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“Lo Stato non è capace di proteggere i propri figli”, dopo il suicidio di Greco parla Ignazio Cutrò, testimone di giustizia cui è stata tolta la scorta

Cutrò è il presidente dell'Associazione nazionale testimoni di giustizia. Pochi giorni fa gli è stata comunicata la revoca della sua scorta: "Mi hanno lasciato in mutande in mezzo a una strada, credo che faccio già un po' di puzza di cadavere"

Immagine di copertina
L'imprenditore testimone di giustizia Ignazio Cutrò. Credit: ANSA/MOURAD BALTI TOUATI

“La morte di Rocco Greco getta un’ombra su come le nostre Istituzioni intendono sostenere gli imprenditori che resistono alle mafie”. È molto netto Ignazio Cutrò, imprenditore di Bivona, nell’agrigentino, diventato testimone di giustizia dopo essersi ribellato a Cosa Nostra e aver denunciato i suoi estorsori.

Cutrò, al quale da pochi giorni è stata annunciata la revoca della scorta, è molto preoccupato anche per la sua situazione personale: “Questo è quello che succede in Italia. E se questa è l’Italia del cambiamento credo che non ci siamo”, dice a proposito della decisione di interrompere la protezione, nonostante alcune intercettazioni sembrino indicare che lui sia ancora a rischio.

Ma il suo pensiero oggi è rivolto a Rocco Greco, l’imprenditore antiracket che si è tolto la vita a Gela il 27 febbraio dopo che la sua azienda era stata privata di importanti appalti per una decisione del ministero dell’Interno.

L’azienda di Greco, la “Cosiam srl” era stata infatti esclusa dalla white list del ministero per i lavori di ricostruzione dopo il terremoto nel Centro Italia. Una decisione dovuta alle precedenti accuse che i boss gli avevano rivolto, sostenendo che fosse loro socio: affermazioni poi smentite nei processi in cui Greco è stato assolto.

“Non conoscevo Rocco Greco, l’avevo sentito parlare ma non avevo mai avuto occasione di incontrarlo”, dice a TPI Ignazio Cutrò, che oggi è presidente dell’Associazione nazionale testimoni di giustizia.

“Lo Stato non è capace di proteggere i propri figli”, è il commento di Cutrò, che parla di un vero e proprio “voltafaccia” delle istituzioni, a cui l’imprenditore non ha retto.

“Rocco Greco ha avuto il coraggio civile di interrompere, in un territorio come quello di Gela devastato dalla violenza e prepotenza della Stidda e di Cosa Nostra, l’odiosa catena del pagamento del pizzo”, ricorda. “Il suo coraggio e la sua dignità di padre e di imprenditore ha dovuto prima subire l’onta delle accuse, poi dimostratesi false, dei suoi carnefici per poi vedersi negare dallo Stato quel doveroso sostegno che si deve a coloro che denunciano le mafie. Ma noi sappiamo che nel momento in cui vengono denunciati i mafiosi tenteranno di buttarti fango addosso. Non cadiamo in questi giochetti”.

“Secondo me Greco alla fine ha pensato che la sua stessa vita fosse di ostacolo al futuro dei figli, invece non è così”, dice Cutrò a TPI. “Rimanendo a combattere poteva proteggerli, come sto cercando di fare io. Ma qui subentra la fragilità umana e l’incapacità delle Istituzioni a sostenere pienamente gli imprenditori e commercianti. Si muore perché le mafie vogliono rubarti la speranza ma si muore anche perché ci si sente schiacciati da uno Stato incapace di comprendere e sostenere fino in fondo la tua scelta di ribellione alle mafie”.

Ignazio Cutrò: tolta la scorta al testimone di giustizia di Bivona

Dopo aver denunciato i suoi estorsori nel 2006, Ignazio Cutrò è diventato testimone di giustizia, ma piuttosto che recarsi in una località protetta ha deciso di restare a vivere a Bivona (in provincia di Agrigento) per non darla vinta ai mafiosi che lo minacciavano.

Oggi è preoccupato per la situazione personale che si trova a vivere, dopo la decisione del ministero dell’Interno di revocare la sua scorta.

