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Venezuela, Maduro o Guaidò: è ora che l’Italia decida da che parte stare

Il sottosegretario agli Esteri Manlio Di Stefano (M5S) afferma che il paese non riconosce Guaidó e dice no a “ingerenze di paesi terzi in Venezuela”. Ecco perché l’Italia prende posizione senza prendere posizione

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Sul caso venezuelano le istituzioni politiche non si possono astenere dal prendere posizione, non è umanamente possibile. Non dopo anni di noncuranza e trascuratezza nei confronti della situazione del paese. (Qui le ultime notizie sulla situazione in Venezuela).

Non possono farlo da paesi aderenti all’Unione europea che riconoscono il principio democratico come base fondante e principio imprescindibile dei moderni Stati. Soprattutto non può farlo l’Italia.

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Perché? Innanzitutto perché in Venezuela vivono circa 200 mila italiani registrati all’Aire – il governo del cambiamento pensa solo che stanno in Italia? – che coralmente con il resto della popolazione, sta vivendo da anni in una situazione indicibile: non c’è acqua, gli ospedali sono in condizioni pietose, mancano persino i medicinali basici e i supermercati sono vuoti, non da qualche giorno o mese, ma da anni.

Questi italiani si sentono abbandonati e traditi dal governo che non sta affrontando la crisi. Poi perché l’ambiguità italiana mette in difficoltà la Farnesina e i nostri professionisti della politica estera, togliendo credibilità al nostro paese, ma anche a Washington, Mosca, Bruxelles e soprattutto a Caracas.

Inoltre, quando tutto questo sarà finito, l’incapacità italiana di prendere posizione avrà un prezzo. Come sempre avviene e come in molte altre occasioni, per carità.

Eppure finora l’Italia non ha ancora mosso un dito per favorire una soluzione e, a differenza degli altri paesi, ha declinato qualsiasi atto di responsabilità internazionale.

Invece, all’improvviso, arriva una presa di posizione. Quale? Quella di non prendere posizione. Persino davanti all’evidenza dei fatti viene scelta la strada peggiore, quella degli ignavia. Oggi al Parlamento europeo si sta scrivendo un pezzo di storia e le forze politiche italiane hanno scelto di non prendervi parte – ancora una volta – salvo poi qualche ora dopo, dichiarare che “l’Italia non riconosce Guaidó come presidente.

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Perché – prosegue il sottosegretario agli Esteri Manlio Di Stefano (M5S) – siamo totalmente contrari al fatto che un Paese o un insieme di Paesi terzi possano determinare le politiche interne di un altro Paese. Si chiama principio di non ingerenza ed è riconosciuto dalle Nazioni Unite”.

Strano, io lo avrei chiamato “principio del paraculo” oppure del “lavarsene le mani”. Che tempi strani quelli dove regnano i silenti e gli indifferenti.

Si sono limitati i danni? No, perché l’indifferenza opera potentemente nella storia, passivamente, ma opera. Se oggi ci troviamo di fronte a una situazione umanamente, politicamente ed economicamente disastrosa è proprio grazie all’indifferenza. Di chi? Di tutti.

Dei media silenti o allineati, delle autorità istituzionali che hanno rinviato decisioni o che, pur avendo coscienza della situazione, si son girate dall’altra parte. E noi si sta qui a cincischiare. Intendiamoci, qui non si sta chiedendo all’Italia di inviare il suo esercito, ma di appoggiare la volontà di un popolo.

Cosa si è detto Il vicepresidente dell’Aula Fabio Massimo Castaldo (M5S) ha dichiarato in proposito: “in alcun modo vogliamo avallare la volontà di forzare la mano. […] Occorre riprendere un processo che riunifichi il popolo venezuelano, evitando che si degeneri verso la violenza e una potenziale guerra civile”. Considerati i fatti – descritti qui e qui – verrebbe da chiedersi se il vicepresidente Castaldo sappia di cosa sta parlando.

Il Venezuela vive già da anni come fosse in una sanguinosa guerra, senza vinti o vincitori e oggi, finalmente, il suo popolo è unito in una unica voce che chiede libertà, legalità e dignità. Non è guerra civile quando si muore protestando? Non è guerra civile quando tuo figlio, pur di non cedere ai narcotrafficanti, viene ucciso da una granata in pieno giorno?

Non è guerra civile quando le persone sono costrette a combattere tra loro per una scatoletta di tonno che non si possono permettere? Il Venezuela era in uno stato di guerra civile, ma oggi no, oggi è un popolo unito che vuole cambiare rotta, vuole andare liberamente alle urne.

Il nostro primo ministro ha precisato che “[…] quando ci sono delle crisi del genere non è opportuno precipitarsi a dare delle investiture che comunque non sono passate da un processo elettorale […] non significa assolutamente, come qualcuno ha frainteso, che noi appoggiamo Maduro” – e prosegue –  “noi riteniamo che in questa fase la comunità internazionale deve premere perché ci siano delle libere e democratiche elezioni. Non deve precipitarsi a dare un appoggio a uno dei due contendenti. La strada è quella di un processo democratico, trasparente”.

Pur tralasciando il fatto che non si tratta di due “contendenti” per la coppa dei campioni o la fascia di mister Venezuela, ma di un giuridicamente lecito presidente ad interim e di un padre padrone che uccide i suoi figli e che le elezioni siano l’esatta richiesta promossa da Guaidó (appoggiato dalla stragrande maggioranza del popolo venezuelano), con queste parole Conte fa intendere che quanto che fatto lo scorso 23 gennaio non sia trasparente e dimostra di non conoscere la Costituzione venezuelana. Proprio quest’ultima prevede che in talune circostanze come quella presente, vi sia un presidente ad interim, fino a nuove elezioni (qui per approfondire).

Mentre Di Battista spiega che “lo stesso identico schema che si è avuto anni fa con la Libia e con Gheddafi” (posizione condivisa da Di Stefano) e si oppone all’ultimatum posto a Maduro, che altro non era che una scialuppa di salvataggio per lui e per evitare altri bagni di sangue – ma già sappiamo quanto importa a Maduro dei venezuelani – perdendo ancora una volta una buona occasione per tacere, Tajani e Salvini invece si schierano contro Maduro, vestendo – proprio lui! – i panni del paladino dei diritti umani.

La situazione in Venezuela non è altro che il frutto di ciò che avviene quando gli uomini, tutti, abdicano alla volontà: lasciano promulgare leggi che poi solo la rivolta potrà abrogare, lasciano salire al potere uomini che poi solo un ammutinamento potrà rovesciare.

Una nota e ottima penna scriveva che “[…] tra l’assenteismo e l’indifferenza poche mani, non sorvegliate da alcun controllo, tessono la tela della vita collettiva, e la massa ignora, perché non se ne preoccupa; e allora sembra sia la fatalità a travolgere tutto e tutti, sembra che la storia non sia altro che un enorme fenomeno naturale, un’eruzione, un terremoto del quale rimangono vittime tutti, chi ha voluto e chi non ha voluto, chi sapeva e chi non sapeva, chi era stato attivo e chi indifferente.

Alcuni piagnucolano pietosamente, altri bestemmiano oscenamente, ma nessuno o pochi si domandano: se avessi fatto anch’io il mio dovere, se avessi cercato di far valere la mia volontà, sarebbe successo ciò che è successo?”

Certo ora è un po’ tardi per chiederselo, ma non per sedersi dalla parte degli esseri umani.

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