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Tel Aviv, la città moderna degli ebrei disegnata dagli architetti in fuga da Hitler

Il regime nazista fece chiudere la scuola d'arte e i suoi seguaci si sparsero in giro per il mondo: in Israele plasmarono con il loro stile la città che stava nascendo. Per questo oggi Tel Aviv è chiamata "The White City"

Immagine di copertina
La Reisfeld House deisignata dall'architetto Pinchas Biezunsky (1935). Credit: ANSA/EPA/ABIR SULTAN ATTENTION

Camminare nel centro di Tel Aviv dà l’impressione di fluttuare tra navi bianche tutte simili tra loro, palazzi a pochi piani circondati da lunghe balconate orizzontali, che curvano agli angoli delle strade adornate di piante e frangisole.

La parte moderna della città è fatta di case, musei, hotel e cinema che si affiancano in armonia. Nei giorni di pioggia ci si può riparare sotto i portici che sorreggono gli edifici, dove quasi sempre si trova un bar, un ristornate o un bistrot alla moda. In quelli di sole si passeggia sotto i parasole che percorrono i boulevard principali, o ci si rinfresca alle fontane che adornano le piazze. Non ci sono altre decorazioni, disegni, curve gotiche o cambi di colore.

La città offre un’immagine calma e razionale, e tra una palma e un albero di ulivo, accoglie e avvolge placida e moderna. Viva di notte e calda di giorno, Tel Aviv è una pietra bianca che sorge sulla sponda orientale del Mediterraneo e che oggi ospita più di 4.000 palazzi in stile Bauhaus, più di qualsiasi altra città al mondo, così da guadagnare nel 2003 il titolo di patrimonio mondiale dell’Unesco.

Ma com’è possibile che proprio lo stile internazionale moderno della scuola di Weimar si sia affermato tra tanti nell’evoluzione di quello che al tempo era un piccolo villaggio sabbioso?

Prima del 1909, quando fu fondata sulla spiaggia di Giaffa da un gruppo di 60 famiglie ebraiche, Tel Aviv non esisteva. Era una cittadina sulle dune, popolata da arabi e da insediamenti ebraici che coltivavano la terra per strapparla al deserto.

“È successo nel 1933, quando Adolf Hilter divenne cancelliere tedesco. La scuola Bauhaus di Weimar, che al tempo si trovava a Berlino, fu chiusa a causa delle pressioni da parte del governo nazista”, spiega Micha Gross, direttore del centro Bauhaus di Tel Aviv, fondato 20 anni fa da sua moglie per proteggere gli edifici della città e promuoverne il valore storico tra la popolazione.

“Il Bauhaus era un’arte rivoluzionaria, moderna, minimalista e funzionale, e non piaceva ai nazisti, che vedevano nella scuola una realizzazione dei principi democratici e nelle sue produzioni una forma di ‘arte degenerata’, in un momento in cui gli ebrei non avevano vita facile in Europa”.

Così, spiega Gross, la scuola fu chiusa, ma questo scatenò una diaspora che permise allo stile Bauhaus di diffondersi nel mondo. I fondatori e direttori della scuola divennero docenti a Harvard, al Mit di Chicago e in Unione Sovietica. Tra i 700 seguaci della scuola alcuni rimasero in Germania, altri si sparpagliarono nel mondo e sei di loro, ebrei, arrivarono nella neo nata Tel Aviv, dove i sionisti sognavano di sviluppare il loro stato nazionale e accogliere chi, anche spinto dal crescente antisemitismo europeo, aveva bisogno di una casa.

Tel Aviv stava per diventare la prima città ebrea moderna della storia, e lo stile Bauhaus era il più adatto a darle una forma. “Gli architetti non avevano in mente di farne un patrimonio mondiale, è stata una coincidenza”, continua Gross. “Quello era il momento in cui la città aveva bisogno di più abitazioni per le persone, nuove scuole, ospedali, fabbriche, case, e più di 100 edifici furono costruiti nel nuovo stile moderno internazionale, che era semplice, economico e funzionale”.

