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Eluana Englaro: la storia, le sentenze e la battaglia del padre Beppino

A dieci anni dalla morte di Eluana Englaro ripercorriamo la vicenda umana e giudiziaria che ha spaccato l'Italia sul tema del fine vita

Immagine di copertina
Eluana Englaro

Eluana Englaro | Il 9 febbraio 2009 Eluana Englaro moriva dopo 17 anni passati in stato vegetativo permanente.

La sua storia, simbolo della lotta all’accanimento terapeutico, fu tra le più dolorose e dibattute del nostro paese, e coinvolse sia la politica sia l’opinione pubblica, entrambe divise sulla tematica del fine vita.

Per affermare il diritto al rifiuto delle cure e, in particolare, quello a interrompere l’alimentazione artificiale che teneva in vita Eluana, la sua famiglia portò avanti una battaglia giudiziaria durata undici anni.

Il padre Beppino Englaro, suo tutore legale, si spese in prima persona affinché venisse garantito alla figlia il diritto a un’esistenza “dignitosa”.

La lunga vicenda giudiziaria si concluse dopo quindici provvedimenti della magistratura italiana e uno della Corte Europea.

Più di otto anni dopo la morte di Eluana Englaro, a dicembre del 2017 è stata approvata dal parlamento italiano una legge sul consenso informato, il fine vita e le disposizioni anticipate di trattamento (qui cosa prevede la legge).

Di seguito, abbiamo riepilogato la storia personale di Eluana Englaro e il caso giudiziario legato alla sua vicenda, che ha contribuito a cambiare la percezione dell’opinione pubblica e la giurisprudenza sul fine vita in Italia.

Eluana Englaro storia

Eluana Englaro nacque a Lecco, in Lombardia, il 25 novembre 1970. Frequentava l’università a Milano ed era iscritta alla facoltà di Lingue.

Il 18 gennaio 1992 ebbe un incidente stradale che le provocò gravissimi danni al cervello e una frattura alla colonna vertebrale, che le causò un’immediata paresi di tutti gli arti.

La ragazza perse il controllo della sua macchina a causa del fondo stradale ghiacciato mentre ritornava da una festa a Pescate, un paese vicino Lecco. L’auto finì contro un palo della luce e un albero. All’arrivo dell’ambulanza Eluana era già in coma.

I medici riuscirono a mantenerla in vita ma a causa dei danni molto estesi alla corteccia cerebrale e della degenerazione dei tessuti, Eluana venne dichiarata in stato vegetativo permanente. Respirava in maniera del tutto autonoma, ma veniva nutrita con un sondino nasogastrico.

Eluana venne dichiarata interdetta per assoluta incapacità con sentenza del Tribunale di Lecco il 19 dicembre 1996. Il padre, Beppino Englaro, fu nominato suo tutore.

Eluana Englaro sentenze

La battaglia legale di Beppino Englaro per poter sospendere l’alimentazione artificiale alla figlia Eluana, e assicurarle così una morte che riteneva dignitosa, iniziò nel 1999.

Il padre di Eluana considerava l’alimentazione artificiale un accanimento terapeutico in contrasto con l’articolo 32 della Costituzione, che sancisce che “Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana”.

A marzo 1999 il tribunale di Lecco respinse questa richiesta perché ritenuta in contrasto con l’art. 2 della Costituzione, alla luce del principio di indisponibilità del diritto alla vita.

Pochi mesi dopo, anche la Corte d’Appello di Milano respinse la richiesta, a causa del “dibattito ancora aperto in ambito medico e giuridico in ordine alla qualificazione del trattamento somministrato (idratazione e nutrizione artificiale) a Eluana Englaro”. In sostanza, non era ancora possibile definire questo trattamento un “accanimento terapeutico” al di là di ogni dubbio.

Nel 2002 Englaro presentò al tribunale di Lecco una nuova richiesta, che venne ancora una volta respinta. In appello, i giudici chiesero al legislatore di intervenire per regolare questa delicata materia al fine di “evitare strumentalizzazioni e sofferenze”.

Il caso arrivò in Cassazione, ma il ricorso fu respinto per un vizio di forma.

Nel 2007 il caso giunse di nuovo dinanzi la Cassazione.

Stavolta la Corte sancì che il giudice può, su istanza del tutore, autorizzare l’interruzione dell’alimentazione artificiale soltanto in presenza di queste due circostanze:

a) la condizione di stato vegetativo del paziente sia apprezzata clinicamente come irreversibile, senza alcuna sia pur minima possibilità, secondo standard scientifici internazionalmente riconosciuti, di recupero della coscienza e delle capacità di percezione;

b) sia univocamente accertato, sulla base di elementi tratti dal vissuto del paziente, dalla sua personalità e dai convincimenti etici, religiosi, culturali e filosofici che ne orientavano i comportamenti e le decisioni, che questi, se cosciente, non avrebbe prestato il suo consenso alla continuazione del trattamento (Cass., sent. n. 21748 del 16 ottobre 2007).

