Me

Egitto, 15 ragazzi impiccati in due mesi. Ma per Al Sisi è “la cultura egiziana”

Immagine di copertina

L’Egitto non accetta lezioni sui diritti umani. L’Egitto non accetta lezioni su nulla.

“La pena di morte è radicata nella cultura egiziana”, dice il presidente Al-Sisi. Noi abbiamo i nostri valori, gli egiziani hanno i loro e noi dobbiamo rispettarli.

Non sono parole a caso, ma affermazioni del presidente egiziano Al-Sisi emerse a conclusione del summit Ue-Lega araba che si è tenuto a Sharm el-Sheikh lo scorso 25 febbraio. Nello stesso giorno Al-Sisi incontrava il premier italiano Giuseppe Conte. Nulla di nuovo sul fronte Regeni.

Se la pena di morte è radicata nella loro cultura come dichiara Al-Sisi, dobbiamo cominciare a credere che torture e sparizioni forzate lo siano in egual misura, che siano dunque ammesse e praticate. Le stesse che ha subito il nostro Giulio Regeni, per il quale ormai le promesse e gli impegni del presidente suonano solo come parole fasulle.

Ma se queste sono le premesse, tocca non soprendersi più di quanto accade nel Paese con il quale i rapporti economici vanno a gonfie vele.

Purtroppo non c’è presidente Fico che tenga: l’unico valore che condividiamo con l’Egitto è quello della moneta, e per quello abbiamo da tempo abdicato alla verità per un omicidio efferato, truce e senza giustizia.

Leggi anche: Fico a TPI nel 3° anno senza Regeni: “La verità vale più di ogni altro interesse; Al Sisi mi ha mentito, ora basta bugie”

L’Egitto di Al-Sisi è e resterà quello in cui un cittadino viene arrestato solo per aver manifestato il proprio dissenso in piazza, o per aver chiesto le dimissioni del presidente.

L’Egitto di Al-Sisi è e resterà quello in cui un giovane Mahmoud Abu Zeid (alias Shawkan) avrebbe dovuto essere rilasciato il 16 febbraio, dopo cinque anni e mezzo di carcere senza alcuna accusa, ed è ancora in una stazione di polizia.

L’Egitto di Al-Sisi è e resterà quello in cui dall’inizio dell’anno già 15 giovanissimi ragazzi sono stati impiccati.

L’egitto di Al-Sisi è e resterà quello di Islam Khalil, il giovane 29enne che avrebbe dovuto lasciare il carcere il 14 febbraio – dopo quasi un anno di prigione senza giusto processo – sparisce nel nulla, di nuovo, da una stazione di polizia del Cairo.