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Perché il presidente Conte a Davos ha mentito sapendo di mentire

Il premier ha detto in un'intervista a Bloomberg che l’Italia potrebbe crescere anche dell’1,5 per cento, un miraggio anche per la Germania. Vada per l’ottimismo e la propaganda, ma i numeri non stanno in piedi

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Il premier italiano Giuseppe Conte. Credit: Afp

Quando il presidente Conte qualche giorno fa a Davos, con il gotha della finanza mondiale riunito fra le montagne svizzere, ha detto al canale Bloomberg che l’Italia potrà crescere quest’anno dell’1,5 per cento ha mentito sapendo di mentire.

Questa percentuale di crescita, su cui tanto il Governo ha insistito e creduto nella lunga trattativa con Bruxelles al momento del varo della manovra di bilancio, è stata ridotta dopo un lungo braccio di ferro, all’1 per cento.

Perché l’Italia rallenterà? Perché rallenteranno tutti

La percentuale di crescita dell’1 per cento, secondo molti, è ancora  generosa. Il motivo? Nessun complotto contro il Governo, nessun nemico che non vuole che l’Italia cresca. Non è Moscovici che non vuole che non continui a camminare il Belapese, non è Juncker che gufa o i poteri forti che complottano. La ragione è una soltanto. L’economia mondiale rallenterà, anzi, lo sta già facendo.

Anche quei cattivoni di tedeschi (che però battiamo quasi sempre a calcio) hanno rivisto al ribasso la loro percentuale di crescita. Loro stessi, guardandosi allo specchio e valutando tutte le variabili interne ed esterne, hanno rivisto la loro velocità di marcia.

Persino la locomotiva d’Europa, quarta economia mondiale, ha capito che nel 2019 l’automobile scalerà di marcia. Sarà per prendere la rincorsa? Vedremo, ma intanto rallenterà.

Cresceranno, per loro stessa ammissione, in percentuale minore. Avevano previsto un 2019 con crescita del Pil all’1,8 per cento, ma dopo degli accorgimenti hanno ridimensionato le loro ambizioni. Dall’1,8 la previsione è stata rivista all’1 per cento.

Esattamente, è proprio così. La quarta potenza del pianeta si fa un bagno di umiltà, e dice che quel ritmo non lo può reggere. Anche se sono tedeschi, anche se sono precisi e disciplinati. No, quel ritmo non lo possono sostenere perché tutto il mondo sta rallentando. Addirittura, il Fondo Monetario Internazionale (Fmi) ha rivisto la crescita tedesca all’1,3 per cento, mentre loro stessi stimano sia ancora inferiore, all’1 per cento appunto.

Germania che ha un cruscotto di valori da fare invidia. Disoccupazione al 3,3 per cento e un avanzo di bilancio anche nel 2018. Sì, la Germania è un’azienda che produce utile.

Qualche giorno fa, il Fmi ha rivisto la crescita dell’Italia allo 0,6 per cento, percentuale molto lontana dall’1 per cento presentato in manovra, ancora più distante dall’1,5 per cento sbandierato a Davos e sognato nel bilancio di Bruxelles qualche mese fa.

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Rallenteranno anche Cina e Stati Uniti

Rallenteranno tutti, compresi gli Stati Uniti, che già pagano il dazio dello shutdown governativo con una parte della macchina statale ferma per lungo tempo che già ha danneggiato l’economia nel primo trimestre.

Negli States, ad ogni modo, la macchina cammina molto bene. Disoccupazione ridotta al lumicino, solo il 3,9 per cento e Pil che vola al 3 per cento nell’ultimo dato su base annua. Ma rallenteranno anche loro. Il Fondo Monetario internazionale, stima la loro crescita per l’anno in corso al 2,5 per cento.

La Cina che ha dovuto mettere in campo misure fiscali e monetarie per tenere il cavallo in corsa. Percentuali impossibili, crescerà sempre sopra il 6 per cento è vero, ma crescerà meno. Sì, persino la fabbrica del mondo rallenterà.

Cause globali significano freni domestici: Brexit, Venezuela e petrolio

Proprio la guerra commerciale fra Cina e Stati Uniti è fra le motivazioni principali del rallentamento economico mondiale. Il Fondo Monetario Internazionale ha abbassato le previsioni di crescita per l’economia globale relative al 2019, menzionando la questione Brexit e il rallentamento dell’economia cinese, come detto, come i maggiori rischi sul cammino.

Tra l’altro aumenterà anche il prezzo del petrolio dopo il taglio Opec di dicembre e della questione del Venezuela, pedina pesante nel mercato dell’oro nero. Petrolio che è ancora la fonte principale di energia e la cui fluttuazione del prezzo verso l’alto colpisce produttori e, contestualmnte, prezzi dei beni.