Il Bauhaus era stato fondato nel 1919 a Weimar ed era l’avanguardia artistica europea del momento, adottata anche in altre città in costruzione, come Tripoli o Asmara, dove i coloni italiani volevano importare un modello europeo.

“Anche se la storia e il contesto era molto diverso, la tecnologia e lo stile erano simili”, spiega Gross. Eppure la volontà degli architetti di Tel Aviv – che arrivarono a essere 150 formatisi in Italia, Svizzera o Germania – non era quella di importare uno stile moderno altrove, ma di dare una casa alla popolazione in crescita. E questo stile prediligeva l’utilità alla forma.

“Less is more”, “Form follows function” erano i suoi slogan. Una forma doveva essere applicata sempre per svolgere una funzione e non per il suo fascino estetico, l’utilità veniva al primo posto.

Le forme geometriche che in una superficie di circa trenta chilometri quadrati popolano le strade della Tel Aviv moderna, sono il risultato di questo principio funzionale. Il bianco degli edifici è stato adottato perché era economico, così come i materiali con cui erano costruiti. Ma quel bianco in realtà era anche la soluzione ideale per riflettere la luce di una città mediterranea, e per questo Tel Aviv è oggi chiamata “The White City”, la città bianca.

“Gli elementi dell’architettura moderna qui sono stati riadattati al clima mite della città, più calda di quelle europee in cui il Bauhaus è nato. Invece delle grandi finestre tipiche degli edifici di Le Corbusier, ci sono piccole finestre o vetrate per non far entrare il sole e il caldo, frangisole per fare ombra, cortili domestici e fontanelle per rinfrescarsi”, dice il direttore, che spiega che l’altra importante influenza nella costruzione della città fu quella dell’urbanista Patrick Gedess, ideatore del modello della città giardino, che fu incaricato dall’allora sindaco Meir Dizengoff di realizzare il master plan della città.

In Habima square, una delle piazze centrali, un albero di ulivo spunta su una piccola collina urbana e un lago artificiale piatto riflette le due grandi strutture della piazza, bianche e rettangolari, che sono rispettivamente un teatro e un centro culturale.

Dizengoff Square è invece circolare, e gli studiosi del Bauhaus la definiscono “una concentrazione di modernità in una piazza pubblica”: ospita ai suoi lati quattro edifici in cemento bianco, da poco rinnovati e quasi identici tra loro. Tre piani di balconate curvano seguendo la forma del cerchio, circondati da alberi e sorrette da porticati.

Di giorno i bambini giocano al centro della piazza mentre i genitori li guardano dalle panchine di legno e si rifocillano all’ombra di una palma. Di sera brulica di gente, perché lì si trova anche uno dei primi teatri della città, che oggi è insieme un cinema e un Hotel. A pochi metri si sente lo scroscio del mare, ma se non fosse per il rumore nessuno se ne accorgerebbe. Lo stile minimalista dei palazzi e delle persone, vestite sempre all’ultima moda, non fa pensare a una città costiera.

Quest’anno il centro Bauhaus di Tel Aviv compie 20 anni, che coincidono con i 100 dalla fondazione del Bauhaus. Quello che conta per Gross è far conoscere il valore storico di quest’architettura ai suoi circa 400.000 abitanti.

“Alcuni dei nipoti degli architetti che costruirono la città sono attivi nella preservazione di questo patrimonio, altri invece sono emigrati e non conservano memoria dei propri nonni. Tel Aviv non è una città religiosa, è piuttosto un patrimonio per gli ebrei non religiosi, ma fino a questo momento le persone non hanno riconosciuto nemmeno il valore artistico della città. Invece è importante ricordare che quest’architettura è così speciale perché esprime lo spirito delle persone che dal nulla costruirono una città moderna sulla sabbia”.

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