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Ritratti di uno scettico estremo: perché si torna a parlare di Emil Cioran

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Emil Cioran

“Sai che non sono uno scrittore romeno e che non amo troppo scrivere libri. Preferisco parlare, al fine di preservare, in misura maggiore, il nulla delle verità. Di tutto quello che ho fatto sinora, amo solo ciò che è sparito senza lasciare traccia, vale a dire alcune tristezze notturne, alcune megalomanie e gelosie nei confronti di esseri invisibili. Soltanto nel disprezzo di Dio mi sono sentito bene e a casa mia”.

“Vorrei essere un uomo politico solo per poter verificare ogni giorno e concretamente il disgusto per gli uomini. La tua visione politica, un misto di Platone, Hegel e nichilisti russi, sembra incarnare il mio sogno segreto e mi fa provare brividi unici. Non pensi di avere contro di te tutti gli stupidi di questo mondo, i veri “sovrani”? Per renderti conto della nostra mediocrità, confronta il mondo moderno con una piazza di Atene o dell’antica Roma”.

Rimpiangendo le età nelle quali le verità ultime venivano proclamate in piazza e nei crocevia, così si apre il carteggio fra due grandi pensatori romeni del secolo scorso, ora pubblicato dai tipi di Mimesis con il titolo L’insonnia dello spirito (a cura di Antonio Di Gennaro, trad. it. di Ionuț Marius Chelariu).

Siamo nel 1936, da un lato c’è Petre Țuțea, intellettuale già avviato alla carriera politica, e dall’altra un giovanissimo Emil Cioran, perdigiorno in cerca di borse di studio con le quali poter sopravvivere. Țuțea viene descritto da Cioran come un uomo che si faceva il segno della croce mentre leggeva la Pravda, sebbene non conoscesse neanche una parola di russo.

Questo scambio epistolare permette di ricostruire la tragica parabola della vita Țuțea, e fornisce inoltre un nuovo importante documento per lo studio dell’autore de L’inconveniente di essere nati. Dapprima marxista con tendenze democratiche, poi fervente nazionalista, Țuțea durante la Seconda guerra mondiale sarà un punto di riferimento di vari Ministeri in Romania.

Egli, definito da molti il “Socrate romeno”, denunciava con forza la disuguaglianza sociale, considerata un’aporia cronica del capitalismo, prima di trasformarsi in un uomo delle istituzioni. Abbandonato Marx, Țuțea troverà soltanto nel cristianesimo un argine alle ingiustizie del mondo, infatti egli scriverà che soltanto dinanzi a Dio e non di fronte a una dottrina ogni uomo è davvero uguale e libero.

Con l’instaurazione della Repubblica Popolare Romena, Țuțea fu vittima dell’epurazione comunista. Arrestato il 12 aprile 1948, sconterà complessivamente tredici anni in campi di rieducazione. Tutti i suoi manoscritti saranno confiscati dalla Securitate, la polizia segreta romena, fino alla caduta di Nicolae Ceaușescu nel 1989.

In una commovente lettera del 1974, egli scriverà a Cioran: “Vorrei rivederti ancora una volta, prima di morire. In un deserto, non nell’Occidente dove vivi tu, perché puzza di putrefazione”. Pochi mesi prima di morire in piena solitudine, Țuțea implorerà Cioran, a più riprese, di acquistare il monolocale dove abitava, per il desiderio di non morire da inquilino.

Nonostante una vita trascorsa con il sogno di cambiare il mondo e di riformare il suo paese, egli terminerà i suoi giorni quasi con la stessa lucida disillusione del suo amico e corrispondente. Il divenire storico non è altro che un miscuglio fra un valzer e un mattatoio, una farsa di poco conto dove gli uomini credono di recitare un ruolo da protagonisti.

Tuttavia, se per Țuțea non svanirà mai la prospettiva di un paradiso celeste, Cioran rimpiangerà di non aver dato il colpo di grazia al Dio agonizzante.

“Petre Ţuţea. Il solo vero genio che io abbia mai incontrato. Mille motti di spirito dissolti per sempre; come dare un’idea della sua vivacità? E della sua follia? Un giorno che gli avevo detto: ‘Tu sei un misto di Don Chisciotte e di Dio’, al momento ne fu lusingato, ma l’indomani mattina venne a trovarmi molto presto, e la prima cosa che mi disse fu: ‘Questa storia di Don Chisciotte non mi va’” (Emil Cioran, Quaderni 1957-1972).

È da poco in libreria grazie a Voland anche un altro fondamentale documento del passato romeno di Emil Cioran, si tratta del Breviario dei vinti (a cura di Roberto Scagno, trad. it. di Cristina Fantechi), settanta frammenti inediti scritti dal 1941 al 1944, sebbene un primo abbozzo dell’opera fosse già stato concluso nel marzo del 1940.

