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Giornata della memoria, la storia inedita del prigioniero che dipingeva nel lager italiano

Nel campo di concentramento nazista di Fossoli prima e di Bolzano poi, Armando Maltagliati realizzava ritratti dei deportati. Fogli intrisi di sofferenza ma tristemente necessari ai nostri occhi, per non dimenticare

Immagine di copertina

Nel campo di concentramento nazista di Fossoli di Carpi prima e di Bolzano dopo, Armando Maltagliati – origini pistoiesi, classe 1913 – non fu un prigioniero qualunque: le SS lo scelsero come capocampo. L’uomo giusto ad assicurare il regolare svolgimento delle attività, il punto di contatto tra il mondo dei reclusi e quello delle guardie naziste. Una posizione scomoda e controversa.

Quando tornò dai suoi lunghi e avventurosi viaggi dalle regioni dell’Estremo Oriente, non disse neppure una parola sulla guerra e sulla detenzione nei lager nazisti. A Biella, dove trascorse gli ultimi anni insieme alla compagna di vita, una donna giapponese, decise di imprimere l’inquieta memoria in un’anonima cartella, contenente disegni misteriosi, affidandola cautamente ad una famiglia del luogo.

Prima di passare nelle fila della Resistenza, Maltagliati fu ufficiale dell’Aeronautica col grado di Capitano. Arrestato a Lucca il 2 marzo 1944, venne incarcerato alle Murate di Firenze e sottoposto a stringenti interrogatori, finché nella seconda metà di aprile fu trasferito a Fossoli, tra i primi immatricolati, come testimonia il suo numero, il 101.

Pochi giorni dopo, il 10 maggio, cominciò la “carriera” da capo del campo, favorita probabilmente dalla formazione militare. Da questo momento Maltagliati fu responsabile della vita quotidiana, dai lavori edili alla manutenzione degli impianti, dalla distribuzione del rancio alla riparazione delle suppellettili, fino al recapito della corrispondenza. Accadeva che a lui spettassero scelte con elevato margine di discrezionalità, e questo alimentava malumori e sospetti tra i prigionieri. Del resto, non si diventava capocampo se le SS, in qualche misura, non si fidassero.

Armando Maltagliati non fu in effetti un prigioniero qualunque, non soltanto per via del suo discusso ruolo. Fu autore di eccezionali disegni. Documenti che, come fotografie, illustrano aspetti inediti della vita nel lager.

Uomini, donne e bambini, ritratti da una mano esperta che non trascurò nomi e cognomi. Così, perciò, veniamo a conoscenza che, la matricola 1022 – un viso smagato ma curioso di ciò che la vita potrebbe ancora riservargli –, in realtà, è Giuseppe Celli: un sacerdote arrestato perché accusato di avere nascosto nella sua canonica, a Cagli, dei soldati alleati emarginati. Deportato a Mauthausen nell’agosto 1944, Don Celli divenne il numero 82326. Poi, condotto nelle camere a gas, fu eliminato il 15 dicembre ad Hartheim.

Don Giuseppe Celli

Nessuno sa come potessero convivere il capocampo e il ritrattista nella medesima persona. Amata e odiata, fuori e dentro il lager. Forse, il momento del ritratto costituiva per Maltagliati il mezzo più ideale di avvicinamento con coloro che tribolavano su quei terreni fangosi. Il capocampo si avvaleva della collaborazione di capi-baracca, eletti dagli stessi prigionieri, responsabili degli appelli mattutini e di eventuali evasioni. Compiti molto diversi da quelli dei kapo tedeschi, responsabili della disciplina al punto da infliggere punizioni corporali: “protocolli” che, nei campi italiani, solo le SS potevano riservarsi in esclusiva.

Maltagliati scelse autonomamente alcune delle personalità di spicco tra i prigionieri per organizzare al meglio la vita del campo. Tra questi anche l’architetto Lodovico Barbiano di Belgiojoso che, durante la permanenza a Fossoli, immortalò Maltagliati in una bizzarra caricatura: un elefante che cerca – senza riuscirvi – di camminare sulle uova, trasparente riferimento al difficile ruolo del capocampo. Nella proboscide il pachiderma stringe un biglietto su cui si legge “Buono per un Milione di Zoccoli”.

La caricatura di Armando Maltagliati

“L’architetto si riferisce al fatto che nel lager molti prigionieri erano senza scarpe, tanto che il parroco del vicino Comune di Carpi provvide a consegnare decine di paia di zoccoli di legno e, forse, la distribuzione delle calzature, evidentemente non sufficienti, provocò dissapori contro le scelte del capocampo”, è la ricostruzione del Presidente dell’Associazione Nazionale Ex Deportati, Dario Venegoni, a TPI, cui genitori vissero la sventura di entrare nel campo di sterminio emiliano.

