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Cosa sta succedendo in Sudan e come andrà a finire stavolta?

Da due settimane migliaia di manifestanti protestano in piazza in Sudan contro un’inflazione salita quasi al 70 per cento, mentre la reazione delle autorità ha provocato decine di morti e centinaia di arresti. Non è la prima volta che il paese vive proteste represse nel sangue dal regime, ma oggi sembra esserci in gioco qualcosa di più.

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In meno di due settimane, alcune piccole manifestazioni cominciate nella città sudanese di Atbara contro l’aumento dei prezzi del pane e del carburante si sono allargate a tutto il Sudan, trasformandosi in una protesta generale contro il presidente Omar al-Bashir, al potere dal 1989, di cui la piazza chiede ormai le dimissioni.

Secondo le autorità di Khartoum, 19 persone sono state uccise in diverse province del paese dall’inizio delle proteste contro il carovita, cominciate il 19 dicembre, giorno del ritorno in Sudan di Sadiq al-Mahdi, ex primo ministro e leader del principale partito di opposizione Ummah.

L’organizzazione umanitaria Amnesty International riferisce di almeno 37 morti e decine di feriti, vittime della reazione delle forze di sicurezza contro i dimostranti. Secondo l’opposizione sudanese invece, i manifestanti uccisi sono almeno 22.

Le autorità hanno arrestato almeno 519 persone durante le proteste, mentre la Rete dei giornalisti sudanesi (SJNET), un gruppo locale che si batte per la libertà d’espressione in Sudan, ha proclamato uno sciopero di tre giorni contro la repressione voluta dal governo.

Anche le associazioni dei docenti e dei medici del paese hanno denunciato “l’uso eccessivo della violenza” da parte delle autorità nel reprimere le manifestazioni. Intanto, i servizi segreti hanno sequestrato alcuni giornali e la polizia è stata accusata di sparare sui dimostranti ad altezza d’uomo, con il preciso intento di uccidere.

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Ma cosa ha spinto i manifestanti in piazza? Il governo accusa l’opposizione di soffiare sul fuoco delle tensioni e ha promesso nuove riforme economiche per fronteggiare un’inflazione che ha raggiunto quasi il 70 per cento. In alcune aree del paese africano, il prezzo dei generi di prima necessità come il pane è addirittura triplicato. Non è la prima volta che il paese vive proteste represse nel sangue dal regime, ma questa volta sembra esserci in gioco qualcosa di più.

Secondo alcuni attivisti locali, questa potrebbe essere l’alba della primavera araba in Sudan, mentre nel 2020 si terranno le attese elezioni presidenziali, a cui il capo di stato Omar al-Bashir aveva prima promesso di non candidarsi, dopo quasi 30 anni di permanenza al potere, per poi rimangiarsi la parola data.

Una situazione economica disastrosa

Secondo la Banca mondiale, la crescita del Prodotto interno lordo del paese africano si è quasi dimezzata tra il 2015 e il 2018, passando dal 4,9 a poco più del 2,5 per cento. Il Fondo monetario internazionale stima invece una crescita del 3,7 per cento per quest’anno, mentre secondo la Banca mondiale le prospettive economiche future vedono un rialzo del Pil intorno al 3 per cento per il prossimo anno e al 3,4 per il 2020, anche se queste stime sono precedenti alle proteste in corso nel paese.

La situazione è diventata critica a partire dal 2011, anno della secessione ufficiale del Sud Sudan da Khartoum, che ha portato via al paese africano la maggior parte della produzione e delle esportazioni di petrolio, fonte imprescindibile di valuta estera e di entrate per il governo.

Questo ha reso ancor più difficile il contesto delle finanze pubbliche del Sudan, già gravate da un pesante debito, pari a oltre 50 miliardi di dollari (circa il 180 per cento del Pil) con 225 milioni di interessi da pagare ogni anno, e dalle sanzioni imposte al paese dagli Stati Uniti, che hanno limitato ancor di più gli scambi e i finanziamenti dall’estero.

