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“Il Pd in Calabria non vuole le donne in politica”: la denuncia a TPI del movimento che lotta per la doppia preferenza di genere alle elezioni

"I politici calabresi vedono le donne solo in orizzontale": la denuncia delle donne calabresi che si battono perché la legge elettorale recepisca la normativa nazionale che impone alle regioni di tutelare l'equilibrio di genere nei consigli regionali

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La legge sulla doppia preferenza di genere in Calabria non s’ha da fare. Il tema sta dividendo la politica calabrese. Da un lato c’è una legge nazionale, la legge 20 del 2016, che chiede alle regioni di inserire norme a tutela dell’equilibrio tra consiglieri uomini e donne, dall’altra c’è una regione, la Calabria, – e non è l’unica – che non si è ancora adeguata, nonostante il pressing della società civile e della politica bipartisan.

Più donne in politica, più donne nei luoghi dove si prendono le decisioni: è quello che chiedono le donne calabresi che si battono perché la legge elettorale regionale recepisca la legge nazionale e introduca la doppia preferenza di genere.

La discussione per la modifica della legge elettorale regionale sarebbe dovuta arrivare in Consiglio regionale, secondo quanto annunciato alla Conferenza dei capigruppo, a febbraio, ma non sarà così. Ennesimo rinvio per un tema che non si vuole affrontare.

Un dibattito che la Calabria attende – invano – da troppo tempo. La fine della legislatura è vicina, ma all’orizzonte non c’è traccia della volontà politica che metta in moto la macchina per l’adeguamento della legge elettorale.

La Calabria non è l’unica regione a non essersi adeguata: le regioni che adottano la legge Tatarella, ovvero la legge elettorale per l’elezione con sistema proporzionale e premio di maggioranza del Consiglio regionale, devono adeguarsi alla legge 20 del 2016.

Le ultime regioni che hanno recepito la norma sono Lazio, Lombardia, Sardegna, Abruzzo e Basilicata, oltre a Toscana, Campania, Emilia Romagna, Trentino Alto-Adige e Sicilia.

Rimangono inadempienti, oltre la Calabria, anche Piemonte, Marche, Friuli Venezia Giulia, Puglia, Valle d’Aosta, Veneto e Liguria.

In Calabria il movimento per chiedere l’introduzione dei meccanismi di riequilibrio, comprende donne di ogni schieramento politico.

“In Calabria vi è una vera e propria stratificazione del potere maschile. I consiglieri regionali vedono le donne solo in orizzontale”, è la denuncia di una dirigente del Pd calabrese, Alessia Bausone, che fa parte di quel movimento dal basso che preme per l’introduzione della preferenza di genere.

“C’è anche un principio di mera autoconservazione del potere, che è totalmente maschile, per cui siccome i margini nel prossimo consiglio regionale che sarà rinnovato il prossimo autunno, degli attuali consiglieri sono sempre più ristretti, loro hanno il terrore che alcune delle caselle vengano occupate da donne e per gli uomini ci sia sempre meno spazio, anche perché alle prossime elezioni ci entreranno in Consiglio partiti che oggi non sono rappresentati, come la Lega e il Movimento Cinque Stelle”, spiega ancora Bausone.

“C’è bisogno di donne che sfondino questo muro di gomma che le tiene fuori da Palazzo Campanella (la sede del Consiglio regionale della Calabria, ndr) se non previo permesso del maschio di turno”, continua la dirigente Pd, che sostiene che è proprio il suo partito, che oggi ha la maggioranza in Consiglio, che non vuole le donne in politica, e “se ne sta inventando di tutti i colori per bloccare la discussione della legge”.

La proposta di legge sulla doppia preferenza di genere in Calabria

In Calabria esiste una proposta sulla doppia preferenza di genere, a firma dell’unica consigliera donna, Flora Sculco, che però non è mai giunta in Aula. La proposta risale addirittura al 2015. La calendarizzazione della discussione della proposta slitta da mesi, e ne mancano pochissimi allo scadere della legislatura, nell’autunno 2019.

Per aggirare i continui ritardi arriva l’idea della dirigente Pd Alessia Bausone: avvalersi di una norma dello Statuto regionale, l’articolo 39, che obbliga il Consiglio a discutere e votare le proposte di legge entro 3 mesi se queste vengono dai Consigli Comunali.

L’articolo, che regola infatti l’iniziativa legislativa, riconosce che questa compete anche a ciascun Consiglio comunale dei capoluoghi di Provincia e a non meno di tre Consigli comunali la cui popolazione sia complessivamente superiore ai diecimila abitanti.

