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L’ospedale cade a pezzi e mancano i medici: viaggio di TPI nella sanità da incubo di Sessa Aurunca

Macchinari che non funzionano, cantieri aperti da venti anni e operatori sanitari sotto organico: il presidio ospedaliero San Rocco in provincia di Caserta muore sotto i colpi di una politica sanitaria irresponsabile. Un'inchiesta a puntate di TPI denuncia le condizioni fatiscenti del nosocomio e il diritto alla sanità dei cittadini calpestato

Immagine di copertina

“Qua dei pazienti non importa niente a nessuno, quello che conta sono i posti letto”. Siamo a Sessa Aurunca, piccolo comune in provincia di Caserta, e qui, a pochi passi dal centro abitato, nasce l’ospedale civile San Rocco, marcio fuori e dentro. Il diritto alla sanità qui sembra un miraggio, nonostante i vertici sbandierino rassicuranti menzogne.

È il 22 novembre del 2018 quando il direttore generale della Asl di Caserta, Mario De Biase, invia una relazione al sindaco della città, in cui, minuzioso, snocciola i successi dell’ospedale San Rocco.

Il primo cittadino Silvio Sasso, prontamente, pubblica le due paginette di resoconto sulla sua bacheca Facebook, annunciando a gran voce l’arrivo di una nuova TAC. L’ospedale, infatti, è finito al centro delle polemiche non solo per la decadenza della struttura, ma anche per referti medici completamente falsati. La TAC attualmente in uso al San Rocco non funziona e i risultati delle analisi sono del tutto inattendibili.

La TAC, solo la punta dell’iceberg

La trasmissione Mediaset Le Iene ha denunciato la gravità della situazione. Il polverone alzato ha fatto correre ai ripari i piani alti del nosocomio campano, seguito dallo sbandieramento a gran voce sui social network dei miglioramenti apportati all’ospedale.

“È stata prenotata presso la CONSIP la TAC 64 slices, la cui consegna è prevista entro la fine del corrente anno”, si legge nella lettera inviata dal direttore generale al sindaco. Peccato che a metà gennaio della TAC lucente che si vede nella foto pubblicata dal sindaco – con tutta probabilità scaricata da Google in quattro e quattr’otto – non ci sia nessuna traccia nel reparto di radiologia del San Rocco di Sessa.

Eppure Silvio Sasso ci teneva a far arrivare ai suoi concittadini la notizia del bene fatto alla comunità e, con tanto di cerchio rosso, aveva sottolineato la grande conquista sul suo profilo Facebook. In quel gesto, però, si legge tutto il fallimento della politica sanitaria locale, ostinata a spacciare un diritto sacro come quello della salute dei cittadini per “gentile concessione”.

La famosa TAC, però, è solo la punta dell’iceberg. I problemi dell’ospedale dell’alto Casertano vanno ben oltre quello strumento.

Quello che non dice il direttore generale

E a denunciarlo, senza saperlo, è lo stesso direttore generale. Il rapporto firmato da De Biasio dice molto più di una TAC nuova mai vista. Tra le righe della scrupolosa relazione emergono i mostri del San Rocco. Quelli che il direttore tace, ma che vengono fuori prepotenti.

Come per esempio il numero di medici che diminuisce, all’insaputa dei reparti stessi. Succede in Cardiologia, dove fino al luglio del 2018 i medici erano otto più il primario, ma nel novembre successivo diventano otto in tutto. Dei tre cardiologi che sono andati via, tra trasferimenti e pensionamenti, solo due sono stati rimpiazzati, nonostante le richieste ufficiali. E un medico in meno in un’area già compromessa pesa tanto sul bilancio del reparto.

“Siamo venuti a sapere che il numero dei medici del reparto di Cardiologia era stato decurtato tramite il sindaco”, ammette la nostra fonte. Che un ospedale venga a conoscenza della salute della propria struttura dalla pagina Facebook del sindaco è un dato preoccupante.

Sempre a proposito di questo reparto, nella relazione viene annunciata – come fosse una concessione – la “nomina” di un nuovo primario, ma in realtà è solo un normale rinnovo di carica. Mancanza di trasparenza e rapporto malsano tra poteri sembrano avere un ruolo più incisivo di quello che sembri.

Un altro dato interessante è quello degli 800mila euro stanziati per l’adeguamento del reparto di Ginecologia. Finanziamento ben evidenziato da De Biase, che dimentica di specificare, però, perché abbia lasciato completamente a secco le aree più critiche del San Rocco: la Cardiologia e la Medicina interna. “Nascono meno di 500 bambini all’anno in questo ospedale e secondo la legge il reparto di Ginecologia andrebbe chiuso”, rivelano le nostre fonti all’interno dell’ospedale. Invece è oggetto di un adeguamento da quasi un milione di euro, mentre reparti fatiscenti restano abbandonati al loro destino amaro.