Nel delicato esercizio della sua funzione, non era raro che Maltagliati dovesse leggere la lista delle persone da fucilare compilata dalle guardie naziste, invitando i nominati a raccogliere le proprie cose e a trasferirsi in una baracca, separati dagli altri.

Furono mesi drammatici, segnati da innumerevoli atrocità, come l’orribile eccidio di 67 prigionieri fucilati il 12 luglio. Tra aprile e luglio, fu ancora lui a leggere la lista dei partenti per i grande campi di sterminio del Reich. Di regola, Auschwitz per gli ebrei e Mauthausen per i prigionieri politici. Fossoli funzionò come un enorme mantice della morte, gonfiandosi con gli arrivi incessanti dalle carceri del Nord Italia, per svuotarsi con le grandi partenze collettive organizzate a più riprese dai nazisti.

Posò per il capocampo anche una donna accorta, dal volto rotondo e dai lineamenti dolci, con capelli ordinati e gli occhi posati su Dio solo sa cosa. Era Giorgina Bellak. Nata a Milano nel 1922, venne arrestata nel dicembre 1943 dopo essere stata respinta alla frontiera svizzera. A Fossoli le assegnarono la matricola 325 e il triangolo rosso riprodotto anche nel disegno. Fu liberata dagli americani nel piccolo campo di Salzwdel il 14 aprile 1945, potendo così pubblicare qualche anno più tardi un libro dal titolo “Donne e bambini nei Lager nazisti”.

Giorgina Bellak

La facilità con cui l’ex comandante dell’aviazione realizzò queste piccole opere d’arte lascia immaginare che godesse di una notevole libertà di movimento. Ma va osservato che il grosso dei ritratti precede il 10 maggio, data cioè della sua nomina a capocampo: forse, all’indomani dell’assunzione dell’incarico, la possibilità di ritagliare del tempo per il suo hobby diminuì drasticamente. Ma non si può escludere come gli stessi prigionieri non vollero più concedersi.

Resosi insicuro il campo di concentramento di Fossoli, alla fine del luglio 1944 le deportazioni continuarono dal nuovo campo di Gries-Bolzano, dove fu trasferito lo stesso Maltagliati e impiegato nella riorganizzazione. Qui responsabile della disciplina, amministrata con violenza e talora anche con spirito omicida, fu il vicecomandante Hans Haage, di cui tutti i deportati ricordano il sadismo e la violenza.

Il capocampo vi soggiornò fino al mese di novembre, quando venne annunciato che sarebbe stato sorprendentemente rimesso in libertà. Avvenimento più unico che raro che alimentò i sospetti già nutriti tra i prigionieri sui reali rapporti tra Maltagliati e i nazisti. Molti arrivarono a fare congetture sui servigi che egli evidentemente rese alle SS, tanto da meritarsi questo premio eccezionale.

“Annota il prigioniero Emilio Sorteni nel suo diario tenuto nel lager: ‘La posizione del capocampo non è una cosa facile, dato che deve essere più vicino ai tedeschi che a noi’ – cita Venegoni, che prosegue la ricostruzione.

“L’avvocato Luciano Elmo, esponente liberale deportato a Bolzano, in un rapporto, ha tenuto a mettere in guardia il vertice della Resistenza milanese sulla sua figura: ‘(Maltagliati) non ha mai aiutato i compagni, era amico personale del comandante del campo. Odiato da tutti, nessun partito lo sosteneva. Tutti lo ritenevano disonesto e lo evitavano. In vista della propria liberazione ha cercato di accostarsi prima al Partito d’Azione, poi ai comunisti, indi ai socialisti!'”, incalza il Presidente dell’Aned. E aggiunge: “Dall’interno del campo, in alcuni messaggi clandestini indirizzati a Lelio Basso, leader del partito socialista clandestino, anche mia madre, Ada Buffulini, coordinatrice del comitato interno di resistenza tra i prigionieri. Il 20 novembre non usò espressioni più tenere: ‘Domattina uscirà libero dal campo Maltagliati, il quale ha promesso di occuparsi d’ora in avanti dell’assistenza agli internati (…). È un individuo infido, doppio, da utilizzarsi con grandissime precauzioni'”.

