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Chi è padre Paolo Dall’Oglio, il gesuita rapito in Siria di cui non si hanno notizie da 5 anni

Immagine di copertina
Credit: Afp

Padre Dall’Oglio, il religioso italiano scomparso in Siria nel 2013, sarebbe ancora vivo e la sua liberazione imminente. A rivelarlo sono fonti curde citate dal quotidiano libanese Al Akbar.

Secondo le fonti, i negoziati per la sua liberazione sarebbero in corso da giorni e si sarebbero intensificati con l’imminente fine dello Stato islamico.

Il quotidiano britannico The Times all’inizio di febbraio 2019 aveva riacceso le speranze che padre Paolo Dall’Oglio, rapito in Siria dal sedicente Stato islamico, fosse vivo. Secondo alti funzionari curdi 3 ostaggi dello Stato Islamico, John Cantlie, Dall’Oglio e una donna neozelandese, farebbero parte dei negoziati dei miliziani per sfuggire all’annientamento in una delle ultime sacche di territorio ancora rimaste sotto il loro controllo.

L’Isis starebbe quindi negoziando un accordo con le forze curdo-arabe sostenute dagli Stati Uniti, chiedendo un corridoio sicuro in cambio della liberazione di ostaggi che affermano di avere.

I tre furono sequestrati separatamente nei primi giorni dell’ascesa al potere del gruppo terroristico.

Chi è padre Paolo Dall’Oglio

Paolo Dall’Oglio fu rapito il 29 luglio 2013 nel nord della Siria, area controllata dai ribelli. Il religioso gesuita era impegnato in difficili trattative per la liberazione di un gruppo di ostaggi a Raqqa, quando si sono all’improvviso perse le sue tracce.

Dall’Oglio viveva in Siria dagli anni ’80, quando rifondò la comunità monastica cattolico-siriaca Mar Musa (Monastero di san Mosè l’Abissino). Il monastero si trova nel deserto a nord di Damasco.

Dall’Oglio è sempre stato impegnato nel dialogo interreligioso tra cattolici, ortodossi e islamici. Il governo siriano è sempre stato sospettoso nei confronti del gesuita, che proponeva una soluzione pacifica alle rivolte popolari che poi sarebbero degenerate nella non ancora conclusa guerra civile.

Il regime di Damasco arrivò a minacciarne l’espulsione durante le proteste della primavera del 2011. L’espulsione fu effettivamente eseguita il 12 giugno 2012, e Dall’Oglio si trasferì nel Kurdistan iracheno.

Rientrò in Siria nel 2013, poco prima di essere rapito.

Cosa si sa del rapimento

Non si sono mai avute notizie certe di quanto successe quel 29 luglio 2013. Ad agosto 2013 un sito arabo diffuse la notizia della sua uccisione ma l’allora ministra degli Esteri Emma Bonino non fu in grado di verificarne l’attendibilità.

Una parziale volta si ebbe nell’estate del 2018, quando uno degli amici che ospitò e accompagnò Dall’Oglio nei giorni che precedettero il rapimento, ha indicato il nome di un emiro dell’Isis, ancora residente in Siria, come possibile rapitore del gesuita.

L’uomo ha raccontato la sua esperienza al quotidiano siriano Raqqa Post e poi nel documentario Abuna di Amedeo Ricucci del Tg1.

Le immagini del reportage di Ricucci riprendono una Raqqa martoriata dai bombardamenti. Ma non solo: si vedono le fosse comuni in cui sono stati gettati centinaia e centinaia di corpi senza vita. Tra questi, anche le vittime dell’Isis.

Iyar Dhes il 29 luglio del 2013 accompagnò padre Dall’Oglio fino all’ultimo minuto. Nell’articolo del Raqqa Post non manca di sottolineare l’amore del gesuita per i siriani, le battaglie per la loro libertà.

Dopo oltre quattro anni dal rapimento, Iyas ha scritto: “Padre Paolo si recò nella città di Raqqa dopo la sua liberazione nel 2013 e durante la sua visita ebbe modo di incontrare molti attivisti e cittadini comuni con cui sedeva nelle strade e nei bar, parlando, ascoltando”.

L’obiettivo del gesuita era quello di puntare l’attenzione sulla sorte dei siriana nel tempo dell’occupazione dell’Isis.

Iyas Dhes e la sua famiglia ospitarono padre Paolo fino al momento del sequestro. Ancora sul Raqqa Post racconta: “Il 28 luglio 2013 padre Paolo si è recato nella sede centrale dell’Isis presso il palazzo del governatorato chiedendo di potere incontrare un responsabile o un emiro”.

“Vi è stata una discussione all’ingresso con le guardie, una di loro gli ha detto di tornare la sera, avrebbe potuto incontrare l’emiro. La sera è quindi tornato per sentirsi dire di ripassare nuovamente il giorno dopo alle 13. Nonostante le nostre raccomandazioni e la nostra insistenza a non recarvisi, andò all’incontro perché voleva aiutare la gente e credeva profondamente in ciò che faceva”, scrive ancora Iyas.

“Il 29 luglio 2013, il giorno del suo rapimento, stava a casa nostra, e raccomandò a mio padre di divulgare la notizia nel caso non fosse tornato entro tre giorni. Gli augurammo che non gli accadesse nulla, di rivederci presto. Non dimenticherò mai il suo sguardo mentre ci salutava, sentivo che aveva paura, ma non sapevo che sarebbe stata l’ultima volta che lo avrei visto. Quel giorno si preparava un pranzo in casa, di quelli che si preparano in onore di un membro della famiglia. Era in suo onore”, si legga ancora sul Raqqa Post.

E il racconto continua fino al momento in cui del religioso si perse ogni traccia: “Camminava da solo, senza dire una parola, poi si è fermato davanti alla porta e lì io e mio padre l’abbiamo salutato. Quindi è salito in macchina con il dottor Muhammad al-Haj Salih che l’ha accompagnato e, prima di arrivare, padre Paolo ha insistito per scendere; temeva che l’Isis facesse del male a chi era con luiPadre Paolo si è diretto verso la sede dell’Isis e da qual momento non abbiamo più saputo nulla di lui”.

Poi Iyas e il padre sono andati a cercare padre Paolo proprio alla sede dell’Isis, ma di lui nessuno sapeva nulla: “Abbiamo chiesto di incontrare l’emiro dell’organizzazione. Ci hanno condotto nel sotterraneo dove ci siamo seduti in un corridoio ad aspettare. Dopo cinque minuti è arrivata una persona, credo fosse l’emiro del fronte orientale, portava una cintura esplosiva accompagnato da persone armate che puntavano le loro armi contro di noi. Abbiamo chiesto all’emiro: “È venuto da voi una persona di nome Paolo che poi è scomparso?”. L’emiro ci ha risposto di non averlo visto e di non sapere niente di lui”.

I due a quel punto non hanno aspettato i tre giorni e hanno denunciato subito il rapimento di padre Paolo: “La sparizione di questo uomo nobile era ed è tuttora una grave perdita per la rivoluzione e per tutto il popolo siriano, un uomo che cercava di seminare l’amore fra le persone affinché si aiutino gli uni con gli altri”.

Di Paolo Dall’Oglio non si sa più nulla da quel 29 luglio 2013.