Sebbene gli Stati Uniti abbiano revocato le sanzioni nell’ottobre dello scorso anno, Khartoum non è stata in grado di riprendersi dalla perdita di tre quarti della propria produzione di petrolio, anzi. A inizio anno, la Banca centrale ha abbandonato il regime di cambio fisso precedentemente in vigore, introducendo una banda di oscillazione entro cui le banche potevano scambiare liberamente sterline sudanesi per dollari, la cui soglia è stata progressivamente innalzata durante tutto l’anno.

A novembre, il tasso di inflazione del Sudan ha però raggiunto il 68,93 per cento, mentre quest’anno la valuta sudanese ha perso l’80 per cento del proprio valore rispetto al dollaro. Nonostante la Banca centrale abbia poi fissato il tasso di conversione giornaliero ufficiale a 47,5 sterline per dollaro, al mercato nero il cambio è salito tra le 64 e le 75 sterline contro la divisa statunitense per le somme in contanti e addirittura a 85 per i mezzi di pagamento come gli assegni.

E’ interessante notare questa discrepanza sul mercato nero tra il tasso di cambio per somme in contanti e quelle tramite assegni, che mostra una scarsa fiducia nel sistema bancario e un premio al rischio per scadenze future e quindi un pessimismo generale riguardo le previsioni economiche del paese. Il primo ministro, nonché ministro delle Finanze, Moutaz Mousa Abdallah, ha minacciato di adottare misure severe contro i cambiavalute che non rispettano il tasso ufficiale, ma queste dichiarazioni non hanno sortito effetti concreti.

La Banca centrale ha così deciso di fissare a 20mila sterline al mese (421 dollari al cambio ufficiale) il limite di prelievo dai bancomat del paese. A febbraio, questo limite era stato invece fissato a 60mila sterline. Tali misure, unite alla scarsa digitalizzazione dei sistemi di pagamento, rischiano di diminuire il contante in circolazione, aggravando la crisi della liquidità.

Inoltre, secondo il più recente rapporto del Fondo monetario internazionale, le riserve in valuta estera del paese ammontavano nel 2017 a poco più di 1,1 miliardi di dollari, capaci di coprire meno di due mesi di importazioni.

Per far fronte alla situazione, il premier Moutaz Mousa Abdallah, ha presentato in parlamento una proposta di bilancio per il 2019 che mira alla stabilizzazione del tasso di cambio, alla riduzione dell’inflazione, alla razionalizzazione della spesa pubblica e alla soluzione dei problemi di liquidità del paese, a spese però dei contributi sociali.

La proposta non prevede aumenti di tasse e imposte, a eccezione delle accise su tabacco e sigarette, ma riduce ulteriormente i sussidi alla popolazione. Secondo il governo, il rilancio della produzione petrolifera interna, in aumento del 33 per cento a 9,5 milioni di barili all’anno; la ripresa di quella del Sud Sudan a 67 milioni di barili all’anno, con contestuale pagamento a Khartoum di tasse di transito per l’esportazione; l’aumento delle esportazioni dovute al crollo del tasso di cambio e la crescita della produzione agricola dovrebbero portare a un aumento del 39 per cento delle entrate pubbliche rispetto all’anno precedente, con un calo del deficit al 3,3 per cento del Pil dal 3,7 registrato nel 2017.

Questi provvedimenti saranno finanziati da un prestito della Banca centrale, pari al 15 per cento del totale delle entrate nazionali, e da una revisione dei sussidi concessi alla popolazione per l’acquisto dei beni di prima necessità.

In questo contesto, il governo ha permesso il triplicarsi del prezzo di una pagnotta di pane, il cui costo è passato da una a tre sterline sudanesi, cioè da 20 a circa 60 centesimi di dollaro. La situazione risulta particolarmente grave considerando che il 46,5 per cento della popolazione vive al di sotto della soglia di povertà.

