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La Libia ancora nel caos: il presidente al Serraj sfiduciato dai suoi vice

Il presidente è accusato di prendere decisioni senza il consenso dei suoi vice e di non essere in grado di garantire la sicurezza e la stabilità del paese

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al Serraj

La stabilità della Libia è sempre più lontana dall’essere raggiunta, come dimostrano le ultime vicende che hanno interessato il governo di Tripoli guidato da al Serraj e appoggiato dall’Onu.

Il presidente del Consiglio libico è stato sfiduciato pubblicamente dai suoi tre vice, Ahmed Maiteeq e Fathi Magbari e Abdul Salam Kajman, che lo hanno accusato di prendere decisioni senza il loro consenso e di non essere in grado di garantire la sicurezza e la stabilità del paese.

Un simile comportamento, secondo i tre firmatari, viola l’intesa alla base del Governo di accordo nazionale e del Consiglio presidenziale e mette a rischio la tenuta degli accordi Onu di Skirat del 17 dicembre 2015: firmata dai rappresentanti di  Tobruk e Tripoli,  l’intesa mirava alla creazione di un governo di unità nazionale.

I vice hanno accusato il presidente al Serraj di aver portato il paese sull’orlo di un nuovo scontro armato, avendo disatteso gli obiettivi degli accordi di Skirat come la lotta al terrorismo, all’immigrazione clandestina, oltre alla promozione di misure volte a migliorare la condizione dei cittadini libici e a favorire una pacifica transizione di poteri.

Secondo quanto scritto da Meitiq, Magbari e Kajman, il comportamento del presidente Serraj è la causa dell’instabilità che ancora regna in Libia e dell’imminente crollo delle istituzioni, oltre che dalla frammentazione interna al paese che risulta ancora impossibile da superare.

Nonostante il summit di Palermo e gli ultimi incontri internazionali che hanno visti protagonisti, ancora una volta, al Serraj e Haftar, la stabilità della Libia continua ad essere un obiettivo ancora difficile da raggiungere.

L’Onu punta da tempo alla creazione di un esercito nazionale, all’accentramento del potere e alla stesura una road map per arrivare elezioni nella primavera del 2019 e risolvere il problema dei flussi migratori che partono dalle coste della Libia.

Le elezioni parlamentari dovrebbero dare vita ad un nuovo organo legislativo e alla sostituzione del Parlamento di Tobruk e anche dell’Alto Consiglio di Stato di Tripoli per creare un unico centro di potere.

Al nuovo Parlamento spetterebbe poi il compito di emendare la Costituzione vigente e scrivere una legge elettorale per le presidenziali. Solo così si potrebbe garantire la stabilità al paese e porre fine all’embargo recentemente rinnovato dall’Onu fino al 2020.