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Cosa succede se il Parlamento di Londra boccia l’accordo con l’Ue?

Dal crollo del Pil alle code chilometriche dei tir, fino alle incognite sui prossimi trasferimenti in Premier League. Ecco cosa potrebbe succedere se il 15 gennaio la Camera dei Comuni bocciasse l’accordo di Theresa May e la Brexit finisse davvero con un "no-deal"

Brexit: la videoscheda a cura di Next New Media.

Il 15 gennaio 2019 intorno alle 20 (le 21 italiane) il Parlamento britannico voterà sull’accordo per l’uscita del paese dall’Unione europea. Il voto della Camera dei comuni previsto per l’11 dicembre 2018 era stato annullato a causa delle difficoltà che stava affrontando la premier Theresa May.

Oltre 200 parlamentari hanno firmato intanto una lettera a Theresa May, esortandola a escludere l’ipotesi di una Brexit senza accordo. Il Regno Unito lascerà l’Ue il 29 marzo 2019, indipendentemente dal fatto che l’accordo sia approvato dai parlamentari o meno.

Se il voto dovesse concludersi con un “no-deal”,  il Regno Unito si troverebbe a dover affrontare non pochi problemi: il Pil dovrebbe calare dell’8 per cento, si rischia il raddoppio della disoccupazione e la svalutazione della sterlina, oltre al ripristino delle dogane.

Senza accordo, quindi, ci vorrebbero ore per il transito delle merci e le code dei tir potrebbero arrivare fino ai 45 chilometri ai porti inglesi. Il “no-deal” avrebbe degli effetti anche sui prossimi trasferimenti in Premier League.

In caso di bocciatura, la premier avrebbe solo tre giorni per presentare un piano B alla Camera dei comuni.

May ha provato a convincere gli hard brexiteers a votare l’accordo, dal momento che lo scenario del “No deal” sarebbe peggio di qualsiasi altro scenario.

Tra i punti più osteggiati dal parlamento vi è quello del backstop, la spinosa questione del confine tra Irlanda del Nord e Repubblica di Irlanda, che abbiamo spiegato qui.

In caso di sconfitta il governo potrebbe decidere di dimettersi. Il il Regno Unito potrebbe chiedere una proroga dell’entrata in vigore della Brexit, dal 29 marzo alla prossima estate almeno.

Per una richiesta del genere, che prevede la proroga dell’articolo 50, serve una richiesta formale del Regno Unito e l’ok all’unanimità dei 27 stati membri. L’articolo 50 fissa in due anni la durata dei negoziati di uscita di un paese dall’Unione europea.

Accordo Brexit: come siamo arrivati fin qui

Dopo mesi di trattative le due parti, Unione europea e Regno Unito, hanno raggiunto un accordo che rimane tale sino a quando non sarà legge. (Qui abbiamo spiegato cosa prevede l’accordo e qui il nuovo accordo tra Regno Unito e Unione europea in 10 risposte)

Se sulla sponda europea questo appare avere la strada spianata con i 27 stati rimanenti che si muovono uniti per concludere, oltremanica la strada appare piena di ostacoli. Opposizioni che protestano e buona parte del parlamento che giura di voler far deragliare l’accordo non facendolo passare in aula.

Per entrare in vigore, l’accordo sulla Brexit richiede l’approvazione da parte del Consiglio Europeo, del Parlamento europeo e di quello britannico, e la ratifica dei paesi dell’Unione. Il punto più spinoso è quello che riguarda il nuovo confine politico, quello fra Repubblica d’Irlanda e Irlanda del Nord, per evitare la presenza di controlli e salvaguardare l’accordo di pace del 1998 fra le “due Irlande”.

Il 14 novembre il governo britannico aveva approvato la bozza di accordo sull’uscita del Regno Unito dall’Ue e diversi ministri hanno lasciato il loro incarico in segno di protesta.

Nonostante la crisi di governo, la premier Theresa May ha chiarito in un discorso alla nazione che non intende dimettersi. “Sono dispiaciuta che alcuni colleghi abbiano deciso di lasciare il governo, ma credo con ogni fibra del mio essere che il percorso creato è quello giusto”, ha detto May con riferimento alle dimissioni di tre ministri e due sottosegretari in polemica con l’accordo sulla Brexit.

Secondo la premier, l’intesa raggiunta con Bruxelles – che ora dovrà passare l’esame del Parlamento britannico – “protegge l’integrità del Regno Unito e l’accordo pacifico dell’Irlanda del Nord, lasciando il Regno Unito ma senza un confine fisico”.

“Nessuna ha proposto alternative per la Brexit, capisco che ci sono persone in difficoltà con il backstop, ne condivido alcune preoccupazioni, ma non c’e’ nessun accordo che possa essere raggiunto con la Ue che non coinvolga un backstop”, ha fatto notare May.

“Questo accordo è nell’interesse della nazione, possiamo garantirlo solo se restiamo uniti. Se non andiamo avanti con questa intesa, nessuno sa cosa accadrà, si aprirà un percorso profondamente incerto”, ha sottolineato la premier.

Cosa prevede l’accordo

L’accordo, un documento di 585 pagine, contiene previsioni che vanno nella direzione di una Brexit soft, che piace poco ai sostenitori più intransigenti dell’uscita del Regno Unito dall’Unione europea.

Per quanto riguarda il nodo più spinoso, quello della questione nordirlandese, si è sostanzialmente deciso di posticipare la soluzione: l’Irlanda del Nord continuerà in via temporanea a far parte del mercato unico europeo fino a quando non si troverà un accordo definitivo.

In questo modo si eviterà, almeno nel breve periodo, un confine fisico tra Irlanda del Nord, territorio del Regno Unito, e la Repubblica d’Irlanda, territorio dell’Unione europea. I Brexiter auspicavano invece una netta separazione, anche dal punto di vista commerciale, tra i due paesi.

In base all’accordo raggiunto, inoltre, il Regno Unito continuerà a far parte dell’unione doganale finché non si troverà un’intesa commerciale bilaterale con Bruxelles. Su questo punto, gli anti-europeisti britannici temono che Londra sia vincolata per anni al rispetto di regole europee, senza avere abbastanza voce in capitolo.

Numerosi gli articoli dell’intesa dedicati alla cooperazione giudiziaria, di polizia, allo scambio di informazioni e alla protezione dei dati personali. Ci sono norme anche sul trattamento di rifiuti radioattivi.

Importante l’articolo 132 che stabilisce che, entro il primo luglio 2020, un Comitato congiunto, copresieduto da Ue e Regno Unito, potrebbe decidere di estendere, senza alcun limite prefissato, il periodo di transizione, per il momento fissato al 31 dicembre 2020. In questo caso il Comitato congiunto deciderà l’entità del contributo di Londra alla Ue dal primo gennaio 2021 in avanti.