Questo ha portato alcune piccole proteste cominciate nella città di Atbara, situata nel nord est del paese, alla confluenza tra il fiume omonimo e il Nilo, a diffondersi in tutto il Sudan, fino a investire la capitale Khartoum, la vicina città di Omdurman e importanti centri come Um Rawaba, Gadaref e Port Sudan, e persino le comunità di rifugiati all’estero nel vicino Sud Sudan.

Una lunga storia di turbolenze politiche

Il popolo sudanese lotta da decenni per migliorare il proprio tenore di vita, mentre dal 1955, anno della sua indipendenza, il paese africano ha subito almeno quattro colpi di stato militari, una lunga guerra civile e una serie di conflitti etnico-religiosi che continuano ancora oggi, in particolare nelle regioni del Darfur e del Kordofan.

Nel 1989, il generale Omar Hasan Ahmad al-Bashir prese il potere ai danni dell’allora primo ministro Sadiq al-Mahdi, eletto tre anni prima alla guida del paese. Il golpe peggiorò il conflitto nel Sud Sudan, mentre il riconoscimento del nuovo regime da parte del Fronte Nazionale Islamico (NIF), ispirato dal religioso fondamentalista Hasan al-Turabi, portò alla reintroduzione della sharia nel paese.

In questo periodo, il Sudan ha persino ospitato il terrorista saudita Osama bin Laden, grazie proprio alla protezione di Turabi, che nel 1996 fu scelto come presidente del parlamento, la seconda carica dello stato dopo Bashir. Il leader di al-Qaeda decise di usare il Sudan come base per le sue operazioni fin proprio al 1996, quando si trasferì in Afghanistan a seguito delle pressioni internazionali sul paese africano. Turabi, che era anche cognato del già citato leader dell’opposizione al-Mahdi, fu poi incarcerato da Bashir e rilasciato solo nel 2005.

Proprio quell’anno si è conclusa ufficialmente la guerra nel sud, ma in seguito sono scoppiati altri conflitti, come quello in Darfur e in Kordofan. Durante questa lunga serie di guerre, Bashir è stato accusato di genocidio e altre gravi violazioni dei diritti umani commesse soprattutto nella regione occidentale del paese, dove agivano milizie fondamentaliste islamiche resesi colpevoli di massacri ai danni della popolazione non musulmana.

La Corte penale internazionale (CPI) ha emesso ben due mandati di cattura per Bashir, accusandolo di genocidio, crimini contro l’umanità e crimini di guerra in Darfur. Il presidente del Sudan ha sempre negato le accuse, sostenendo che la Corte è uno strumento politico che mira a danneggiare il paese africano.

Durante tutto questo periodo, la comunità internazionale ha imposto una serie di sanzioni mirate al Sudan, mentre gli Stati Uniti hanno optato per un embargo generale contro il paese, revocato soltanto a ottobre 2017. Queste misure, unite all’instabilità e agli endemici conflitti che hanno colpito in passato e ancora colpiscono il paese, hanno limitato le capacità del Sudan di crescere a livello economico.

Secondo l’ong statunitense Enough Project, la crisi economica che sta colpendo il Sudan è “auto-inflitta” e non è altro che il risultato di 30 anni di corruzione diffusa e di una cattiva gestione delle finanze e dell’economia da parte dello stesso regime di Bashir, che invece ha spesso cercato di incolpare le sanzioni imposte al paese del tracollo vissuto da Khartoum, motivo di anni di proteste.

Già nel 2013 infatti migliaia di persone avevano protestato contro l’aumento dei prezzi di carburante e gas da cucina. Anche allora, il governo usò la forza per reprimere le manifestazioni. Centinaia di persone furono arrestate e, secondo diverse organizzazioni umanitarie internazionali, furono uccisi più di 200 manifestanti.

