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“Abbiamo combattuto l’Isis in Siria, ma per l’Italia siamo pericolosi. Adesso rischiamo di perdere la nostra libertà”

Eddy, Jacopo, Davide Jack e Pachino sono cinque ragazzi italiani che hanno combattuto in Siria del nord contro lo Stato islamico. Nei loro confronti la Procura di Torino ha chiesto la sorveglianza speciale perché considerati socialmente pericolosi

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Fonte: Facebook - Jacopo Bindi

Eddy, Jacopo, Davide Jack e Pachino. Cinque ragazzi che si sono impegnati in prima persona  nella lotta contro l’Isis nella Siria del nord, ma che per la Procura di Torino sono “socialmente pericolosi”.

Nessuno di loro si aspetta medaglie o particolari riconoscimenti dall’Italia, non pensano di essere degli eroi, ma di certo le accuse della Procura li lascia senza parole. Perché essere definiti “socialmente pericolosi” da un ordinamento che si basa sulla democrazia, sulla libertà, nato dalle macerie di una guerra mondiale e grazie alla lotta dei partigiani contro il regime fascista è quasi ridicolo, grottesco.

Per fare luce sulle accuse della Procura di Torino, che si pronuncerà il 23 gennaio, e capire cosa spinge dei ragazzi italiani a lasciare la propria casa per andare a combattere in prima persona contro l’Isis, TPI ha intervistato Jacopo Bindi, uno dei cinque attivisti per cui è stata chiesta la sorveglianza speciale.

La Procura ha richiesto la sorveglianza speciale. Di cosa si tratta?

La sorveglianza speciale fa parte del codice Rocco, quelle leggi promulgate sotto il fascismo poi ritoccate negli anni, ma la cui sostanza rimane sempre la stessa. Si tratta di una misura di prevenzione invasiva che prevede diverse limitazioni alla libertà personale.

Nel nostro caso, la Procura ha richiesto l’allontanamento dalla città di Torino, dovremmo sempre essere in casa negli orari notturni e ci verrebbe ritirata la patente di guida. Inoltre non potremmo incontrare più di 3 persone alla volta, il che vuol dire non poter partecipare a conferenze, manifestazioni, presentazioni di libri: in questo modo ci verrebbe impedito di partecipare alla vita politica e pubblica del paese.

Inoltre ci dovrebbero dare un libretto rosso da portare sempre con noi, una specie di documento alternativo per chi è un “sorvegliato speciale”.

Quanto tempo durerebbero queste limitazioni?

La sorveglianza speciale è stata richiesta per due anni e potrebbe essere estesa. Il problema di questa misura è che può essere richiesta anche in assenza di un crimine, per cui è difficile per noi difenderci, non c’è un reato che possa essere valutato oggettivamente. Tutto si basa su una valutazione della nostra personalità e della nostra presunta pericolosità sociale.

La richiesta della sorveglianza nasce perché siamo stati in Siria con le YPG (le Unità di protezione popolare curde, ndr), dove abbiamo ricevuto un addestramento militare: secondo la Procura siamo pericolosi perché potremmo mettere in pratica quanto appreso in Siria qui in Italia.

Qual è stato il tuo ruolo nelle comunità curde?

Ho fatto parte delle strutture civili della rivoluzione in Siria del nord, che è comunque un modo per partecipare alla lotta contro le milizie dell’Isis. Oltre a dover allontanare militarmente i jhiadisti dal territorio c’è anche un importante lavoro di costruzione delle comuni che va portato avanti. Parliamo di un lavoro di organizzazione della popolazione, dei giovani, delle donne, delle accademie…

La società che si sta costruendo nel nord della Siria parte da presupposti completamente diversi rispetto a quelli precedenti, basati su democrazia, libertà delle donne, convivenza pacifica ed ecologia.

L’obiettivo è proporre un’alternativa positiva per andare oltre la guerra e quelle appartenenze religiose ed etniche che possono portare a nuovi conflitti.

Cosa pensi delle accuse della Procura?

Sono infondate. È incredibile ed ipocrita che delle persone che sono andate in Siria e che hanno rischiato la loro vita combattendo in prima persona contro l’Isis una volta tornate in Italia siano considerate pericolose.

Il nostro Stato fa parte della coalizione anti-Isis (considerato un’organizzazione terroristica dall’Italia), i nostri politici usano il terrore e la violenza dello Stato islamico per fare campagna elettorale e diffondere la loro propaganda, accusano i migranti e i musulmani di portare il terrore in Europa, ma non muovono un dito per combattere l’Isis sul campo. Noi invece lo abbiamo fatto, ma una volta tornati siamo considerati “socialmente pericolosi”.

Cosa ti ha spinto ad andare in Siria?

Nella Siria del nord c’è un reale esperimento per la costruzione di una società basata su presupposti differenti come democrazia, pace, libertà ed ecologia che si impegna a combattere, non solo con le armi, contro l’Isis e ci tengo a far parte di questa lotta.

Se dico di credere in certi valori, che sono importanti per me, allora voglio essere protagonista della lotta per quegli stessi ideali. Per questo è importante per me andare in Siria e far parte di una realtà che si oppone allo Stato islamico, che rappresenta un problema anche per noi perché quella violenza poi la ritroviamo in Italia, magari sotto forma di attentati terroristici.

Anziché usare la retorica anti-Isis per fare propaganda e prendere voti noi ci impegniamo in prima persona per costruire una società sulla base di quei valori in cui crediamo.