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“Sono stati i medici i primi a parlare di avvelenamento”: parla il legale di Imane Fadil

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Non è stata Imane Fadil, arrivata in ospedale, a parlare di avvelenamento. A svelare il retroscena è Paolo Sevesi, legale della testimone dei processi Ruby morta in circostanze misteriose lo scorso 1° aprile.

L’avvocato si è presentato “spontaneamente”, nel pomeriggio di oggi, martedì 19 marzo, ai magistrati che indagano sul decesso della giovane modella di origini marocchine.

Stando a quanto riferito dal difensore, “sono stati i medici i primi a ipotizzare l’avvelenamento, prima della stessa Imane” che, ha aggiunto, “non ha dato indicazioni su chi avrebbe potuto farle del male, è rimasta vaga”.

L’avvocato Sevesi ha poi raccontato come i familiari di Imane Fadil stanno vivendo questi drammatici momenti: “I fratelli”, ha spiegato, “sono spaventatissimi dal clamore mediatico, preoccupati per le ripercussioni sia professionali che personali che ne possono derivare”.

Il difensore ha poi spiegato che “i familiari discutono da giorni sulle possibili cause della morte: c’è chi pensa sia stata avvelenata e chi no”.

Intanto, secondo quanto riferito da fonti giudiziarie, l’ipotesi della morte naturale di Imane Fadil “ha pari dignità rispetto a quella dell’avvelenamento”.

In attesa dell’autopsia, la cui data deve ancora essere fissata, gli inquirenti sottolineano che Imane Fadil potrebbe essere morta per “una malattia rara che ancora nessuno è riuscito a capire”. In particolare fanno riferimento alla possibilità di “una malattia autoimmune che ha aggredito gli organi vitali”.

“Per individuarla”, spiegano fonti della Procura, “occorre un livello di approfondimenti notevole”. Il “sospetto di avvelenamento” resta “indiscutibile” ma l’ipotesi della malattia è ritenuta altrettanto credibile.

Quanto all’ipotesi della radioattività, al momento sembra non essere quella privilegiata dagli inquirenti. Fonti giudiziarie spiegano che la presenza del Nucleo Batteriologico e Radiologico dei Vigili del Fuoco, prevista per gli esami che verranno effettuati immediatamente prima dell’autopsia, sarebbe considerata “necessaria anche in presenza dell’uno per cento di possibilità che sia presente la radioattivita’”.

Ieri era emersa la presenza in dosi massicce di quattro metalli pesanti, tra cui il cadmio, nel sangue e nelle urine della teste chiave del processo Ruby. Quantità che, tuttavia, secondo il parere di diversi esperti riportato dai media, non sarebbero sufficienti a provocare una morte “atroce” come quello che è toccata a Imane Fadil.