Una “scelta della direzione strategica, non comunicata né concordata con i medici dei reparti. Sono scelte calate dall’alto che subiamo”, riferisce un medico dell’ospedale.

La sfida della Radiologia senza radiologi

Il San Rocco è un ospedale in cui, nel 2018, non si possono fare radiografie: “È un ospedale che non potrebbe stare aperto”, continua la fonte. “Ci sono apparecchiature acquisite in comodato d’uso, ma la convenzione con la ditta che ci fornisce le apparecchiature è scaduta e non è stata rinnovata. Le apparecchiature sono rotte e la ditta dice che se non si fa la convenzione non le aggiusta, né lo può fare il servizio tecnico dell’azienda, perché non sono dell’azienda”.

Si tratta di macchinari indispensabili in un reparto di radiologia: trasformano le immagini dal formato analogico in digitale e stampano le radiografie.

“Qua può succedere di tutto e nessuno paga mai per gli errori fatti. Se scoppia uno scandalo e allora si muovono, ma quando finisce l’emergenza tutto torna come prima”, denuncia chi lavora al San Rocco.

Anche se quelle macchine funzionassero, però, non ci sarebbe nessuno a interpretare le immagini. Per lo meno dopo le 18. Al San Rocco di Sessa Aurunca manca il radiologo di pomeriggio e di notte. “Abbiamo un servizio di radiologia che referta per sei ore al giorno. Dopodiché dobbiamo mandare le TAC e le radiografie – che non si possono più fare – per via telematica a un altro presidio e là aspettare che il radiologo di turno le esamini”.

Il “profondo rosso” dei dati

La fatiscenza del presidio ospedaliero passa anche per i dati. Basta consultare quelli forniti dall’Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali per sgranare gli occhi davanti ai numeri del San Rocco. Non serve uno scienziato per rendersi conto del livello disastroso in cui versa l’ospedale: gli studi osservazionali compiuti sulla raccolta dati relativi agli esiti di intervento e trattamento nella struttura hanno dimostrato un basso livello di qualità rispetto agli standard di riferimento nazionali.

Per fare un esempio, nel campo della neurologia, la mortalità a 30 giorni per ictus ischemico risulta essere 10,9 per cento secondo lo standard di riferimento nazionale, mentre al San Rocco raggiunge il 21,4. Circa il doppio.

Ma le cose non vanno meglio negli altri reparti, dove si confermano trend con un rapporto che è il doppio e il triplo rispetto agli standard nazionali.

Un ospedale in cui le carenze sono evidenti sotto tutti i punti di vista. “Mancano medici, infermieri e ausiliari. Personale del comparto e personale medico: tutto è carente”, riferisce ancora la fonte. “Loro giocano sull’equivoco. Non c’è nessun documento ufficiale in cui venga indicato il numero di medici, infermieri e operatori necessari alla struttura”, continua. Personale che, viste le condizioni dell’ospedale, se può sceglie di andarsene.

Ma questo non è colpa solo del direttore generale, spiega la fonte: “A cascata le responsabilità ricadono su una regione che non funziona, da una azienda che non funziona e da una direzione sanitaria che non funziona. È tutto concatenato”.

Dal San Rocco tutti scappano

Dei 160 posti previsti, l’ospedale ne ha disponibili oggi al massimo un centinaio. La teoria al San Rocco non risponde alla realtà, mai.

Nessuno sceglie di venire a lavorare all’ospedale di Sessa: “È un ospedale assolutamente poco appetibile. Chi viene qua cerca di scapparsene, se non è della zona”. Per due motivazioni: la prima è di ordine puramente geografico, la seconda è da ricollegare alle condizioni di degrado e ipodotazione di cui è affetto cronicamente l’ospedale.

Arrivare all’ospedale San Rocco di Sessa Aurunca non è facile. Strade strette e tortuose collegano il piccolo comune in provincia di Caserta col resto della provincia e del mondo. Dal capoluogo, a meno di quaranta minuti, si arriva facendo un pezzo di autostrada e affidandosi a un groviglio di strade che tagliano le montagne.

La prima cosa che ci si chiede arrivando qui è perché questo presidio ospedaliero che copre un’area vastissima nasca in una zona così scomoda, nascosto in mezzo alle montagne del parco regionale di Roccamonfina. L’Appia, l’arteria che serve quest’area, si trova a qualche chilometro da qui: se fosse stato posizionato lì, raggiungere l’ospedale sarebbe stato più semplice, dicono cittadini e operatori.

