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“Il capitalismo è la vera minaccia per l’umanità”: intervista a Franco Cardini

"La pace e la sopravvivenza dell'umanità sono minacciate dalla concentrazione della ricchezza in poche mani e dalla riduzione della politica a comitato d’affari dell'economia e della finanza"

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Franco Cardini

Non solo uno fra i più grandi esperti del Medioevo a livello mondiale. Franco Cardini è anche autore di pamphlet polemici sulla contemporaneità.

A TPI, spiega le radici dei mali dell’Europa e ci mette in guardia dalla vera e unica minaccia per l’Occidente: non l’Islam, ma il capitalismo incontrollato.

Ieri come oggi, l’Europa rischia di essere schiacciata ancora una volta dalle grandi potenze mondiali. Soltanto una vera unione politica e non una mera alleanza economica potrà, forse, cambiare le sorti del vecchio continente.

Qualche giorno fa, Di Battista ha dichiarato che i maggiori problemi dell’Africa derivano dalle conseguenze della colonizzazione operata dalla Francia. Lei da storico come valuta questa affermazione?

I problemi dell’Africa derivano non tanto e non solo dalla colonizzazione (francese, inglese, tedesca, belga, portoghese, spagnola, italiana) e dalla decolonizzazione, quanto dalla ricolonizzazione, che in parte è stata solo una prosecuzione dell’aspetto socioeconomico della colonizzazione.

Inoltre, derivano dall’assenza di una regolamentazione internazionale sull’attività delle lobbies multinazionali che agiscono liberamente nel continente, in genere con il consenso di governi locali corrotti e sostenuti a livello internazionale da quelli dei vecchi padroni coloniali.

Basterebbe fare in modo che una modesta e ragionevole quota-parte dei proventi per attività agricole, minerarie, estrattive e via dicendo, che finiscono nelle tasche degli azionisti, fosse invece impiegata per lo sviluppo dell’economia locale.

Per questo sarebbe necessaria un’assemblea Onu che potesse assumere risoluzioni non soggette al veto delle superpotenze membri permanenti del Consiglio di Sicurezza, a turno protettrici degli interessi delle lobbies.

Insieme a Sergio Valzania, ha scritto un libro intitolato “La pace mancata. La conferenza di Parigi e le sue conseguenze” (Mondadori, 2018). Nel testo viene sottolineato come negli anni successivi alla Prima guerra mondiale si sia persa l’occasione di stabilire un equilibrio internazionale duraturo. Secondo lei, qual è stato l’errore più grande?

Difficile dirlo, data la quantità e l’enormità degli errori-crimini commessi in quella sede.

Ne cito solo tre: 1) L’aver preteso che la Germania si assumesse formalmente la responsabilità di unica provocatrice della guerra ’14-’18 e l’averla caricata di colossali debiti di guerra, nel momento stesso nel quale le si toglieva la sovranità sui bacini minerari ferro-carboniferi dell’area renana, che da soli avrebbero potuto consentirle di pagare quei debiti.

2) L’aver consolidato nel vicino Oriente un sistema nato dal tradimento che Francia e Inghilterra avevano perpetrato ai danni degli arabi con il patto Sykes-Picot, dalla leggerezza con la quale era stato trattato il tema dell’impianto delle colonie sioniste e dall’aver fornito insieme con le concessioni petrolifere alla dinastia araba wahhabita dei beni Saudi la possibilità di assumere un’egemonia petroliera universale.

3) L’aver tradotto (e tradito) il principio wilsoniano dell’indipendenza di tutti i popoli in un sistema di crisi inevitabili, stabilendo arbitrariamente dei nuovi paesi egemoni (la Serbia nel Balcani, la Boemia nell’area mediodanubiana) e creando quindi le basi per nuovi squilibri.

L’egoismo francese e inglese e il pacifismo nevrotico di Wilson furono le cause remote forse, ma dirette, della Seconda guerra mondiale. Hitler non è stato inventato né da Wagner a Bayreuth, né dalle fumose birrerie di Monaco: lo hanno inventato nella pace di Parigi, assassina di tutte le paci future fino ad oggi.

Con fatica, invece, dopo la Seconda guerra mondiale si è arrivati lentamente alla costruzione dell’Unione Europea. L’UE può essere considerata un’organizzazione che garantisce la pace?