Solo il Giappone dovrebbe crescere un pochino in più, ma non superando l’1,1 per cento annuale. Il Giappone appunto, non l’ultimo paese, ma la terza economia del mondo.

Secondo l’ultima pubblicazione del World economic outlook il Pil mondiale crescerà del 3,5 per cento nel 2019: due decimali in meno rispetto alle previsioni dello scorso ottobre. Nel 2018 la crescita del pianeta terra è stata del 3,7 per cento.

Quella del Fmi, per dovere di cronaca, è una previsione molto più ottimista di quella fornita dalla Banca mondiale, un’altra istituzione internazionale. Secondo quest’istituto, la crescita globale nel 2019 non andrà oltre il 2,9 per cento.

Lo spettro della “recessione tecnica”

In conclusione, per vedere una crescita della portata auspicata di fronte ai taccuini di Davos, ossia dell’1,5 per cento, dovremmo crescere in media di quasi lo 0,4 per cento ogni trimestre. Lo speriamo tutti. Ma gli ultimi dati dicono esattamente il contrario perché si rischia la recessione. Calma e sangue freddo, trattasi di “recessione tecnica”.

Questo tipo di recessione  si ha quando il Prodotto interno lordo reale mostra una diminuzione per almeno due trimestri consecutivi. L’Italia, per l’appunto, il rischio lo corre sul serio.

Secondo la Banca d’Italia infatti il Pil del quarto trimestre del 2018 sarà negativo. Considerando che a fine Novembre  l’Istat ha dichiarato che nel terzo trimestre del 2018 (concluso a settembre) il  Pil è calato dello 0,1 per cento rispetto al trimestre precedente. Se dovesse confermare negli ultimi tre mesi del 2018 che  il Pil è stato negativo, l’Italia si troverà a tutti gli effetti in “recessione tecnica”.

Quello di Novembre, va specificato, è stato il primo calo del Pil dopo un periodo positivo durato ben 14 trimestri, o tre anni e mezzo se si preferisce essere più sintetici.

Se la locomotiva non corre, perché dovrebbero farlo i vagoni?

Aggiungiamoci che la Bce ha smesso di comprare i titoli di Stato e che magari nell’estate aumenterà i tassi (quindi denaro più costoso), che gli Stati Uniti fanno ancora il braccio di ferro con la Cina e rallentano ambedue, i nostri amici tedeschi scaleranno di marcia sino all’1%. Inoltre, ancora la Bce, ha tagliato la crescita dell’Eurozona all’1,5 per cento dal precedente 1,9 per cento.

Con uno sguardo più sintetico, non è una grande scoperta affermare che quando Germania ed Eurozona galoppano (si fa per dire) l’Italia a stento trotta. Specie a partire dal 2006, quando la locomotiva tedesca ha iniziato a correre sempre più forte ed evidenziando come l’Italia fatichi a reggere il passo. Se poi queste rallentano – Germania ed Eurozona –  allora l’economia tricolore lo fa in maniera più marcata.

In un mondo sempre più interdipendente ed essendo l’Italia un paese esportatore, valutare lo stato di salute anche di chi ci compra le merci sarebbe cosa buona e giusta.

Perché è vero, presidente, la fiducia e l’ottimismo sono componenti fondamentali di un sistema economico. Ma la fiducia e l’ottimismo, non abbassano le tasse, attraggono investimenti e fanno sorgere le grandi infrastrutture di questo paese tanto bello quanto dannato.

Se c’è una cosa che probabilmente crescerà sarà il debito, ma quella oramai non è più una notizia. E se poi tale crescita sarà per certo all’1,5 per cento, perché non ci si è imposti di scriverlo nella finanziaria anziché arrendersi all’umile 1 per cento?

Il presidente Conte che l’1,5 per cento è un miraggio lo sa bene, ancora di più lo sa il Ministro Tria, illustre accademico di cui il governo si può fregiare. Proprio il Professor Tria che è stato, durante la scrittura della manovra, un responsabile che ha ridotto la portata del bluff, prendendo a prestito un termine dal gergo del poker.

Metaforicamente il Professor Tria è stato il genitore che andando a fare la spesa con i figli, rimetteva nello scaffale le cose che i bambini mettevano nel carrello. Perché vuole male ai figli? No, perché le cose hanno un costo.

Se poi 1,5 per cento sarà, tanto meglio, sarà davvero una buon traguardo per tutti. Nel frattempo, buon lavoro presidente.