Il secondo punto si rivelò particolarmente importante. Al contrario di quanto accaduto, ad esempio, nel caso Welby, Eluana Englaro non aveva modo di esprimere direttamente la sua volontà. Questa venne quindi ricostruita anche in base alle testimonianze dei suoi amici e familiari.

La famiglia Englaro ha sempre ritenuto che la figlia Eluana non avrebbe mai accettato un accanimento terapeutico, sulla base di alcune sue dichiarazioni antecedenti all’incidente.

Avendo appreso di un gravissimo incidente stradale che aveva coinvolto un amico rimasto in coma, Eluana aveva dichiarato alle sue amiche intime che sarebbe stato preferibile morire che sopravvivere privi di coscienza e volontà e completamente dipendenti dalle cure altrui, ammettendo anche di aver pregato perché l’amico si spegnesse senza ulteriori sofferenze ed umiliazioni.

Inoltre, commentando un episodio che aveva coinvolto un compagno di scuola morto in un incidente di moto, Eluana aveva dichiarato: “nella disgrazia è stato fortunato a morire subito”.

Sulla stessa tragedia del compagno di scuola, la ragazza aveva dichiarato anche ai propri genitori che non avrebbe potuto tollerare che lo stesso capitasse a lei e che per quanto la riguardava avrebbe preferito la morte, chiedendo loro ripetutamente di non permettere mai che qualcosa del genere le capitasse.

Nel 2008 la Corte d’Appello di Milano, applicando quanto stabilito dalla Corte di Cassazione, accolse il reclamo proposto da Beppino Englaro e autorizzò l’interruzione dell’alimentazione artificiale.

La Camera dei deputati e il Senato sollevarono però il conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato innanzi alla Corte costituzionale. Secondo loro, la decisione della Cassazione era  “un atto sostanzialmente legislativo, innovativo dell’ordinamento normativo vigente”.

Ma la Corte costituzionale dichiarò inammissibili i ricorsi, ritenendo che la sentenza non fosse affatto innovativa, perché la Costituzione che garantisce il diritto di rifiutare le cure mediche e il rispetto della volontà del singolo. Inoltre il parlamento poteva in qualsiasi momento adottare una specifica normativa della materia.

A febbraio 2009 il governo guidato da Silvio Berlusconi approvò con urgenza un decreto legge per evitare la sospensione dell’alimentazione e dell’idratazione in pazienti in stato vegetativo.

L’allora presidente del Consiglio presentò il decreto in una conferenza stampa diventata famosa, in cui espresse alcune delle teorie più bizzarre (e meno verificate) su Eluana.

All’epoca infatti alcuni sottolineavano che fosse ancora “bella” e che potesse svegliarsi in qualunque momento.

Berlusconi parlò dell’idea che Eluana potesse ancora avere dei figli, e accusò Beppino Englaro di volersi semplicemente “liberare di un fastidio”.

Englaro invitò a quel punto i giornalisti a visitare la figlia a Udine. La giornalista della Rai Marinella Chirico, dopo aver visitato la ragazza, dichiarò che Eluana Englaro era “irriconoscibile” rispetto alle foto diffuse dai media e vederla nel letto della casa di riposo La Quiete di Udine era stato “devastante”.

L’allora presidente della Repubblica Giorgio Napolitano rifiutò di firmare il decreto del governo definendolo palesemente incostituzionale, perché non erano presenti i necessari requisiti di necessità e urgenza.

Il 7 febbraio il Consiglio dei Ministri si riunì quindi in una sessione straordinaria per dar vita ad un disegno di legge con gli stessi contenuti del decreto precedente.

Il 9 febbraio 2009, mentre il Senato stava discutendo il disegno di legge, arrivò la notizia della morte di Eluana, alla quale erano state progressivamente sospese alimentazione e idratazione a partire dal 6 febbraio, presso la clinica “La Quiete” di Udine.

Al momento dell’annuncio in aula si udirono alcuni senatori gridare: “assassini”. Gaetano Quagliariello, all’epoca senatore del PdL, dichiarò: “Eluana non è morta. Eluana è stata ammazzata”.

A novembre 2009, il tribunale di Udine archiviò il procedimento contro Beppino Englaro e il personale della clinica “La Quiete” per omicidio volontario.

Il governo Berlusconi ritirò il disegno di legge e si ripropone di ridiscutere in maniera più dettagliata dell’argomento, ma questa promessa non fu mantenuta durante quella legislatura.

Qui tutte le sentenze sul caso Englaro.

Eluana Englaro famiglia

La madre di Eluana, Saturna Englaro (detta Sati), morì nel 2015 all’età di 78 anni. Si era ammalata di tumore un anno dopo l’incidente della figlia, dovendo sottoporsi a numerosi incidenti e cadendo in quella che Beppino ha definito una “non vita”.

“Sati aveva gli occhi della figlia e il giorno dell’incidente di Eluana, la luce nei suoi occhi si è spenta”, ha detto dopo la sua morte il marito Beppino.

Il libro di Beppino Englaro (“Eluana, la libertà e la vita”) è dedicato proprio alla moglie: “A Sati, unica, vera, grandissima espressione d’amore per Eluana”.

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