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“Mio marito mi picchiava e non farà un giorno di carcere: se mi avesse uccisa avrei avuto maggiore giustizia”

Lo sfogo di Stefania, donna sottoposta a violenze fisiche e psicologiche per anni da parte del marito, che oggi si sente tradita dal sistema giudiziario italiano

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“Sono molto indignata ma lo sapevo dall’inizio che non avrebbe fatto neanche un giorno di carcere”.

A metà novembre dello scorso anno, avevamo raccontato la storia di Stefania (nome di fantasia), una donna del nord Italia che denunciava a TPI gli anni di violenze – fisiche e psicologiche – subite dal marito e il percorso fatto per uscirne.

Quella stessa persona oggi racconta cosa è accaduto dopo le denunce e con tanta amarezza spiega quanta frustrazione si possa provare nel vedere che la causa penale si è conclusa con una pena sospesa a sei mesi di detenzione.

“Nulla più. E di quei sei mesi, ovviamente, non sconterà nemmeno un giorno in carcere”.

Perché lo sapevi?

Perché in Italia funziona così. Incensurato, due sberle alla moglie, figurarsi.

In Italia la giurisprudenza su questi eventi è carente, non è pronta e non è preparata.

Lei si era avvalsa delle certificazioni del pronto soccorso.

Sì, su quello è stato condannato, sulle lesioni. Sono stata tre volte al pronto soccorso, potevo andarci molto di più, infatti una poliziotta mi chiese perché non ci ero andata più spesso, avrebbe aiutato molto di più.Ma non sempre potevo andarci quando lui mi picchiava.

Perché?

Per l’episodio del batticarne, ad esempio, mi sono chiusa in bagno perché non volevo farmi vedere dai miei figli, e non avevo la macchina.

In quei momenti, a parte che non ero completamente lucida, ma volevo far vivere ai miei figli il meno possibile di quelle scene.Se mi avessero visto portar via in ambulanza si sarebbero impressionati ulteriormente.

Sono stata sentita dal pm, dal giudice e dal suo avvocato come testimone dei fatti, in quanto vittima, nella causa penale.

Cosa rischiava suo marito?

Rischiava fino a sei anni di carcere nel caso in cui i maltrattamenti fossero stati confermati, poi c’era la condizionale etc, non sarebbero mai stati sei anni. Non è stata riconosciuta la violenza sessuale che lui mi ha fatto e gli anni di maltrattamenti psicologi e le privazioni economiche, ma tanto siamo in Italia.

Invece cosa è accaduto?

Ha preso sei mesi, che ovviamente non sconterà, gli rimangono sulla fedina penale ma magari farà appello e glieli levano. Mi è stato anche detto che la terza violenza l’ho denunciata troppo tardi rispetto a quando è avvenuta. Qui per esempio c’è un problema di giurisprudenza, bisogna considerare anche che magari non potevo denunciare nell’immediato, queste situazioni vanno trattate in un altro modo.

Ovviamente io non mi voglio sostituire alla legge, dico solo che vanno considerate le particolarità di queste situazioni.

Quale messaggio vuoi dare a chi ti legge?

Quello che vorrei che venisse fuori è che l’Italia non è pronta. Se fossi morta, paradossalmente, avrei avuto più riscontro. Se quando mi picchiava con il batticarne mi avesse preso alla testa e fossi andata in coma, avrebbe fatto più scalpore.

La componente psicologica è notevole, se io avessi un po’ meno forza di quella che ho – e che mi ha permesso di rialzarmi, di trovare un lavoro e mantenere i miei figli – io mi suicidavo, cosa facevo? Ho passato le pene dell’inferno da quando ho denunciato a oggi. Sono stata screditata da tutti.

Non c’è soluzione?

Mi chiedo: qual è il punto che bisogna raggiungere per avere giustizia? Cosa deve inventarsi una donna per essere ascoltata?

I giudici fanno il loro lavoro con gli strumenti a disposizione.

Sento forte l’esigenza di far qualcosa in generale, per me ormai non c’è più niente da fare, sono stanca anche di intraprendere nuovi procedimenti. Ma voglio che ci sia consapevolezza. Perché tutto quello che ho fatto non è servito a niente.

È giusto denunciare, ma d’altro canto così ci si sente frustrati.

Come si sente adesso?

Lui si sente protetto da questa sentenza, un anno fa avrei reagito con un attacco di panico. Oggi non succede più. Se dovesse succedere qualcosa che succeda. Non permetto però, né a lui, né a nessun altro, di zittirmi.

Il decreto Pillon e sue conseguenze

Lo sfogo di Stefania è uno spaccato di quanto accade a molte donne in Italia che non si sentono sufficientemente tutelate dall’attuale sistema giudiziario. Un sistema notevolmente migliorabile.

Nonostante questo, il decreto a filma Simone Pillon, senatore della Lega, sembra andare nella direzione opposta alle esigenze delle donne.

Il disegno di legge ha infatti sollevato molte critiche da parte di centri antiviolenza, associazioni per i diritti dell’infanzia, giuristi e costituzionalisti che ne hanno sottolineato rischi e criticità. Si sono espresse anche Dubravka Šimonović e Ivana Radačić, le relatrici speciali delle Nazioni Unite sulla violenza e la discriminazione contro le donne, che lo scorso 22 ottobre hanno scritto una lettera al governo italiano dicendosi preoccupate.

Come dichiarava a TPI Concetta Gentili, avvocata civilista e referente del Gruppo tecnico avvocate di D.I.Re – Donne in Rete contro la violenza, “il disegno di legge parla di mediazione civile obbligatoria nei casi di separazioni con figli minori, anche in quelle legate ad abusi e violenze. Ma la mediazione nei casi di violenza è vietata dalla Convenzione di Istanbul, che obbliga gli stati aderenti ad adottare forme di risoluzione alternative alle controversie, e questo vale anche per le mediazioni familiari. Pillon pone la vittima della violenza nello stesso setting mediativo dell’aggressore, con un rischio altissimo di riattivazione traumatica e reiterazione degli agiti violenti”.

“Il disegno amplifica il falso mito che le denunce sono false e strumentali: le denunce in Italia sono solo il 20 per cento dei casi, perché abbiamo un numero oscuro della violenza ancora molto elevato, ed è noto che per arrivare a denunciare una donna non ce la fa più”. (Qui l’articolo completo).