Un linguaggio tellurico, delle vere e proprie esplosioni di parole che messe insieme prendono le fattezze di un processo fatto all’esistenza. Siamo lontani dal linguaggio ricercato e dalle vette sublimi del Sommario di decomposizione e delle altre opere scritte in francese, la sofferenza viene qui plasmata senza mediazione dal corpo alla scrittura; raramente si trova nel Novecento un autore che si è appellato così fortemente ai sensi, mostrando una sincerità demoniaca.

Le grida dell’autore fanno ancora eco fra le righe, la febbre della vita che trasuda dalle pagine fa tremare anche il lettore: “Come amiamo i libri che ci fecero piangere, le sonate che ci tolsero il respiro, i profumi che suggeriscono rinunce, le donne smarrite fra corpo e cuore – allo stesso modo va per i mari: ci innamoriamo di quelli fra le cui onde beccheggia l’annegamento”.

L’uomo è l’unico animale capace di soffrire anche per ciò che non è, il suo tormento è quello di volere, di possedere senza tregua. E poiché in realtà non c’è nulla che possa appagare i nostri animi, né c’è un Dio capace di riscattare le nostre infime esistenze, vaghiamo smarriti su questa terra.

Ignoriamo, scrive Cioran, che ciò che conta nella vita sono soltanto pochi istanti e che oltre questo non c’è che la noia del tempo: “Gli uomini non sanno essere inutili. Hanno cammini da seguire, punti da raggiungere, bisogni da soddisfare. Non sanno godere dell’incompiutezza, quando il ‘senso’ della vita non è che l’estasi di tale incompiutezza!”.

In questo testo, che lo stesso autore aveva condannato alla distruzione, e il cui titolo originale romeno rimanda a una sorta di guida per i sofferenti, non mancano riferimenti all’Italia. Gli italiani hanno costruito chiese ovunque per il timore di apparire superficiali, per il timore che la troppa luce potesse offuscare.

Senza il cristianesimo, afferma il pensatore romeno, i popoli meridionali sarebbero stati condannati alla felicità. Proprio dall’ingenua speranza degli uomini di costruire artificialmente la felicità in questo mondo, parte il rigoroso e approfondito lavoro di ricerca di Paolo Vanini nel suo testo Cioran e l’utopia (Mimesis, 2018).

Un lavoro che muovendosi dalla caverna di Platone, attraversando il Medioevo, arriva fino alla filosofia contemporanea, delineando i diversi tentativi falliti di innalzare le mura della “città ideale”. D’altronde, come avvisa Cioran tutte le teorie politiche che non esitano a considerare l’uomo un animale “ragionevole” rientrano inesorabilmente nella sfera dell’utopia, ovvero in un non-luogo.

Cos’è in fondo l’utopia se non un “grottesco in rosa”?. E se il lettore dovesse sentirsi smarrito fra queste numerose piccole perle, che vengono pubblicate grazie allo sforzo di un’editoria che punta alla qualità piuttosto che alla quantità, dal 21 marzo troverà in libreria il libro del filosofo tedesco Bernd Mattheus Cioran, ritratto di uno scettico estremo (trad. it. di Claudia Tatasciore, prefazione di Vincenzo Fiore, Lemma Press Edizioni).

Una biografia completa dedicata allo scettico dei Carpazi, che si propone di essere una precisa bussola per muoversi nell’universo cioraniano. In attesa del prossimo convegno internazionale dedicato ad Emil Cioran, che si terrà il 29 e 30 aprile presso l’Università degli Studi di Napoli L’Orientale (Palazzo Du Mesnil), a cui parteciperanno studiosi da tutto il mondo, fra cui Paulo Borges, Alina Diaconú e Ciprian Vălcan, sono ora disponibili gli atti del convegno tenutosi il 15 e il 16 novembre 2017 presso la sezione San Tommaso d’Aquino della Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale, con il titolo Dio e il nulla. La religiosità atea di Emil Cioran (all’interno numerosi interventi di studiosi italiani e stranieri, fra cui: H. C. Cicortaș, G. Ferraro, P. Giustiniani, A. Masullo, M. L. Pozzi, G. Rotiroti e J. P. Seytre).

“Infeudarsi, assoggettarsi, ecco l’occupazione principale di tutti. E proprio questo lo scettico rifiuta. Eppure sa che decidersi a servire equivale a salvarsi, perché significa aver fatto una scelta; e ogni scelta è una sfida al vago, alla maledizione, all’infinito. Gli uomini hanno bisogno di punti d’appoggio, vogliono la certezza a ogni costo, anche a spese della verità. Poiché essa è corroborante, e loro non possono farne a meno anche quando sanno che è menzognera, non ci sarà scrupolo capace di trattenerli dallo sforzo di procurarsela” (La caduta nel tempo).