Me

Tre anni senza Giulio Regeni: qualunque cosa accada, non ce ne andremo senza giustizia

Immagine di copertina

In tre anni possono cambiare molte cose.

In tre anni si sono accese molte fiaccole.

In tre anni si sono spente molte speranze.

Sono trascorsi tre anni da quando quel ragazzo di Fiumicello, un paesino del Friuli, scompariva al Cairo, città dove si era trasferito per portare avanti la sua attività di ricercatore.

Si chiamava Giulio Regeni, era solo un ragazzo. Dopo pochi giorni da quel 25 gennaio, il suo corpo venne trovato cadavere lungo uno strada di periferia, con segni di tortura e percosse.

In questi tre anni sono cambiate molte cose. Anche l’Italia è cambiata. Anche noi italiani.

Cercare la verità per quella morte – “quella”, non “questa”, così da tenerla maggiormente lontana – è diventato ormai un atto per disperati, per disamorati della patria che sprecano tempo ed energie per un ragazzo “che un po’ se l’è cercata”.

In tre anni siamo diventati più cinici, più arresi, più distanti da Giulio.

In tre anni si sono alternati molti politici al governo e tante dichiarazioni sono state fatte. C’è stato chi, come l’allora ministro degli Esteri Alfano, ha fatto capire a tutta Italia, che per un partner “ineludibile” come l’Egitto, la verità su Giulio sarebbe stata sacrificata.

C’è stato chi ha chiuso gli occhi e si è voltato dall’altra parte, come Renzi e Gentiloni.

C’è stato chi ha detto tutto e il contrario di tutto, come l’attuale vicepremier Salvini, che all’opposizione reclamava un governo “con le palle” in grado di fare la voce grossa con l’Egitto, e da ministro ha rimangiato ogni singola parola, per poi cambiare ancora la propria versione.

C’è stato chi, come il presidente della Camera Fico, ha la volontà di battere i piedi a terra, ma è manchevole di coraggio – e forse alleati – per portare avanti fino in fondo questa battaglia.

E poi c’è la procura di Roma che, nonostante i depistaggi, i ricatti e l’abbandono da parte delle istituzioni, ha continuato a lavorare per quella fioca verità.

La Procura di Roma ha iscritto i nomi di cinque persone nel registro degli indagati. Si tratta di Sabir Tareq, del maggiore Magdi Abdlaal Sharif, del capitano Osan Helmy, del suo stretto collaboratore Mhamoud Najem, e del colonnello Ather Kamal. (qui i loro profili)

Nomi appartenenti alle alte sfere della National Security Agency, il corpo dei servizi segreti egiziani.

I servizi segreti egiziani ricadono sotto la diretta responsabilità del governo di al-Sisi, nuovamente al potere dopo le discutubili elezioni presidenziali del 2018.

I servizi segreti egiziani sono responsabili delle centinaia di sparizioni forzate, incarcerazioni senza giusta causa e violenze ai danni di semplici cittadini, dissidenti pacifici e oppositori del regime egiziano.

Sotto la presidenza di Abdelfattah al-Sisi, lo spazio per il dissenso è diventato inesistente.

Nel corso del 2018 almeno 113 persone sono state arrestate semplicemente per aver espresso in modo pacifico le loro opinioni. Molte sono rimaste in detenzione preventiva per mesi e poi portate in giudizio, anche in corte marziale, con le accuse di “militanza in gruppi terroristici” e “diffusione di notizie false”.

Una di loro è Amal Fathy, moglie di Mohamed Lotfy, direttore della Commissione egiziana per i diritti e la libertà, l’organizzazione non governativa egiziana che – nonostante arresti e intimidazioni – ha da subito fornito consulenza legale alla famiglia di Giulio Regeni.

Amal è il nuovo strumento di ricatto che l’Egitto utilizza per mettere un freno alle indagini italiane.

Su di lei pende una condanna a due anni di carcere solo per aver pubblicato su Facebook un video in cui raccontava la sua esperienza di vittima di molestie sessuali e criticava le autorità egiziane per la mancata protezione delle donne.

Amal Fathy, attualmente ai domiciliari sotto la sorveglianza della National Security di Giza, viene utilizzate per estorcere informazioni sull’indagine italiana dal legale e marito di Amal, Mohamed Lotfy. Che coraggiosamente e lealmente, si rifiuta di farlo.

Nonostante le difficoltà investigative, nonostante l’isolamento e i ricatti, la magistratura capitolina e gli investigatori stanno riuscendo a penetrare la cortina di silenzio egiziana.

Il 25 gennaio 2019, intorno alle 0re 19.41, le luci si accenderanno in oltre 100 città italiane per manifestare che si può ancora credere nella giustizia e per chiederla quella giustizia.