“A conferma della scarsissima fiducia riposta da gran parte dei prigionieri nell’ex capocampo, ancora nel gennaio 1945 mia madre così scrisse a Lelio Basso: ‘Se tu per caso avessi occasione di comunicare con Maltagliati, che è ancora a Milano, fagli dire di non ritornare a Bolzano perché sarebbe per lui molto pericoloso. Tra di noi, dei pericoli suoi mi importa assai poco, ma sarebbe estremamente pericoloso per noi che ritornasse da queste parti. E in questo noi non intendo soltanto persone internate’. L’interessato era infatti a conoscenza di molti segreti dell’organizzazione della Resistenza a Bolzano, sia dentro che fuori dal lager, e un suo eventuale interrogatorio avrebbe potuto mettere a rischio tutta la rete dei contatti clandestini. Diffidare di lui come cospiratore antifascista, però, non significava per diversi resistenti allinearsi a chi lo riteneva un agente dei nazisti tout court. A liberazione avvenuta, la stessa Buffulini rilasciò infatti una dichiarazione scritta in difesa dell’ex capocampo, contro il quale si ipotizzò l’apertura di un processo per collaborazionismo” – spiega il Presidente, con voce profonda, che tira in ballo anche il padre, anch’esso detenuto a Bolzano, anch’esso componente del comitato di resistenza clandestino prima di evadere rocambolescamente nell’ottobre 1944: “Mia madre si procurò una dichiarazione dell’esponente comunista Carlo Venegoni.

Nel giugno 1945 mio padre scrisse perciò: ‘Dichiaro che Maltagliati ha collaborato con noi, socialisti e comunisti, nel mese di settembre e ottobre, al campo di Bolzano. Ha cercato di evitare la partenza di compagni per la Germania e si è adoperato per favorire la nostra organizzazione nel campo’”. Un Odi et amo, comune e confuso, ai tempi dell’Olocausto.
Una storia atipica e straordinaria, quella di Armando Maltagliati. Piena di “forse”, di “ma” e non poche interpretazioni. Il suo volto, un ritratto austero del mezzo busto con tanto di numero di matricola e data – Fossoli, 18 luglio 1944 – fu realizzato dal già citato Lodovico Belgiojoso, architetto del palazzo delle Poste, Telegrafi e Telefoni nel quartiere EUR di Roma, ospitante i locali dell’odierno ufficio postale. Rimangono ancora avvolti nel mistero, infatti, come e perché i disegni di quest’ultimo siano finiti nelle disponibilità di Maltagliati.

Un’ipotesi plausibile, formulata dal nostro interlocutore, è che il 5 agosto 1944, a Bolzano, vi sia stato un passaggio di consegne: “Nei minuti concitati che precedettero la partenza di massa per Mauthausen, le diverse centinaia di partenti affidavano a chi restava quanto di più caro avevano ancora con sé. A chi affidare quei fogli, dunque, se non al capocampo, che aveva più probabilità di sottrarsi alla deportazione verso i campi del Reich, e quindi di salvarli dalla distruzione?” conclude il Presidente dell’Aned, l’ultimo erede di ciò che resta dell’affaire Maltagliati.

Dario Venegoni è, così, il destinatario finale del misterioso dossier contenente disegni a matita (e acquarelli) che l’aviatore, al finire della sua esistenza, donò a degli amici. Senza aggiungere nulla verbalmente. Il fascicolo divenne materia di studio per una giovane studentessa, trasformandolo in una tesi di laurea. Beatrice Lacchia ne ha così trasferito la proprietà all’Associazione Nazionale Ex Deportati, nella persona del Presidente Dario Venegoni, affinché il pubblico possa conoscere la storia, inedita e oscura, di Armando Ubaldo Maltagliati. Tavole che, adesso, vivono in una mostra dal titolo “Volti nel Lager”, presso la Casa della Memoria di Milano, dal 15 gennaio al 3 febbraio 2019.

Fogli intrisi di sofferenza ma tristemente necessari ai nostri occhi, per quei volti spuntati dall’oblio che paiono urlare ai tanti che svuotano di significato pagine e pagine della Storia più recente quanto terrificante.

Vittorio Modigliani

L’orrore è tangibile nel ritratto del piccolo Vittorio Modigliani. Soli 9 anni al momento dell’arresto con i genitori, a Firenze, il 31 marzo 1944. Condotto a Fossoli, neanche tre settimane dopo questo omaggio artistico, fu convogliato in un treno bestiame diretto ad Auschwitz-Birkenau dove giunse 4 giorni dopo. Selezionato nello stesso giorno dell’arrivo, fu avviato alla camera a gas, dove fu trucidato. Anche il padre, Giacomo, e la mamma, Elena Castelli, non fecero ritorno. Sul retro del disegno, un indirizzo. “Piazza della Vittoria 1, Firenze”: Maltagliati promise al bimbo che gli avrebbe spedito il ritratto, al suo rientro dai campi.

Leopoldo (per tutti Poldo) Gasparotto. Detenuto nel carcere di San Vittore, matricola 864 cella 12 raggio 6, fu pesantemente torturato. Deportato a Fossoli il 27 aprile 1944 dove gli viene assegnata la matricola 205 e triangolo rosso. Fucilato nei pressi del campo di Fossoli il 22 giugno 1944.