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L’assurda storia di Valeria: “Anpal non mi rinnova il contratto per il decreto Dignità, però loro pensano ad assumere navigator”

Valeria racconta a TPI la sua storia che nell'epoca della lotta alla disoccupazione e al precariato ha a dir poco del paradossale

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Foto di repertorio

“L’azienda mi ha lasciata a casa con un neonato di 15 giorni. Il 31 luglio 2018 scadeva il mio contratto a tempo determinato in Anpal, il 24 luglio mi hanno chiamato dall’ufficio risorse umane dicendomi che non mi avrebbero fatto il rinnovo. Ora procedono con un concorso per navigator con il quale assumeranno precari che si aggiungono a precari. Un’azienda che si occupa di combattere il precariato. Fate voi”.

Valeria, 35enne romana, non è stata riconfermata in Anpal (l’Agenzia nazionale per le politiche attive del lavoro) dopo anni di rinnovi contrattuali precari a causa del decreto Dignità da poco entrato in vigore.

Il decreto Dignità del governo Conte ambisce a raggiungere quattro obiettivi: quello principale è la lotta al precariato, cui si affiancano la lotta alla delocalizzazione delle imprese, il contrasto alla ludopatia e la semplificazione per imprese e contribuenti (qui cosa prevede nel dettaglio).

Valeria racconta a TPI la sua storia, che nell’epoca della lotta alla disoccupazione e al precariato ha a dir poco del paradossale.

Valeria, ci spiega dall’inizio?

A luglio 2018 ho terminato il mio contratto a tempo determinato in Anpal, avevo raggiunto il tetto massimo dei 24 mesi, prima avevo già collaborato con Anpal servizi (all’epoca Italia lavoro), per altri 24 mesi con contratto collaborazione a progetto, ante-Jobs act.

Poi cosa è accaduto?

Mentre scadeva il mio contratto veniva approvato il decreto Dignità di Di Maio, che impone un tetto massimo temporale ai contratti a tempo determinato proprio ai 24 mesi. L’azienda aveva una serie di contratti in scadenza per cui doveva trovare una qualche soluzione.

Se per altri la soluzione è stata trovata con una formula per “aggirare” il decreto, facendo dei contratti di sostituzione con lavoratori che in quello stesso periodo erano in congedo per maternità o per aspettativa, per me non è stato possibile poiché mi trovavo in congedo per maternità obbligatoria.

Ero un assente e non potevo sostituire un assente.

Quanto preavviso le hanno dato?

Questa è la prassi. Io avevo un contratto di 18 mesi, poi hanno fatto due proroghe di due mesi, il 31 luglio 2018 scadeva il contratto, il 24 luglio mi hanno chiamato dalle risorse umane comunicandomi che non avevano trovato soluzioni.

Mi hanno lasciato a casa con un neonato di appena 15 giorni.

Non immaginavo che un’azienda con questa mission si prendesse la responsabilità di lasciare a casa una lavoratrice in maternità obbligatoria, pensavo che l’esigibilità del mio diritto alla maternità non cozzasse con la continuità occupazionale. Evidentemente non è così.

Il suo contratto però era in scadenza, l’azienda non aveva obblighi nei suoi confronti.

Nel caso specifico, l’azienda si è trovata in una situazione in cui invece di sanare la mia posizione stabilizzandomi con un contratto a tempo indeterminato – che era nelle loro possibilità – ha preferito lasciarmi a casa.

Dove vede il paradosso?

Il paradosso è che è un’azienda che dovrebbe occuparsi della lotta alla precarietà e alla disoccupazione lascia a casa una neo-mamma, già formata, altamente qualificata per quel lavoro, e oggi, sempre quell’azienda, sta per dare il via a un nuovo concorso per prendere altri precari.

Il paradosso, aggiungo, sta nel fatto che Anpal Servizi ha una situazione di precarietà diffusa e il mio caso poteva diventare il grimaldello per l’inizio delle stabilizzazioni, invece non lo hanno voluto fare.

Forse perché stabilizzando me avrebbero aperto un varco alle stabilizzazioni per i precari da più di 20 anni in Anpal servizi.

Cosa pensa dell’operato Anpal?

Fa sorridere che si avvalga strutturalmente di personale precario e soprattutto che non trovi una soluzione di stabilità per chi fa da anni questo lavoro. Si iniziano progetti che poi rimangono appesi perché chi li porta avanti ha il contratto in scadenza.

Questo paradosso comporta una dispersione di energie e di competenze.

Competenze certe ma incerta posizione lavorativa.

Di fatto noi come lavoratori di Anpal chiediamo una stabilizzazione anche in quest’ottica. Ad oggi è ancor più paradossale perché Anpal si appresta a diventare la più grande partecipata con il più alto numero di precari.

Precari che formano precari che sosterranno disoccupati.

Il suo è l’unico caso?

Anche altre due colleghe non sono state rinnovate, anche loro non hanno avuto la proroga per questioni tecniche.

Sia lei che queste due ragazze potreste partecipare a un possibile concorso in Anpal?

Io non ci rientrerei, nel mio caso specifico perché sono disoccupata da più di sei mesi, e questo concorso spetta a chi era occupato durante l’entrata in vigore del decreto stesso (il decreto Dignità).

Lei crede che la sua maternità abbia aggravato la situazione?

È una responsabilità grossa quella che si prende l’azienda perché sta dicendo che non ha alcuna intenzione di iniziare un percorso di stabilizzazione. In una situazione di vulnerabilità come quella di una neo-mamma.

Ci vogliono madri ma ci rendono disoccupate. Questo io leggo.

È il sistema lavoro che ti dice che una donna-madre sia un problema.

Il sistema ti che se decidi di intraprendere una maternità incontri un percorso a ostacoli, non hai la possibilità di conservare un posto di lavoro, con la maternità sfuma l’autonomia economica e la possibilità di trovare un nuovo lavoro e non hai la possibilità di rientrare in un posto di lavoro precario.

Cosa pensa del fatto che anche le altre due colleghe che non hanno avuto il rinnovo siano donne?

Il fatto che anche le altre due colleghe siano donne, aggiunge la sensazione che di fatto nel mondo del lavoro attuale lo spazio di agibilità delle donne sia molto più ristretto di quello degli uomini.

C’è l’interlocutore che è in questo caso è il Mise che si prende una responsabilità del genere. Ci sono vari livelli di responsabilità, come le politiche ministeriali.

Ad esempio, dove l’azienda ha deciso di non prendere una posizione netta poteva farlo in ministero, e invece non è stato fatto.

 

Adesso Valeria si è iscritta nuovamente all’università per rimettersi in gioco e trovare un’altra strada.