Attualmente sono state depositate in Consiglio regionale le proposte di Catanzaro, Bovalino (Reggio Calabria), Verzino (Crotone) e Ricadi (Vibo Valentia).

I testi sono stati assegnati alla prima Commissione “Affari istituzionali e generali” del Consiglio regionale per l’esame di merito e alla seconda Commissione “Bilancio” per il parere.

Le proposte hanno lo stesso titolo: “Misure di promozione e di riequilibrio di genere all’interno della legge elettorale regionale”.

Il tempo per la discussione scadrà a fine marzo 2019.

La legge nazionale sull’equilibrio di genere nelle regioni

Il 3 febbraio 2016 il Parlamento diede dato il via libera definitivo alla legge sull’equilibrio di genere nei Consigli regionali, la legge 20 del 2016.

Le legge 20 del 2016 dice che se la legge elettorale di una regione prevede la possibilità di esprimere il voto di preferenza, in ciascuna lista i candidati dello stesso sesso non possono essere più del 60 per cento del totale. E inoltre deve essere consentita l’espressione di almeno due preferenze, che siano di entrambi i sessi, pena l’annullamento della seconda preferenza.

Se la legge elettorale regionale invece non prevede il voto di preferenza, è necessario che ci sia l’alternanza tra i candidati di sesso diverso e anche in questo caso, i candidati di uno stesso sesso non devono essere più del 60 per cento del totale.

Nei casi in cui la legge prevede i collegi uninominali, dovrà esserci equilibrio tra uomini e donne in modo tale che i candidati dello stesso sesso non superino il 60 per cento.

La legge chiede alle singole Regioni di adottare specifiche misure per la promozione delle pari opportunità tra donne e uomini nell’accesso alle cariche elettive all’interno del proprio sistema elettorale.

La legge era stata fortemente voluta dal Partito democratico, lo stesso che governa in Calabria e che sta mettendo il bastone tra le ruote alle modifiche dell’attuale legge elettorale.

L’attuale legge elettorale calabrese

La nuova legge elettorale regionale calabrese è stata approvata dal consiglio regionale l’11 settembre 2014, per sanare le incostituzionalità della legge precedente, come rilevato dal governo Renzi. Da allora è già stata utilizzata nella tornata elettorale del 23 novembre 2014, e sarà utilizzata alle prossime regionali dell’autunno 2019.

Il presidente della regione viene eletto a suffragio universale con il sistema maggioritario a turno unico: vince chi ha più voti. Il secondo candidato che prende più voti entra di diritto in Consiglio regionale.

Il Consiglio regionale, composto da 30 seggi, viene eletto con un sistema misto: una quota dei seggi (quattro quinti) sono assegnati con sistema proporzionale con voto di lista e la restante quota con sistema maggioritario.

Le liste possono essere collegate a un candidato presidente.

Accedono al riparto dei seggi le liste che ottengono almeno il 4 per cento dei voti.

Un quinto dei seggi è attribuito con il maggioritario, sulla base di listini regionali il cui capolista è il candidato alla presidenza. Se le liste circoscrizionali collegate alla lista regionale vincente hanno ottenuto già il 50 per seggi, alla nuova maggioranza è attribuita solo la metà dei seggi del “listino” (dieci per cento del totale dei seggi in consiglio), il resto è distribuito proporzionalmente tra le liste di opposizione.

È previsto un premio di maggioranza se le liste collegate al candidato presidente vincente non hanno raggiunto il 40 per cento dei seggi, per arrivare al 55 per cento dei seggi inl consiglio.

Il territorio regionale è diviso in tre circoscrizioni: Catanzaro-Crotone-Vibo Valentia, Cosenza, Reggio Calabria.

La parità di genere nella legge elettorale nazionale

Il sistema elettorale del Parlamento, così come riformato dalla legge 165 del 2017, è un sistema misto con collegi uninominali da assegnare con formula maggioritaria, sia collegi plurinominali da assegnare con metodo proporzionale. La legge elettorale prevede correttivi in favore della rappresentanza di genere per le elezioni della Camera e del Senato.

I candidati all’interno delle liste dei collegi plurinominali di entrambe le camere devono essere alternati per genere. Complessivamente, i candidati di uno stesso sesso non possono essere più del 60 per cento del totale dei candidati di ciascuna lista per quanto riguarda i collegi plurinominali.

Per quanto riguarda i seggi da assegnare con il maggioritario, le candidature presentate da ogni lista o da ogni coalizione per i vari collegi uninominali non possono essere dello stesso sesso in misura maggiore del 60 per cento.