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Attivista trans espulsa dall’Italia: “Ammanettata e deportata”. Il volontario: “Non ha potuto contattare l’avvocato”

Alessia P.M. aveva parlato del Milano Pride 2018: "Tre volte discriminata perché sono donna, transgender e immigrata"

Immagine di copertina
Credit: Andrea Mancuso - Nessuna persona è illegale

Attivista trans espulsa | Aveva parlato dal palco del Milano Pride 2018, dichiarando di essere “tre volte discriminata”, in quanto “donna, transgender e immigrata”. Ora l’attivista Alessia P.M. è tornata nel suo paese di origine, il Perù, e non per sua scelta.

La denuncia proviene dall’associazione di Milano Nessuna persona è illegale, che in un post su Facebook racconta l’espulsione e il rimpatrio di Alessia, avvenuto senza che le fosse garantita la possibilità di chiamare il suo avvocato.

Questa informazione è confermata a TPI.it da Cesare Mariani, volontario dello sportello legale e di medicina di strada del Naga.

Alessia era stata convocata presso il locale commissariato di polizia, dove si è recata nel pomeriggio di giovedì 27 dicembre. Non aveva il permesso di soggiorno, ma aveva presentato un ricorso contro il diniego del documento.

“Subito è stata trasportata in questura; ha fatto appena in tempo ad avvertirci con una brevissima telefonata, poi un lungo silenzio: sequestrato il cellulare, impediti i contatti con l’esterno”, scrive l’associazione Nessuna persona è illegale.

“Poi, alle sette del mattino del 28 dicembre, dopo una notte trascorsa in questura senza spiegazioni, le è stato detto che sarebbe stata condotta davanti ad un giudice poche ore dopo per l’esecuzione del rimpatrio; non le è stato concesso di contattare l’avvocata che seguiva la sua richiesta di permesso di soggiorno, che aveva tutti i documenti per dimostrare che l’espulsione era e continua a essere irragionevole; è stata deportata così, senza avere il tempo di salutare le tante persone che le sono state amiche in questi suoi anni italiani, sistemare la sua casa e i suoi affetti, scegliere che cosa portare con sé”.

Alessia è stata caricata su un volo per Roma, ammanettata, poi su un altro volo verso Sao Paulo e poi condotta a Panama, in un “viaggio lunghissimo e doloroso”.

“Da qualche ora Alessia è tornata in Perù: la violenza cieca del razzismo istituzionale si è abbattuta su di lei, su di noi, sulle decine di migliaia di persone che commosse avevano ascoltato le sue parole dal palco del Pride, dimostrando ancora una volta, caso mai ce ne fosse stato bisogno, quanto sia vuota una retorica che propaganda inclusività e buoni sentimenti senza affrontare le radici sociali, economiche e giuridiche della discriminazione e dell’ingiustizia”, prosegue il post dell’associazione.

Attivista trans espulsa | Cosa sappiamo finora

Alessia era arrivata in Italia quattro anni fa, con un visto turistico. In Francia aveva avuto per qualche tempo un permesso di soggiorno per motivi di salute, ma era dovuta scappare per il clima di odio verso le persone transessuali diffuso nel luogo in cui si trovava, come racconta Cesare Mariani, volontario dell’associazione Naga, che si batte contro le discriminazioni degli stranieri, a TPI.it.

In Italia Alessia e il suo compagno avevano avviato le pratiche per l’unione civile, che non hanno potuto completare perché il Comune di Roma ha impiegato mesi per fornire i documenti necessari.

Ieri Alessia è riuscita finalmente a parlare con la sua avvocata e con il compagno.

“L’avvocata di Alessia è stata avvisata con una pec (posta elettronica certificata, ndr) della questura alle 7 del mattino, per un’udienza fissata davanti al giudice di pace alle 11″, racconta Cesare Mariani.

“Essendo riuscita a controllare le mail solo nel pomeriggio non è stata presente all’udienza, dove con i documenti in suo possesso difficilmente il giudice di pace avrebbe potuto convalidare l’espulsione”.

In ogni caso, Alessia era stata fermata già 24 ore prima dell’udienza, arco di tempo durante il quale non le è stata data la possibilità di chiamare il suo avvocato.

“Si tratta di un comportamento lesivo dei diritti della persona, e purtroppo non è il primo caso”, commenta Mariani. “Questi atti, che noi chiamiamo deportazioni, sono in atto costantemente da diversi anni”.

“Un caso di cui mi sono occupato pochi mesi fa riguarda un uomo di 40 anni della Sierra Leone, titolare di un permesso umanitario”, prosegue Mariani. “Aveva vinto il ricorso contro il rifiuto di rinnovo del permesso da parte della questura di Lodi, ma nel frattempo è stato fermato per strada per un controllo, portato in questura, tenuto in isolamento per una giornata intera. Anche in quel caso la sua avvocatessa è stata contattata all’ultimo minuto, ma è riuscita a fornire la documentazione necessaria a provare che l’espulsione era stata sospesa, e solo perché si trovava già in tribunale”.

“La storia di Alessia mostra che da tempo una persona irregolare in Italia non ha alcuna possibilità di completare un processo di regolarizzazione, e deve superare un gran numero di ostacoli che la espongono per mesi a rischi. Può essere deportata da un giorno all’altro, senza possibilità di accesso alla difesa”, conclude il volontario del Naga.

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