L’Unione Europea è un soggetto con poteri di tipo economico-finanziario. Avevamo bisogno e confidavamo in un nuovo soggetto politico unitario, a carattere federale o confederale.

In quanto europeisti, siamo stati ingannati: Robert Schuman capì per tempo che si sarebbe trattato di un organismo politicamente inutile. Uno stato federale o confederale europeo avrebbe potuto servire da ago della bilancia tra USA e URSS durante la Guerra fredda e proporsi come protagonista per l’equilibrio in settori mondiali nevralgici come il vicino Oriente.

Così com’è, non può far nulla, con l’aggravante che negli ultimi anni l’UE è stata arbitrariamente collegata con la NATO; con il risultato di renderla funzionale a una politica che si è rivelata, negli ultimi trent’anni, come incautamente aggressiva e ferocemente violenta (alludo ai Balcani, al vicino Oriente, alle provocazioni messe in campo contro la Russia in Georgia e in Ucraina).

A maggio si voterà proprio per le elezioni europee. Pensa che una vittoria dei movimenti populisti e di destra potrebbe portare alla disintegrazione dell’Unione?

Potrebbe portare a una sua ridefinizione: ma sono scettico al riguardo. Se l’UE non ha saputo resistere alla pressione delle “lobbies” finanziarie e industriali che l’hanno indotta negli ultimi anni a scelte sempre sfavorevoli ai popoli, una sua cancellazione lascerebbe ogni singolo stato indebolito e preda dei giganti della borsa e delle banche.

Lei ha sostenuto di essere stato da giovane un “fascista immaginario”, cosa significa?

Tra il ’53, anno di Trieste italiana, e il ’56, anno della rivolta ungherese, mi convinsi – da adolescente militante nell’Azione cattolica – che l’Europa avesse bisogno di un anticomunismo duro e intransigente.

Mi parve allora che nella storia otto-novecentesca solo il fascismo, sia pure con mezzi che già da allora non approvavo, avesse provato a trasformare il coacervo delle popolazioni italiane in un popolo dotato di una sua dignità e di una sua identità (per quanto allora tale parola non fosse di moda).

Astraendo largamente (per immaturità e per ignoranza) dalla realtà politica e dalle conseguenze, incontrai personaggi e letture che mi tracciarono l’immagine di un fascismo dedito tutto alla costruzione della dignità nazionale e alla conciliazione tra le classi nel nome della giustizia sociale.

Mi figuravo il fascismo come veramente quello che”Il corriere dei Piccoli” proponeva ai balilla: una forza civica fata di onore, di lealtà, di coraggio, di disinteresse, di solidarietà con i poveri.

Tra ’56 e il ’65 m’impegnai nelle formazioni del MSI cercando di trasformare quel movimento in gran parte vuoto e nostalgico in un partito che assumesse il suo ruolo in una società caratterizzata da ampie riforme socializzatrici e da un sistema che garantisse al tempo stesso dignità di base per tutti (quindi giustizia sociale) e seria selezione delle élites a vantaggio della società.

Al tempo stesso, sognavo la metabolizzazione dal nazionalismo anticomunista del MSI a un patriottismo europeo fautore dell’unione continentale e in grado di difenderne indipendenza ed equilibrio, ponendosi a metà strada fra il liberal-capitalismo statunitense e il socialismo sovietico.

Scriveva Drieu La Rochelle, che definirsi di destra o di sinistra è un modo per confessare la propria imbecillità. Tuttavia, oggi, non crede che coloro che rifiutano tali etichette appartengano solitamente alla destra?

Sì, nella misura in cui essere “di sinistra” ha un valore in genere più preciso e determinato (giustizia sociale, libertà a livello mondiale), mentre la cosiddetta “destra” è ben più fumosa (ne esiste una liberale, una cattolica, una sociale e così via).

Io, ad esempio, sono senza dubbio uomo “di destra” sotto il profilo politico- culturale (senso dello Stato e del dovere, fiducia nell’ordine pubblico, rispetto per le tradizioni, auspicio di uno Stato forte anche sotto il profilo militare), ma decisamente “di sinistra” sotto quello socioeconomico (stato sociale, controllo attento dell’iniziativa privata, lotta all’accumulo capitalistico e alla sperequazione sociale).

