Me

M5S: ecco perché la restituzione dei rimborsi dei parlamentari, in realtà, è solo pubblicità a pagamento

È il tassello più scoperto e visibile della più grande e spregiudicata operazione di marketing politico mai tentata nel nostro Paese: un investimento a rendita fissa i cui dividendi si misurano in voti e consenso. Il commento di Lorenzo Tosa, ex responsabile comunicazione M5S in Liguria

Immagine di copertina
La foto del Restitution Day del M5S

A tre giorni dalle regionali in Abruzzo, puntuale come un congiuntivo sbagliato, il Movimento 5 Stelle ha sventolato a Roma un maxi-assegno da 2 milioni di euro frutto – come ci ripetono allo sfinimento – delle restituzioni degli stipendi dei parlamentari.

Un rituale che si ripete ormai da anni, identico, alla vigilia di ogni tornata elettorale, più o meno importante, più o meno locale. Lo chiamano “Restitution Day”, altro non è se non pubblicità a pagamento, come una qualsiasi inserzione sulla cartellonistica di una città o sulla pagina di un grande giornale. Con la sottile differenza che i grillini non pagano per pubblicizzare un prodotto, ma il pagamento è il prodotto stesso. E non è una differenza trascurabile.

Di tutte le favole che i grillini hanno raccontato agli italiani, quella delle restituzioni è senza dubbio la più subdola e ipocrita. Vale la pena dirlo chiaramente, una volta per tutte: questa roba qui non è gratis. Nulla è o è mai stato gratis in nessuna delle iniziative politiche che i 5 Stelle abbiano attuato, pensato o financo immaginato da quando Gianroberto Casaleggio ha teorizzato questo laboratorio del populismo realizzato.

> LEGGI ANCHE: M5S, polemica sui rimborsi: i soldi che avanzano vanno a Rousseau

> LEGGI ANCHE: “Io, ex M5S, vi dico che se il kit segreto di Casalino è finito in mano ai media è stato per dare un chiaro messaggio interno”

Nell’impalcatura della propaganda grillina le restituzioni sono qualcosa più di una colonna: sono le fondamenta stesse che tengono ancora in piedi, pur tra alcune ombre o vere e proprie truffe, il mito fondativo della diversità genetica tra gli “onesti” e il resto del mondo. Ma è proprio così? Per capirlo bisogna fare un passo indietro alle origini del Movimento.

Casaleggio senior non è stato solo un visionario della forma della politica ma anche e soprattutto dei suoi meccanismi più nascosti e segreti. Mentre due lustri fa destra e sinistra si impantanavano in una difesa – pur condivisibile – del finanziamento pubblico ai partiti, il guru milanese aveva capito, con un anticipo spaventoso, due concetti che ancora oggi sono alla base del successo pentastellato.

1) I soldi, come i voti, non si pesano tutti allo stesso modo.

2) Se impari a dominare gli uni, gli altri arriveranno di conseguenza: un’equazione in cui puoi spostare a piacimento gli addendi senza che cambi il risultato finale.

D’altra parte, basta conoscere anche per sommi capi la macchina del consenso 5 Stelle per rendersi conto di come ogni operazione, ogni scelta, ogni strategia, nasca e si consumi nella gestione spregiudicata del denaro.

Persino le misure bandiera del M5S altro non sono che partite di giro su larga scala che rifiutano ideologicamente gli strumenti tradizionali della politica, spostando il più possibile la questione su un territorio rapidamente comprensibile e di facilissima presa sugli elettori. E non c’è nulla di più immediato, chiaro e potente oggi, nella società attuale, del denaro. Non è un caso che tutti i principali capisaldi del programma politico grillino ruotino, più o meno indirettamente, attorno al denaro: il reddito di cittadinanza, il taglio degli stipendi dei parlamentari, la lotta senza quartiere alle pensioni d’oro.

Un’architettura propagandistica nella quale il “Restitution Day” e ogni forma di restituzione liquida giocano un ruolo decisivo. Ora, sorvoliamo sul fatto che la beneficenza, le donazioni e qualunque altra iniziativa di volontariato sono belle quando non vengono pubblicizzate, altrimenti a qualcuno potrebbe sorgere il sospetto che fini e finalità non coincidano. Ma la narrazione 5 Stelle si spinge addirittura oltre il semplice marketing.

Qui abbiamo oltrepassato da un pezzo la mera propaganda pelosa e siamo entrati ufficialmente nel campo, un poco sinistro in una democrazia, dell’auto-celebrazione, della glorificazione mitica, dell’auto-elevazione etica, a tratti messianica. Quella foto di gruppo con assegno scattata sulle scalinate di piazza del Parlamento è forse la forma più compiuta e plastica della concezione del denaro di Gianroberto Casaleggio.

Sarebbe persino limitante liquidarla come una semplice operazione pubblicitaria. È oltre, è di più: è il tassello più scoperto e visibile della più grande e spregiudicata operazione di marketing politico mai tentata nel nostro Paese. Un investimento a rendita fissa i cui dividendi si misurano in voti e consenso.

Casaleggio non si è inventato mica nulla. Ha solo trasposto su scala politica quello che ogni azienda minimamente lungimirante applica ogni giorno per accrescere il proprio business. C’è la società che investe in formazione dei dipendenti, chi in ricerca e sviluppo. E c’è chi, come il M5S, investe in restituzioni. Ogni milione restituito produce tre, quattro volte tanto in termini di consenso, che si traduce in voti, che a loro volta si traducono in seggi e, di lì, in nuovi stipendi e indennità ai gruppi parlamentari e regionali, in un circolo virtuoso – per loro – potenzialmente senza fine.

Stiamo parlando di un fiume di denaro pubblico che in larga parte viene recuperato in missioni, benzina, iniziative istituzionali più o meno utili o urgenti. Il tutto senza contare i ripetuti e acclarati casi di mancate restituzioni che, paradossalmente, rischiano di rovinare una macchina perfettamente oliata. Un giochino semplice semplice a spese degli italiani.

Qualunque cifra i 5 Stelle stiano restituendo, gli elettori gliela stanno ripagando al triplo del valore ogni volta che mettono una croce su quel simbolo. E, in cambio, per gratitudine, Di Maio & C. stanno contribuendo a sfasciare le fondamenta democratiche, sociali e civili di questo Paese. Non c’è che dire: un affare per tutti, se si escludono 60 milioni di italiani.