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Terrorismo, torna la minaccia dell’antrace: il caso tunisino ora fa paura

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ANSA /DESHAKALYAN CHOWDHURY/ CD

Una popolazione non può abituarsi agli attacchi terroristici, ma potrebbe adeguare i propri standard di sicurezza alla loro mutevole natura. È questa l’esigenza primaria delle forze tunisine d’intelligence e di ordine pubblico davanti all’ennesimo caso di violenza perpetuata da “un gruppo terroristico, o da gruppi di estremisti religiosi”, come ha riferito Sofiane Zaag, portavoce del Ministero degli Interni tunisino, alla rivista online The National. 

A seminare il terrore, questa volta, non è stata l’esplosione di una bomba o una sparatoria sulla spiaggia, ma delle lettere “avvelenate” spedite, in questi giorni, a destinatari illustri: politici, giornalisti e altri personaggi pubblici conosciuti nel Paese. 

Finora si parla di 19 lettere, ma i servizi segreti tunisini temono che molte altre siano state messe in circolazione, pronte per essere aperte e infettare mortalmente la persona che materialmente le apra. Riguardo la natura della sostanza, si sospetta antrace, ma i campioni prelevati sono stati inviati a un laboratorio per ulteriori analisi.  

Si ricorderanno gli attentati statunitensi perpetuati, nelle le stesse modalità, all’indomani dell’11 settembre 2011 e che condussero alla diffusione di un’epidemia di antrace polmonare. Alcune di queste lettere furono recapitate nella segreteria del Senatore democratico Tom Daschle, negli uffici del governatore George Pataki e presso alcune sedi delle emittenti ABC e NBC. 

Certamente l’invio di lettere avvelenate rappresenta un unicum nella storia del terrorismo tunisino e probabilmente  – cosa ancor più preoccupante – l’inaugurazione di una nuova metodologia, non più spettacolare ma mirata e potenzialmente diffusa. 

La connessione tra i movimenti estremisti tunisini e l’impiego di agenti chimici a scopi offensivi non rappresenta, però, una novità se si torna al 3 agosto 2018, quando due persone furono arrestate nello stato nord africano per aver collaborato alla realizzazione di un attentato concertato con un altro cittadino tunisino – conosciuto come Sief Allah H – nella città tedesca di Colonia. 

Nell’appartamento di Sief fu ritrovata la sostanza ricina, che sarebbe stata impiegata nella realizzazione dell’attacco mai portato a termine grazie al tempestivo intervento delle forze dell’ordine e di intelligence tedesche e tunisine. 

Gli analisti si stanno interrogando sulla frequenza con la quale questa tipologia di attacchi si potrà verificare in futuro. 

Da un lato, le sconfitte dell’ISIS sul campo di battaglia e la conseguente diminuzione delle risorse da impiegare – umane e materiali – potrebbero condurre a un calo degli attentati messi in atto nelle metodologie usuali (attentati suicidi perpetuati tramite bombe, camion o armi bianche). 

Dall’altro, la preparazione dei congegni mortali necessita di un sofisticato Know How chimico e militare, di tecnici specializzati nel settore e di laboratori adeguati dove produrre le armi ed effettuare i test. Riempire una lettera di antrace potrebbe sembrare un’operazione facile, se non fosse che la prima persona a essere minacciata dal suo impiego sia proprio quella che costruisce materialmente l’ordigno. 

Grazie al carattere transnazionale della sua composizione, il jihadismo arriva a reclutare, da sempre, esperti nei settori tecnico-scientifici dei paesi occidentali “target” delle sue violenze. Le indagini sui casi statunitensi di antrace polmonare causata dalle lettere avvelenate si fermarono quando si scoprì che il materiale virulento impiegato nella realizzazione degli ordigni proveniva da laboratori di Fort Detrick (USA).

Il mese scorso la rivista Global Security ha pubblicato uno studio realizzato da alcuni ricercatori della “University of New South Wales” (Australia), i quali hanno simulato un attacco di vaiolo nelle Isole Fiji.  

Secondo gli studiosi, coadiuvati da un team di esperti internazionali, solamente al 13esimo giorno l’Organizzazione Mondiale della Sanità dichiarerebbe l’emergenza sanitaria pubblica di rilevanza internazionale e l’Interpol qualificherebbe la causa dell’epidemia come attacco bioterroristico. 

Le persone infette avranno raggiunto, a quel punto, il numero di 2mila e, nel migliore dei casi, solamente la metà dei soggetti entrati a contatto con i malati sarebbe stata identificata e isolata.  

L’epidemia si diffonderebbe rapidamente in tutto il mondo, necessitando, complessivamente, di 1 miliardo di dosi vaccinali e di 10 anni perché sia arrestata da un’azione congiunta dei sistemi sanitari nazionali implicati. 

La pandemia così generata comprometterebbe i sistemi infrastrutturali dei Paesi coinvolti (in particolare, del settore energetico, alimentare e delle comunicazioni), i quali riporterebbero gravi danni d’ immagine, perdendo la fiducia dei loro cittadini.

Il Governo tunisino ha invitato i cittadini a prendere efficaci misure di precauzione contro attacchi di questo genere. È difficile essere cauti quando si svolge un’attività ordinaria come aprire una lettera o scartare un pacco; allo stesso tempo, vivere nel terrore di un attacco comporterebbe la vittoria di questi violenti fondamentalismi, insinuati – a livelli eterogenei – tra le maglie delle società occidentali.