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Reddito di cittadinanza: quali sono i lavori che si possono rifiutare senza perdere il sussidio?

Immagine di copertina

Il reddito di cittadinanza, la proposta simbolo del M5s che al momento si trova a Montecitorio per il nuovo esame del Dl 4/2019 e la sua approvazione definitiva, prevede un percorso per il suo beneficiario volto a trovare un impiego.

Quando si sottoscrive il modulo di domanda, infatti, si accetta di conseguenza il cosiddetto “Patto per il lavoro”, con il quale ci si impegna – assistiti da un navigator – a ricercare attivamente un lavoro e ad accettare le proposte del Centro per l’Impiego.

Queste ultime, secondo quanto previsto dallo stesso decreto, sono tre e devono essere congrue (quindi a tempo indeterminato, determinato o con contratto di apprendistato di almeno 3 mesi; a tempo pieno o con un orario pari all’80 per cento dell’ultimo contratto) e avere una retribuzione minima di 858 euro (che equivale al 10 per cento in più rispetto all’importo del RdC); il beneficiario può rifiutare le prime due, mentre al terzo no perderà il diritto al sussidio.

Ma quali sono quindi, nello specifico, i lavori che è possibile rifiutare senza vedersi negare il beneficio economico?

Reddito di cittadinanza lavoro | Quali offerte si può rifiutare?

Sono proprio “i requisiti” dell’offerta di lavoro previsti dalle modifiche introdotte con il passaggio del decretone in Senato a rendere le proposte “facilmente declinabili”. O meglio: i requisiti previsti rischiano di rendere irricevibili la maggior parte delle proposte, soprattutto se si tratta di un primo impiego come osservato dal Sole 24 Ore.

Rimangono infatti esclusi i lavori stagionali, part-time, da apprendisti o a chiamata, ma anche gli impieghi in agricoltura o nell’artigianato, nel commercio o nella ristorazione.

In audizione al Parlamento abbiamo già sottolineato le nostre perplessità su questa misura. Alle imprese viene chiesto di pagare di più i lavoratori, ma ci si scorda che, per effetto del cuneo fiscale e contributivo, il netto in busta paga è solo la punta dell’iceberg”, ha infatti affermato Pierangelo Albini, responsabile lavoro di Confindustria.

Albini ha anche parlato della retribuzione minima, constatando che “l’introduzione di un nuovo livello di retribuzione minima per considerare l’offerta di lavoro congrua crea un’ingiusta disparità tra disoccupati. Per non perdere il sussidio, i percettori di Naspi, saranno costretti ad accettare retribuzioni più basse di quelle che sono considerate congrue per i percettori del reddito di cittadinanza”.

D’altronde, come evidenziato sempre dalle elaborazioni del quotidiano economico-finanziario, attualmente sono diverse le offerte occupazionali al di sotto di questo livello retributivo, le quali perderebbero decisamente “appeal” rispetto al percepire il sussidio. Un esempio è il lavoro stagionale o a orario ridotto: gli stipendi, in questo caso, sono inferiori agli 858 euro.

Anche nel caso degli apprendistati, il tempo indeterminato ad esempio è solo uno dei requisiti soddisfatti per le offerte di lavoro che non basta a renderle congrue.

“Temiamo di avere difficoltà a reperire risorse in futuro. In particolare per i part-time, molto diffusi nel settore, soprattutto tra il personale femminile. Poi ci sono tutte le attività stagionali e i lavori a chiamata, che rispondono ai picchi produttivi”, ha spiegato Donatella Prampolini, vicepresidente di Confcommercio.

Tanti rischi anche per le imprese di pulizia e dei servizi integrati, settore dove si calcola un 70 per cento di contratti part-time su circa 500mila lavoratori; queste categorie potrebbero essere quindi spinte “a uscire, anziché entrare, nel mercato del lavoro”, come affermato da Lorenzo Mattioli, presidente dell’Anip.

“Questa soglia può disincentivare contratti che costituiscono canali di ingresso nel mercato di lavoro di persone in condizione di bassa occupabilità”, è stata l’osservazione del presidente di Confcommercio Giorgio Merletti.