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“Nel Lazio pochi consultori e troppi obiettori”: la denuncia delle donne delle Assemblee

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I consultori sono pochi, sottodimensionati e a rischio chiusura. Il turnover è bloccato e il personale costretto a ruotare in più strutture, accanto a medici obiettori di coscienza e movimenti pro-life.

Sono le criticità denunciate dalle associazioni delle donne di Roma nel corso di un presidio organizzato per chiedere al presidente della regione Lazio Nicola Zingaretti azioni concrete che garantiscano il diritto alla salute delle donne e tutelino la presenza dei consultori sui territori. In piazza Oderico da Pordenone, venerdì 1 febbraio, ci sono il Coordinamento delle Assemblee delle donne dei Consultori del v Municipio (Condottieri, Denina e Resede), Assemblea delle donne del Consultorio del Trullo e delle Asl Roma 2, 3 e 6. E ci sono le ragazze di Non Una Di Meno.

“Il numero dei consultori deve essere sempre proporzionato a quello degli abitanti. La stima è di uno ogni 20mila ma a Roma non succede”, spiega a TPI Milena Fanizza dell’associazione Dalia. “Non è solo un problema di cifre, spesso confuse visto che i dati non vengono raccolti da almeno due anni e non ci sono stime ufficiali. A essere messa in dubbio è la stessa natura dei consultori, che vengono meno allo scopo per cui sono stati fondati, sottoposti a una politica di centralizzazione che va a scapito dei territori. Smettono di essere un presidio di salute pubblica a partecipazione sociale e sono ridotti al solo ruolo di servizio ambulatoriale in cui espletare attività vaccinali, pediatriche o di ostetricia”.

Un tipo di approccio che, denuncia Fanizza, rema contro tutti i percorsi socio-assistenziali che dovrebbe invece garantire un consultorio, come previsto dal DCA Zingaretti del 2014, rimasto nel cassetto e mai applicato. A partire dalla mancanza di figure professionali: “Gli psicologi sono pochi: il turnover é bloccato, non c’è un concorso dal 1995, e i pochi che rimangono sono costretti a ruotare in più strutture. Per non parlare della presenza degli obiettori di coscienza, che si inseriscono in luoghi che dovrebbero orientare e aiutare anche le donne che vogliono interrompere una gravidanza”.

Nel consultorio in via dei Condottieri, al Pigneto, l’associazione Dalia gestisce anche uno sportello antiviolenza. È l’unico in tutta Roma a garantire questo servizio. “In via dei Condottieri il nostro progetto funziona ed é diventato un punto di riferimento per le donne del quartiere, che sono soprattutto migranti. Organizziamo corsi di italiano per stranieri e imparare la lingua permette alle donne di venire a parlare e a farsi visitare da sole, senza i mariti. Un fatto importante visto che molte vengono da situazioni di violenza familiare. Ora i servizi, che sono gratuiti, rimangono appesi al filo di una convenzione con la usl, mentre prima erano ad libitum“, conclude Fanizza.

Lo stesso succede nei tre presidi di Trullo, Corviale e Magliana, a Roma Nord nell’XI municipio, dove, denuncia un’attivista, i servizi sono fermi a causa del blocco del turnover, “non si fa più educazione sessuale e affettiva nelle scuole e non si investe su nuove operatrici”. Una situazione complessa perché l’unica psicologa che garantiva il servizio nei tre consultori é in pensione dal novembre del 2017 e non ė stata rimpiazzata. Stessa cosa successa con l’unica ostetrica, in pensione dallo scorso novembre. “A Roma Nord sono stati chiusi tre consultori con la scusa che, essendo quartieri benestanti, non erano frequentati”, é la denuncia di un’altra attivista.

Non migliora la situazione negli ospedali. “Al policlinico Umberto I le interruzioni di gravidanza sono eseguite in una sala dove si operano le donne con parti cesarei di urgenza”, spiega a TPI Graziella Bastelli, infermiera in pensione e parte di Non una di meno Roma. “E il lavoro ė precario, con un solo medico non obiettore e una dottoressa assunta con un co.co.pro”.

“Il blocco del turnover ha pesantemente penalizzato le strutture territoriali”, dice a TPI Elisabetta Canitano, ginecologa dell’Associazione Vita di Donna. “Chiediamo non solo un’assistenza territoriale friendly ma che sia rivista tutta l’assistenza ginecologico-ostetrica alle donne, che venga gestita dai laici e che i finanziamenti spropositati alla sanità cattolica abbiano un termine. Vogliamo che le donne possano essere seguite in gravidanza in maniera non medicalizzata dalle ostetriche come succede in tutta Europa e che vengano sempre anteposte al battito cardiaco fetale”, continua Canitano, sottolineando l’urgenza che le donne ricevano una diagnostica prenatale laica e priva di pregiudizi religiosi.

Tra le donne in piazza anche le studentesse dell’Università “La Sapienza”, che in autunno avevano lanciato la campagna ‘A corpo libero’, estesa anche ai licei. “Abbiamo organizzato tre momenti di formazione. Il primo sulle malattie sessualmente trasmissibili, il secondo di ambito giuridico sulle lotte delle donne fino al decreto Pillon e il terzo, previsto per febbraio, che si focalizzerà sull’educazione sessuale e sentimentale”, spiega a TPI Arianna, studentessa dell’ateneo. L’iniziativa ha due obiettivi: ottenere una contraccezione gratuita e libera nella regione e aprire un consultorio nell’università.

“Attualmente il più vicino è in via dei Frentani ma si trova in uno stato di abbandono e fornisce solo servizi medicalizzanti. Noi vogliamo che i consultori siano luoghi di condivisione e scambio di saperi per la salute della donna e di tutte le soggettività a 360 gradi. Il consultorio non può diventare un presidio ospedaliero”, conclude.

La Regione, intervenuta nel corso della mattinata, rassicura. Schiavetti, delle Direzione regionale slaute e politiche sociali, dichiara che, grazie a nuovi fondi, il blocco del turnover sta per essere sbloccato grazie a un concorso che “assumerà a tempo indeterminato 42 operatori da distribuire nei consultori”. Inoltre, Schiavetti ha assicurato che si provvederà a verificare la richiesta inoltrata dal movimento Pro Life al direttore generale della Asl Roma 6 per entrare a fare volontariato nei consultori. Una situazione giudicata “pericolosa e inaccettabile” dalle attiviste, che ribadiscono: “non si fanno comizi sui nostri corpi”.