Di recente, lei ha pubblicato un testo intitolato “Neofascismo e neoantifascismo” (La Vela, 2018), dove scrive che l’antifascismo odierno non è necessariamente un valore. Ci può chiarire quest’affermazione?

Dichiararsi anti-qualcosa, per sua natura non è mai un valore. È necessario circoscrivere con chiarezza per quali ragioni e in che senso si è contro qualcosa.

Oggi esistono, mi pare, molte forme di antifascismo e ciascuna di loro si definisce assoluta, ma in realtà esiste un antifascismo di segno cattolico, di segno liberista, quello riconducibile ai modelli radicali e quello d’origine socialista o comunista.

Questi non coincidono affatto né nella loro rispettiva valutazione del fascismo né in quelli che per loro sono essenzialmente antifascisti; inoltre, danno tutti del fascismo (o dei fascismi) una valutazione eurocentrica, che astrae da quel che è avvenuto negli altri continenti dove, con il colonialismo e il postcolonialismo-neocolonialismo, le responsabilità del liberismo e del “socialismo reale” sono state immense.

A ciò non si rimedia certo qualificando come “fascismo” tutto ciò che non ci piace.

Lo scorso secolo è stato costellato da orrori perpetrati da regimi di ogni colore. Oggi si tende a voler comparare il comunismo e il nazifascismo. Lei cosa ne pensa? È davvero possibile comparare e appiattire due ideologie con così opposte visioni del mondo?

Siamo sicuri che fossero così opposte? Possiamo davvero fingere di non riconoscerne, ad esempio, una sia pur non totale e assoluta comune radice nel socialismo?

Abbiamo valutato appieno il senso del cosiddetto “totalitarismo” valutandolo non sbrigativamente come la veste moderna della violenza e della repressione assoluta, ma considerandolo nella prospettiva del tentativo (magari fallito) di risolvere quella questione sociale e culturale posta dalla”civiltà di massa”.

Nei confronti di quest’ultima, il liberismo classico aveva fallito alla vigilia del 1914 e il neoliberismo sta fallendo adesso, rifiutandosi di vedere che le radici di tutti i mali, i tarli che rodono il mondo dall’interno e minacciano davvero pace e sopravvivenza dell’umanità, sono la mostruosa concentrazione della ricchezza in poche mani, la riduzione della politica a “comitato d’affari” dell’economia e della finanza e il generale impoverimento delle masse di fronte al pugno di super-ricchi concentrati in pochissime famiglie e “lobbies”, al riparo da qualunque controllo civile e legale.

Da cattolico oltreché da storico, lei ha scritto molto anche sull’Islam, spiegando che non è una minaccia. Anzi. Allora, qual è il vero pericolo per l’Occidente?

La sua resa etica e culturale dinanzi al perverso meccanismo produzione-consumo-profitto, la sua incapacità di radicarsi in una nuova Civiltà dei Princìpi, insomma – come aveva ben detto Erich Fromm – il prevalere della”Civiltà dell’Avere” sulla “Civiltà dell’Essere”.

Sebbene sia spesso considerata l’epoca più oscura della storia umana, il Medioevo, almeno negli anni che vanno dal 1200 fino al 1500, è stato un periodo nel quale si è sperimentata una convivenza pacifica fra l’Occidente e l’Oriente musulmano. È d’accordo?

Le convivenze sono fatte sempre di molte cose: di scambi economici, di scambi culturali, di scambi religiosi. Anche la guerra è uno scambio. Nel Basso Medioevo, le guerre erano moltissime e come sempre crudeli, ma non esisteva la “guerra totale”.

D’altronde il Basso Medioevo, invertendo i rapporti tra produzione e consumo (facendo quindi sì che, contrariamente a quello che fino ad allora era accaduto in tutte le culture, fossero i produttori a egemonizzare i consumatori e non viceversa) aveva avviato il processo di “cancellazione del senso del limite” che fu il vero motore della Modernità.

Oggi siamo alla fine di quel ciclo: Zygmunt Bauman lo ha compreso bene, parlando di una “Modernità liquida”.