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Cosa resta della Siria dopo otto anni di guerra

Immagine di copertina
Credit: Delil Suleiman / AFP

Un milione di feriti, 465mila morti, 12 milioni di profughi: questo il bilancio degli otto anni di guerra che ancora insanguinano la Siria, iniziata con l’arresto di 15 ragazzi che avevano disegnato su un muro una scritta contro il presidente Assad.

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Dopo otto anni più che alle strategie belliche o ad un cambio di regime, i grandi della Terra pensano alla ricostruzione e all’assetto politico da dare Siria nel prossimo futuro.

In questi stessi giorni i Governi europei e l’Onu sono seduti intorno allo stesso tavolo a Bruxelles per stanziare i nuovi finanziamenti per il paese, mentre i diversi attori che operano in Siria rafforzano le proprie posizioni in vista della fine del conflitto.

Chi controlla cosa

Ad otto anni dall’inizio della guerra la maggior parte del territorio e le principali città sono tornate nelle mani del presidente Bashar al Assad, sostenuto da Russia e Iran.

La regione a nord-est, nota comunemente come Rojava o provincia autonoma, è invece sotto il controllo delle Forze democratiche siriane, le milizie curdo-arabe appoggiate dalla coalizione internazionale contro l’Isis.

Lo Stato islamico, che fino a pochi mesi fa aveva ancora il 10 per cento del territorio siriano, adesso è asserragliato nei pochi chilometri quadrati del villaggio di Baghouz nel sud est del paese.

Da settimane le SDF hanno circondato la zona e si preparano alla sconfitta definitiva dei miliziani islamici.

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Ultimo attore della guerra in Siria è l’Esercito siriano libero, un gruppo di opposizione armato che combatte contro il governo di Assad e foraggiato dalla Turchia.

L’FSA è bloccato nella provincia di Idlib, nel nord ovest del paese, una zona limitrofa a quella di Afrin che è invece nella mani di Ankara.

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La mappa della Siria:

Credit: Al Jazeera

Il nodo di Idlib, Afrin e il Rojava

Sono tre i territori che il presidente siriano Assad e i suoi alleati non sono ancora riusciti a riconquistare: Idlib, Afrin e il Rojava.

Ma chi controlla le tre aree e quanto pesano nella risoluzione del conflitto?Andiamo con ordine.

Idlib – La provincia di Idlib, nel nord-ovest della Siria, vede al suo interno una massiccia presenza di miliziani appartenenti ai ribelli e ai jihadisti di Jabhat Fateh al-Sham: parliamo di gruppi che nei passati otto anni hanno cercato di rovesciare Assad e che godono del sostegno – più o meno esplicito – della Turchia.

Dal 15 settembre 2018 Mosca e Ankara hanno stabilito la creazione di una de-escalation zone di 15-20 chilometri intorno alla provincia: la parte interna è pattugliata dalle forze turche, quella interna dai militari russi.

Dopo mesi, Assad non è ancora riuscito a riprendere il controllo dell’area anche se da alcuni giorni sono ripresi i bombardamenti governativi contro la provincia.

Afrin – Spostandosi verso nord est si trova invece Afrin, regione attualmente occupata dalle forze turche, che hanno sottratto l’area al controllo dei curdi nel corso dell’operazione Ramoscello d’Ulivo del 21018.

Nell’area è stata attuata una vera e propria sostituzione etnica, con la popolazione curda allontanata volontariamente dai militari turchi.

Rojava – Nel nord est del paese mediorientale è sorta invece la Federazione Democratica della Siria del Nord, meglio nota come Rojava. Il presidente Assad reclama la sovranità sulla regione de facto autonoma, ma i suoi abitanti continuano a chiedere maggiore autonomia rispetto al governo centrale anche dopo la fine del conflitto.

Il Rojava è come detto una regione autonoma de facto, ma non riconosciuta dal governo centrale siriano né dalle potenze straniere. Nata nel 2012, al suo interno è andato costituendosi uno dei più importanti esperimenti sociali del Medio Oriente: nella regione il potere è gestito dal basso, nel rispetto della convivenza pacifica tra etnie diverse (arabi, curdi, azeri, turcomani ecc), dell’ambiente e soprattutto grande importanza è data al ruolo delle donne nella società.

I primi a prendere il controllo dell’area nel 2012 furono le milizie arabo-curde note come YPG, a cui si affiancarono poco dopo le YPJ, ossia il ramo femminile.

Il futuro della Siria

Il presidente Bashr al Assad e i suoi alleati Russia e Iran sono i vincitori militari e anche politici del conflitto che prosegue da otto anni. Con l’80 per cento del territorio siriano sotto il suo controllo e un’opposizione oramai inesistente, Assad difficilmente verrà deposto nel breve periodo.

Da mesi Russia, Turchia e Iran stanno lavorando ad una nuova Costituzione per la Siria: la commissione, formata da 150 membri, ha il compito di avviare il processo di pace così da arrivare a nuove elezioni nel 2019 e convincere i milioni di rifugiati a fare ritorno in Siria.

A far parte della commissione creata dal cosiddetto “gruppo di Astana” sono i sostenitori del governo, i membri dell’opposizione e un gruppo neutrale della società civile che dovrebbe bilanciare gli interessi delle altre parti politicamente schierate.

Nodo cruciale resta il recupero dei territori ancora “contesti” (Idlib, Afrin), così come la ricerca di un compromesso con le autorità del Rojava.

Uno dei pericoli maggiori è invece costituito dalla Turchia, che dall’inizio del conflitto minaccia i curdi e la provincia autonoma e che solo alcuni mesi fa ha condotto un’importante operazione nota come Ramoscello d’ulivo con cui ha preso il controllo di Afrin.

La minaccia di un attacco si è fatta ancora più forte dopo l’annuncio degli Stati Uniti del ritiro delle truppe dalla Siria. Decisione che è stata in parte rivista da Washington: sembra infatti che sul territorio resteranno circa 200 soldati Usa, anche se non è ancora chiaro dove saranno dispiegati.

Per tutta risposta, Ankara aveva proposto di creare una zona cuscinetto al confine con la Siria, anche se tale opzione non è ancora stata implementata.

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Dopo otto anni la fine del conflitto sembra avvicinarsi, ma ci vorrà ancora del tempo prima di giungere ad una fine definitiva delle operazioni belliche e ancora di più prima di un ritorno alla normalità.