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“Ci stiamo trasformando in una società di automi. È l’impossibilità totale della relazione a renderci unici”: intervista ad Aldo Masullo

Colloquio con il filosofo autore di "L’arcisenso. Dialettica della solitudine"

Immagine di copertina
Il filosofo Aldo Masullo

La portavi cucita sul petto

– medaglia al tuo valore

risorsa estrema per avere almeno

un poco di rispetto –

l’orgogliosa pagella di scolaro

tu, solitario ragazzino perso

nell’immensa incertezza del migrare

corpicino in balia d’infide forze.

Non t’è servita

a salvarti la vita

ma t’è rimasta stretta sopra il cuore

fedele come il cane di famiglia

a custodir del tuo abbandono l’onta

e finalmente sbatterne l’orrore

in faccia all’impunita indifferenza

della presente umanità d’automi.

Aldo Masullo, Pagella di scolaro in fondo al mare (pubblicata su La Repubblica).

La sua commovente poesia dedicata a una delle tante piccole vittime del Mediterraneo, un quattordicenne annegato con la pagella cucita in petto, è diventata virale. A scriverla, uno dei più grandi filosofi italiani viventi: Aldo Masullo, oggi intervistato da Vincenzo Fiore in esclusiva per TPI.

Ci siamo trasformati effettivamente in una società di automi?

Non ancora, ma questa è la tendenza. Una pagella cucita in petto, un gesto disperato per dimostrare di meritare di essere salvato.

Cosa c’insegna la drammatica vicenda di questa giovane vittima dell’indifferenza umana?

Ci sono nel mondo vaste moltitudini, che guardano alla vita europea con lo strenuo desiderio di condividerla. Esse intuiscono che la cultura ne è la forza e la scuola è la via per accedervi. Essere stati bravi scolari appare perciò come l’unico possibile titolo di dignità!

L’Occidente sta facendo abbastanza?

No. Esso è a tutt’altre faccende affaccendato.

La cultura è ancora un mezzo di emancipazione condiviso?

Sì, forse il solo. Troppe forze però si oppongono.

Negli ultimi vent’anni si sono susseguite numerose riforme scolastiche, come giudica l’attuale situazione della scuola?

Istituzionalmente la scuola italiana è ancora il poderoso, monumentale edificio, eretto un secolo fa (1923, Riforma Gentile), che il tempo ha eroso dall’interno e che una serie di riformatori inadeguati ha reso irriconoscibile.

Le recenti scimmiottature aziendalistiche (sintomatico è che il nome di preside sia stato sostituito con quello di dirigente scolastico!), i lunghi decenni senza selezione dei vari colpi al prestigio sociale degli insegnanti, l’assenza di uno sguardo lungo sulle linee di sviluppo della scuola in accordo con le profonde trasformazioni sociali in corso riducono l’istituzione ad una macchina inceppata.

Tuttavia è ammirevole come la gran parte degli insegnanti, nonostante tutti questi fattori negativi, riesca a mantenere vivo l’interesse e in certi casi perfino l’entusiasmo delle ultime certo non facili generazioni.

Nel suo testo L’arcisenso. Dialettica della solitudine (Quodlibet, 2018) lei parla dell’impossibilità della relazione di attuarsi pienamente. Questo, in fondo, significa che siamo destinati a sentirci sempre intimamente soli?

Il sentire, il mio vissuto è costitutivamente incomunicabile, perciò io lo dico incomunicativo, non fatto per essere comunicato. Ma ciò che dà senso all’umano vivere, è la cultura, l’operare insieme dei viventi, il comunicare tra loro con le opere, a cominciare dalle lingue. Così le nostre solitudini si fanno compagne.

Da questa impossibilità totale della relazione però lei trae qualcosa di positivo. Può dirci di più?

In un celebre testo teatrale di Sartre, l’uomo dice alla sua donna: “vorrei proprio che fossimo uno”; e la donna risponde: “se fossimo uno, come potremmo amarci?”. L’insuperabile solitudine fa di ognuno un individuo. Così ci sono tante teste, tante idee, tante passioni, tante volontà, tutte diverse. È il gioco del mondo e la condizione della libertà. Altrimenti saremmo un tutto unico. Questo è il sogno di tutti i dittatori.