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Gli sciacalli razzisti del femminicidio: indignati se l’assassino è un immigrato, muti se è italiano

Il commento di Giulio Cavalli

Immagine di copertina
Marisa Sartori, la parrucchiera uccisa a Bergamo da un 35enne di origini tunisine. A destra: l'auto di Simona Rocca, 40enne di Vercelli, bruciata dal suo ex

Ci sono i fuoriclasse, innanzitutto, quasi tutti seguaci del templare Pillon e del masculi indignati che ci dicono che non è vero che le donne troppo spesso si ritrovano a dover subire le sevizie (se non l’omicidio) da parte del marito.

Quelli che credono che il femminicidio sia una lobby internazionale che punta all’eliminazione dell’essere umano di sesso maschile per poter ambire alle sue posizioni, al suo potere e al suo ruolo patriarcale.

Sono i fallocratici: convinti che la donna sia un suppellettile da indossare per la procreazione fatta come Dio comanda, da riporre poi fino al successivo riuso.

Ispirano simpatia, quasi, per quanto sono retrogradi eppur fieri della propria modernità. Di solito sono inoffensivi, a patto che non diventino senatori e primi firmatari di fantomatici criteri che stanno in un disegno di legge che sembra tradotto da qualche biblioteca medievale. Come il ddl Pillon, per citarne uno a caso.

Poi ci sono quelli, sono la maggioranza, a cui non interessa assolutamente nulla della donna morta. Nella loro continua ricerca di notizie utili, da rabdomanti di letame nella cronaca nostrana si buttano ad esempio sull’ennesimo femminicidio accaduto a Bergamo, ma puntano subito il dito sull’assassino.

“Il tunisino” lo chiamano nell’articolo di BergamoNews: non ha un nome, non ha una storia, non ha una faccia, è solo il tunisino. Perché agli stercorari del femminicidio usato per fare propaganda è indispensabile che l’etnia dell’assassino si inserisca perfettamente nella retorica del momento.

E, diciamocelo, il tunisino è perfetto, è un dono piovuto dal cielo. Insomma, il tunisino non accettava la separazione (vedere la propria donna come una propria proprietà è un’infamante caratteristica che accomuna tutte le nazionalità del mondo) e allora decide di accoltellarla. Ferisce anche la cognata.

Arjoun Ezzedine si permette di uccidere una “nostra donna” (eh sì, perché sempre di proprietà di tratta) e allora via di commenti che sembrano bava: “Sposate gli stranieri loro non hanno la nostra cultura,, x loro la donna deve essere sottomessa, oppure la fanno fuori. Oramai bisognerebbe essere ha conoscenza di come sono gli stranieri.”, “ALTRA MENTALITÀ LO SAPEVA DISPIACE X QUELLO CHE È SUCCESSO.CIAO”, “ce ne saranno tanti oramai di omicidi del genere”.

E ancora: “In galera subito ma al suo paese”, “Integrato?”, “Grazie ha una politica del passato di buonismo”, “Care donne, aprite gli occhi… Certi elementi vanno evitati!!!!”, “Portiamo in Italia tante risorse,”, “Trovo tutto questo abominevole….Mi sorge una domanda: cioè, e adesso lo dobbiamo pure mantenere??? 😠😠😠”, “Tanto tempo di poco é fuori….la loro coltura dice che la donna é una sua proprietà e ne possono fare quello che vogliono sono loro che decidono in tutto è per tutto…”, “Tutti a casa fuoriiiii basta!!!!!!”.

Capito? In fondo è colpa sua, della vittima, che ha deciso di concedersi a uno straniero piuttosto che a un’italiano. Così Marisa in fondo è morta due volte: accoltellata dal marito padrone e abusata ancora per fare un po’ di propaganda

Il caso vuole invece che un uomo abbia dato fuoco all’auto della fidanzata dopo averla speronata nel parcheggio. Lei, dentro all’abitacolo, è morta. Un’altra donna che aveva paura e che non è stata ascoltata.

Ma sotto l’articolo gli sciacalli del femminicidio non hanno nulla da dire. Tacciono. Ovvio. Perché a loro non interessa nulla delle donne. Nulla. Altrimenti saprebbero che sono 3.100 le donne uccise dal 2000 a oggi, più di 3 a settimana.

Le zone più a rischio: il nord e Roma. È quanto emerge dal rapporto Eures. I femminicidi rappresentano il 37, 6 per cento del totale degli omicidi commessi nel nostro Paese: erano il 34, 8 per cento l’anno prima.

L’omicida spesso ha le chiavi di casa della vittima perché ne è il marito o il compagno. Ma questo non serve, no.