La finta ristrutturazione e il marcio che resta marcio

A pochi passi dal centro di Sessa Aurunca, si staglia, imponente e decadente, la silhouette dell’ospedale civile. Nel suo malsano verdognolo, la struttura sembra far presagire quello che si nasconde dietro l’ingresso.

Eppure, attraversate le lastre trasparenti della porta di vetro, quello che si para davanti agli occhi è un ospedale modello. Il verde acqua delle pareti trasmette qualcosa di rassicurante, dal controsoffitto perfetto la luce bianca al neon illumina corridoi ineccepibili. Persino l’odore di disinfettante e medicinali non lacera le narici come succede di solito.

L’illusione dura poco. Basta chiamare l’ascensore, attenderne l’arrivo lento e spostarsi di un piano per rendersi conto che quella in cui si è messo piede è l’anticamera dell’inferno. I muri verdini e immacolati lasciano posto a quelli scrostati e scuri.

Un ascensore dell’ospedale. Credit: Appiapolis

Ma le pareti vecchie sono l’ultimo dei problemi dei reparti. Cardiologia: una manciata di posti spalmati su due piani diversi. Nato come un esperimento, nonostante i venti anni di età, è sempre rimasto un feto: il reaparto non è mai veramente nato. È l’emblema dell’ospedale: il risultato di uno sforzo monco.

Entrando nella stanza, quattro pazienti chiedono informazioni al medico di turno. L’accento pesante e il tono confidenziale di chi sa che di lui ci si può fidare. Intanto è inverno inoltrato e davanti alle finestre sporche le tende oscillano. Dietro, i vetri rotti lasciano entrare il vento che, nel bel mezzo delle montagne, spira forte.

I pazienti si sono “industriati”, dicono. Hanno apposto dei panni sulle fessure per evitare di morire di freddo. Il nastro adesivo bianco cerca di tappare senza troppe pretese le strisce che si aprono sotto alla finestra, da cui l’aria fredda entra impietosa.

Ma le assurdità del San Rocco non si limitano agli “spifferi”. In uno stanzino adibito a spogliatoio di medici e operatori sanitari si scorge una finestra: dietro, un cartongesso spesso che nasconde la vista. “Al di là di quel muro si stendono i 500 metri quadrati di un cantiere aperto ormai da venti anni”.

L’idea di murare quella finestra – assieme a tante altre – è venuta all’indomani del servizio de Le Iene in cui venivano spiattellate le enormi falle dell’ospedale di Sessa. Anche di questo il direttore sanitario si guarda bene di fare menzione nelle famose due paginette di report.

La porta murata. Credit: Appiapolis

Il cantiere dentro l’ospedale è diventato un cantiere fantasma. Dietro il cartongesso, però, gli operai continuano a lavorare. Le porte di emergenza che affacciavano sull’area incriminata hanno fatto la stessa fine delle finestre: murate. E addirittura, dentro quell’area è rimasto murato l’archivio delle cartelle cliniche: “Non c’era più spazio e l’archivio è stato spostato dentro al cantiere. Poi, quando è stato murato, in vista dell’ispezione, le cartelle sono rimaste lì, inaccessibili”.

Il cantiere dentro l’ospedale. Credit: Appiapolis

Oggi almeno le porte di emergenza sono state buttate giù, ma per mesi gli operai hanno rischiato grosso. Se fosse scoppiato un incendio, ad esempio, l’unica via di uscita per chi si trovava nella zona off limits sarebbero stati gli ascensori. Niente di più sconsigliato in caso di emergenza.

La mossa di smontare il cartongesso dietro le porte di emergenza fa sorgere spontanea la domanda sul perché siano state erette, senza parlare dei costi di costruzione e smantellamento.

Spostandosi da una parte all’altra dell’ospedale, la situazione non cambia: crateri nei muri, pavimenti estremamente compromessi, luci fioche che bastano a mostrare il degrado di un ospedale orfano, abbandonato a se stesso.

Credit: Appiapolis

Il 5 novembre 2018 sono stati avviati i lavori di ristrutturazione. Lavori partiti, guarda caso, proprio dopo che le immagini dell’ospedale fatiscente avevano fatto il giro d’Italia. Una mossa “tampone”, servita a dare una lucidata superficiale a un posto lurido.

L’ex direttore sanitario Giovanni Lettieri, raggiunto da TPI, assicura che i lavori sono a buon punto. Si riferisce a quelli iniziati a novembre e già conclusi a dicembre o a quelli che vanno avanti da venti anni?

