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È morta Maritsa, la nonna di Lesbo che allattava un neonato siriano e candidata al Nobel per la Pace

La signora diventata famosa per una foto in cui lei e altre due donne davano il biberon ad un neonato arrivato su una barca di migranti

Immagine di copertina

Il 18 gennaio 2019 è morta Maritsa Mavrapidou, l’anziana signora dell’isola di Lesbo diventata famosa per una foto in cui lei e altre donne davano il biberon ad un neonato arrivato su una barca di migranti.

Lo scatto divenne il simbolo dell’accoglienza e dell’altruismo e ricette un accoglienza talmente calorosa che le tre “nonne” furono anche candidate al Nobel per la pace.

“Abbiamo accolto i rifugiati perché anche noi discendiamo da rifugiati”, aveva raccontato la donna, morta all’età di 89 anni, in un’intervista nel 2015, anno in cui  la crisi migratoria in Grecia era particolarmente acuta.

La famiglia di Maritsa Mavrapidou infatti era arrivata a Lesbo dalla Turchia, quando nel 1922 ci fu uno scambio di popolazione tra i due paesi.

“Se stavano male appena scesi dalle barche, li aiutavamo”, aveva detto Maritsa, “Ci comportavamo da esseri umani”.

Le tre donne dell’isola diventate famose passarono mesi a Lesbo nel 2015 per dare una mano ai migranti, portando loro vestiti e pane fatto in casa.

Nella foto, oltre a Maritsa Mavrapidou, ci sono anche la cugina Efstatia, che ha compiuto 95 anni, e Emilia Kamvisi, di 88.

“L’unica consolazione che ho in questa età avanzata è che morirò con la coscienza pulita”, aveva detto nel 2016 Emilia Kamvisi. 

“Siamo pronti a riaprire di nuovo le nostre case e condividere quel poco che abbiamo. Se non dovessimo avere nulla regaleremo loro un abbraccio. Vogliamo vedere ancora i loro sorrisi, ci rendevano così orgogliose e felici”.

L’isola di Lesbo – Da anni le Ong denunciano le condizioni di vita dei migranti che si trovano nell’isola di Lesbo: l’ultimo appello è stato lanciato da Medici Senza Frontiere, secondo cui nel campo di Moria è in corso un’emergenza senza precedenti, sia per la salute fisica che psicologica degli uomini, donne e soprattutto dei bambini che vi sono bloccati.

“Le condizioni di vita spaventose sono alla base del tracollo fisico e psicologico delle persone. Tra i richiedenti asilo ci sono persone vittime di forme estreme di violenza e tortura, subite sia nel loro paese di origine sia durante la fuga. Sono stati gravemente traumatizzati, mentalmente e fisicamente”.