“Mi hanno detto che nell’ultimo anno non ho subito attentati e che quindi, secondo le loro valutazioni, non rischio più la vita”, racconta Cutrò a TPI. Ma dalle intercettazioni telefoniche dell’operazione antimafia “Montagna”, scattata a Palermo il 22 gennaio 2018, con 56 arresti, sembra delinearsi un altro quadro.

“Proprio quei presunti mafiosi nelle intercettazioni dicono l’esatto contrario: che i mafiosi aspettano che lo Stato si stanchi di me per ammazzarmi. Quelle conversazioni telefoniche non sono state valutate, anche se io le ho segnalate”, dice Cutrò.

Ieri l’imprenditore ha partecipato alla presentazione del libro di Emanuele Cavallaro che racconta la sua storia, “In culo alla Mafia”, ad Agrigento, alla presenza del procuratore aggiunto Salvatore Vella, che si è detto stupito della decisione di revocare la scorta a Cutrò.

“C’è stata anche un’interrogazione parlamentare dell’on. Piera Aiello, durante la quale il prefetto competente ha comunicato di non essere a conoscenza di quelle intercettazioni, che sarebbero frutto delle invenzioni dei giornalisti”, prosegue Cutrò. “Mi spiega allora come mai, all’inizio del processo, io sono stato ammesso come parte civile offesa, proprio in virtù di quelle intercettazioni?”.

Perché allora la decisione di revocare la scorta? “Secondo me è stato soprattutto un atto politico: hanno dato fastidio le mie lotte per l’approvazione delle leggi sui testimoni di giustizia, per cui mi sono speso. Ma di questo io ne sono fiero, non si scherza con la vita delle persone”.

La questione della revoca della scorta a Cutrò va contestualizzata. Il 9 aprile 2018 l’imprenditore ha rifiutato di usufruirne in un atto di protesta, dopo che la protezione era stata tolta ai suoi familiari e l’automobile a cui lui aveva diritto, quella blindata, era stata sostituita con una non protetta.

“Come padre di famiglia mi sono sentito responsabile verso i miei figli e mia moglie. Loro giravano per le strade di Bivona senza tutele e io con due carabinieri. Allora ho preferito offrire il mio petto ai mafiosi. Se devono fare del male almeno lo fanno a me”, racconta Cutrò.

Il servizio di protezione nei suoi confronti, nei mesi successivi, era stato garantito, ma lui non ne usufruiva. Fino allo scorso 20 febbraio 2019, quando è stato convocato dai carabinieri di Bivona e informato che la misura di protezione nei suoi confronti è stata revocata e che le telecamere che sorvegliano l’area della sua abitazione saranno rimosse.

“Mi hanno lasciato in mutande in mezzo a una strada, in balìa del mio destino. La mattina quando esco di casa mi faccio il segno della croce, e quando torno ringrazio Dio di essere tornato e avere la possibilità di riabbracciare i miei cari. Questo è quello che succede in Italia, e se questa è l’Italia del cambiamento credo che non ci siamo. Si dice di denunciare perché lo Stato è vicino, poi invece se alzi la voce ti tolgono la scorta, nonostante le intercettazioni abbastanza pesanti”.

“Mi hanno anche detto che avrei dovuto pagare io la corrente delle telecamere e sostenere l’eventuale manutenzione”, racconta Cutrò allibito. “È assurdo: quando ho sostenuto le istituzioni nelle aule giudiziarie ho perso tutto. Non ho guardato ai soldi. Ho perso un’azienda. E ora mi chiedono di pagare quelle spese, ma io per quella lotta ho perso tutto”.

Ma com’è possibile che il Movimento Cinque Stelle, che ha fatto del sostegno ai testimoni di giustizia una lotta, culminata nell’elezione di Piera Aiello alla Camera dei deputati, oggi lascia che Cutrò sia lasciato senza protezione?

“Mentre erano all’opposizione hanno difeso le nostre istanze e quando hanno tolto la scorta alla mia famiglia alcuni parlamentari hanno preso una posizione ferma. Dovevano esserci una serie di interrogazioni parlamentari, ma poi c’è stata solo quella di Piera Aiello”, dice Cutrò.

“Penso che se una persona è in pericolo è in pericolo. Così invece hanno dato un messaggio devastante in questo territorio. Io andrò avanti, sto lottando per liberare la nostra terra. Però qualcuno si deve assumere questa responsabilità. Perché già ero un morto che camminava, ma credo che faccio anche un po’ di puzza di cadavere”.