anadolu Agency

Dopo 30 anni al potere, l’11 aprile 2019 il presidente del Sudan Omar al-Bashir [qui il suo profilo] ha rassegnato le sue dimissioni ed è stato arrestato dall’esercito del paese africano.

Il capo di Stato ha rinunciato al potere dopo mesi di proteste, iniziata a dicembre del 2018 e intensificatesi nelle ultime settimane.

La situazione si è fatta più critica nella mattina dell’11 aprile, quando l’esercito ha occupato la sede della televisione di stato e circondato il palazzo presidenziale, costringendo il presidente a rassegnare le sue dimissioni.

Caduto il Governo di al-Bashir, il potere è passato però nelle mani di un Consiglio militare che ha deciso di governare il Sudan per i prossimi due anni, dando così vita a un Governo di transizione.

La notizia è stata data dal tenente generale e primo vicepresidente Ahmed Awad Ibn Auf, che ha anche annunciato la sospensione della Costituzione, lo scioglimento del governo nazionale, di quelli locali e del Parlamento. 

Inoltre è stato istituito in tutto il Sudan un coprifuoco di un mese ed è stata imposta la chiusura di porti e aeroporti per 24 ore, quindi per tutto l’11 aprile.

Le proteste

Le manifestazioni nel paese vanno avanti da dicembre 2018. Iniziate per chiedere la diminuzione del costo della vita, si sono intensificate fino a chiedere la destituzione del presidente.

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L’apice delle proteste è stato raggiunto nelle prime settimane di aprile, quando i manifestanti radunati attorno al ministero della Difesa e i militari hanno deciso di schierarsi dalla parte dei cittadini.

Il 9 aprile, in un comunicato, le forze dell’ordine hanno invocato “un accordo a sostegno di trasferimento pacifico di potere”.

Da dicembre, almeno 38 persone hanno perso la vita nelle proteste secondo i dati diffusi dal Governo, un bilancio che Human Rights Watch ritiene essere decisamente più alto.

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Simili proteste non sono una novità in Sudan, ma mai prima di oggi avevano raggiunto risultati tanto significativi. I cittadini infatti erano scesi in piazza anche nel 2013, nel 2016 e di nuovo nel 2018 ma le manifestazioni erano sempre state represse dall’esercito.

L’opposizione

Dopo il passo indietro del presidente, il potere è stato assunto dai militari che, come detto, hanno creato un Governo di transizione. Una storia che si ripete: al-Bashir infatti aveva assunto il potere del Sudan nel 1989 con un colpo di Stato ed è stato destituito con un golpe militare.

La creazione di un esecutivo guidato dall’esercito non soddisfa però l’opposizione scesa in piazza negli ultimi mesi.

L’Alleanza dei partiti dell’opposizione sudanese (Alleanza delle forze di consenso nazionale) ha definito un vero e proprio colpo di Stato l’imposizione di un Governo provvisorio e ha esortato i cittadini a continuare a manifestare.

“Non è la funzione dell’esercito a governare. Vogliamo un governo civile che stabilisca la fase successiva del paese”, ha dichiarato il portavoce della coalizione.

Il Sudan

La situazione economica del paese africano è disastrosa: l’inflazione è da tempo al 70 per cento e il prezzo dei generi di prima necessità negli ultimi mesi è triplicato.

A fine 2018 la Banca mondiale aveva dichiarato che la crescita del Prodotto interno lordo del paese si era quasi dimezzata tra il 2015 e il 2018, mentre il  Fondo monetario internazionale aveva stimato una crescita del 3,7 per cento per il 2018.

La situazione in Sudan è degenerata nel 2011, anno della secessione ufficiale del Sud Sudan da Khartoum, che ha sottratto al paese africano la maggior parte della produzione e delle esportazioni di petrolio, rendendo ancor più difficile il contesto delle finanze pubbliche del Sudan.

La situazione politica del paese africano non si presenta migliore di quella economica. La storia del Sudan è costellata da lotte interne per il potere fin dalla sua indipendenza, raggiunta solo nel 1955.

Da quel momento nel paese ci sono stati quattro diversi colpi di stato militari, una lunga guerra civile e una serie di conflitti etnico-religiosi non ancora sopiti e che hanno interessato principalmente le regioni del Darfur e del Kordofan.

Lo stesso al-Bashir prese il potere con un golpe nel 1989, quando sottrasse il Governo del paese all’allora primo ministro Sadiq al-Mahdi, eletto tre anni prima.

Il colpo di Stato inasprì le tensioni nel Sud Sudan, mentre il riconoscimento del nuovo regime da parte del Fronte Nazionale Islamico (NIF), ispirato dal religioso fondamentalista Hasan al-Turabi, portò alla reintroduzione della sharia nel paese.

Il Sud Sudan ottenne l’indipendenza da Karthum nel 2011, ma nel mentre sono scoppiati altri conflitti nel paese, come quello in Darfur e in Kordofan, e in relazione ai quali lo stesso Bashir è stato accusato di genocidio e altre gravi violazioni dei diritti umani.

La Corte penale internazionale (CPI) ha emesso ben due mandati di cattura per Bashir, accusandolo di genocidio, crimini contro l’umanità e crimini di guerra in Darfur, che hanno portato la comunità internazionale a imporre una serie di sanzioni e gli Stati Uniti a decretare un embargo generale contro il paese, revocato a ottobre 2017.