In una circolare del 19 aprile del 2018, firmata in calce dallo stesso Lettieri, però, viene a galla qualcosa di più grave. Non sappiamo se questa struttura funzioni, si legge tra le righe di quei quattro fogli. E si demandava ai responsabili delle unità operative la risoluzione delle criticità strutturali segnalate dai periti.

Nella relazione del sopralluogo è lo stesso Lettieri a chiedere all’ospedale di “mettere in atto i provvedimenti necessari per poter risolvere le criticità esposte dall’architetto ingegnere Magnetta su segnalazione del Direttore U.O.S.C. SPP Ingegner Rotriquens”. “Al fine di evitare che questa Direzione sanitaria sia obbligata a disporre sanzioni”, si legge.

Le criticità elencate da Lettieri sono tante. Si prende in esame il reparto di Ostetricia e Ginecologia. “Aree di passaggio ingombrate da materiale e attrezzatura che ostacolano la normale circolazione” e pavimento danneggiato in diversi punti, si legge.

Sporcizia – che pure in un ospedale dovrebbe essere pressoché inesistente – e controsoffittatura danneggiata; finestre rotte che fanno entrare spifferi e acqua, mentre sul soffitto dei servizi igienici compaiono le macchie di umidità; spigoli vivi di porte e finestre taglienti e pericolosi e muri sono costellati da prese elettriche malridotte, anch’esse non sicure.

Nelle stanze di degenza, si legge sempre nella documentazione dell’ospedale, non ci sono i bagni. Quelli che sono nel reparto comunque non sono “allestiti in maniera idonea” e, ancora, presentano “scarsa pulizia”.

L’incognita sul corretto funzionamento dei macchinari

In testa alla lista corposa dei problemi del reparto, il dottor Lettieri ne evidenzia uno in particolare: quello dell’assenza di documentazione tecnica. “Alla data del sopralluogo – si legge – non si dispone di documentazione tecnica relativa a impianti/macchine/attrezzature/strutture”.

“L’assenza di documentazione – è scritto ancora nella relazione – non permette di stabilire se impianti/attrezzature sono rispondenti alle norme di sicurezza”.

Non avere questa documentazione significa non sapere se le apparecchiature con cui vengono effettuati gli esami sui pazienti siano funzionanti o meno. E no, non tutte sono funzionanti al San Rocco. O, per lo meno, a lungo non lo sono state.

Quel 5-10 per cento di “mascalzoni” che salva l’ospedale

I referti parlano di risultati sballati, ma per Lettieri tutto si riduce a una guerra tra i corridoi dell’ospedale. “Facciamo cose eccezionali”, dice. “Ci sono medici e infermieri bravi che fanno bene il loro lavoro, poi come in tutti i lavori c’è un 5-10 per cento di mascalzoni che cercano di denigrare il lavoro degli altri”.

A giudicare dalle condizioni dell’ospedale, pare invece che i mascalzoni di cui parla Lettieri quell’ospedale stiano cercando di salvarlo.

Intanto da qualche mese a Sessa Aurunca è nato un comitato: “Ospedale San Rocco – bene comune” si batte per risollevare le sorti del nosocomio, pretende che il sacrosanto diritto alla sanità venga rispettato.

Mentre dai piani alti dell’ospedale assicurano che grandi passi avanti siano stati fatti negli ultimi mesi si aspetta di sapere perché quei 20 milioni di euro stanziati a marzo per l’adeguamento dell’ospedale non siano stati spesi per le reali aree critiche dell’ospedale e, soprattutto, perché altri 60 siano stati predisposti per lo studio di fattibilità di un nuovo ospedale.

L’ospedale che cade a pezzi è solo la punta dell’iceberg. È la rappresentazione concreta di una situazione emergenziale che investe più livelli e la cui responsabilità va addossata a una gestione opaca e melmosa.

La TAC che non funziona sparisce nel nulla, le porte in cartongesso nascondono le nefandezze dell’ospedale agli occhi di pazienti e ispettori, altri macchinari dai costi esorbitanti vengono parcheggiati negli angoli bui del San Rocco. Nascondere la polvere sotto il tappeto, però, non è la soluzione che meritano i cittadini.

Ma a quanto pare, qui al San Rocco, come in altri ospedali della zona, quello che conta non è veramente il paziente: “Qui più che governare la sanità, si governano i posti. E questa è la cosa peggiore. Non hanno nessun interesse ad investire, ma solo a tirare a campare. E probabilmente perché il settore privato di questo gode. Due più due fa quattro”.

 

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