Ancora nel 2016 le strade di Khartoum furono teatro di forti proteste con diversi episodi di disobbedienza civile e scioperi, che coinvolsero anche le università e le scuole. Questa ondata di manifestazioni seguì un drammatico aumento del prezzo di medicinali, carburante ed elettricità.

Altre proteste represse nel sangue dalle autorità sudanesi hanno caratterizzato l’inizio di quest’anno, quando la popolazione era scesa in piazza contro gli aumenti dei prezzi delle materie prime e soprattutto dei generi alimentari seguiti all’approvazione della legge di bilancio 2018, che aveva già abrogato il regime di sussidi concessi alla popolazione per l’acquisto di grano e privatizzato questo commercio.

Come andrà a finire e cosa c’è in ballo stavolta?

All’inizio di questa settimana, anche i medici e il personale ospedaliero si sono uniti allo sciopero proclamato dall’Associazione dei professionisti del Sudan. E’ possibile che anche altre categorie, oltre a docenti e giornalisti, si uniranno a queste dimostrazioni, soprattutto se continueranno le violenze.

Diversi esponenti del partito di governo del paese, il National Congress Party (NCP), hanno fatto sapere di comprendere le preoccupazioni dei manifestanti, ma hanno accusato l’opposizione di mirare a “destabilizzare lo stato”.

Intanto, le forze armate del Sudan hanno ribadito la propria fedeltà al presidente. “Le forze armate ribadiscono il proprio sostegno alla leadership (del paese) e il proprio vivo interesse per la salvaguardia del benessere e della sicurezza del popolo, del sangue, dell’onore e dei beni della nazione”, si legge in una nota pubblicata il 24 dicembre dall’esercito e citata dall’agenzia di stampa ufficiale SUNA.

A Natale, lo stesso Bashir ha detto di comprendere le ragioni della protesta. Il presidente del paese africano si è rivolto al paese dal palco di una manifestazione tenuta a Khartoum a sostegno del suo governo, promettendo “vere riforme” in ambito economico. Il capo dello stato ha aggiunto che l’amministrazione resta impegnata a sviluppare “riforme economiche che garantiscano ai cittadini una vita decente”.

Ma i manifestanti chiedono ormai a gran voce le dimissioni di Bashir. Le dimostrazioni in corso in questi giorni sono in generale più affollate di quelle degli ultimi anni e questa volta la posta in gioco a livello politico potrebbe essere più alta .

Il presidente non ha infatti specificato alcuna misura che intende intraprendere, mentre gli arresti continuano. Il suo atteggiamento di fronte alla crisi resta infatti ambiguo. In un altro discorso tenuto nella cittadina di Wad El Haddad, nello stato di El Gezira, Bashir ha definito i manifestanti “traditori, agenti stranieri e mercenari” che “hanno sfruttato le difficoltà della popolazione per sabotare” il paese.

L’opposizione sembra invece voler cavalcare la protesta per giungere alla cacciata del presidente prima delle prossime elezioni. Il mandato di Bashir dovrebbe infatti terminare nel 2020. Tra il 2012 e il 2017 il presidente sudanese ha sempre smentito di volersi candidare per un terzo mandato. A settembre però, il capo di stato sudanese si è rimangiato la parola data, annunciando apertamente di essere pronto a candidarsi alle presidenziali, dopo la modifica dello statuto del proprio partito NCP.

A inizio dicembre, 294 deputati sudanesi in rappresentanza di 33 diversi partiti politici hanno presentato in parlamento una proposta di legge per emendare la costituzione al fine di consentire al presidente di candidarsi per un terzo mandato.

Il ritorno nel paese africano del leader dell’opposizione ed ex primo ministro al-Mahdi, coinciso con l’inizio della protesta, mostra come questa volta ci sia in ballo ben più dei sussidi all’acquisto di carburante e grano.

Secondo Magnus Taylor, ex analista dell’International Crisis Group (ICG), un’organizzazione non governativa che svolge attività di ricerca sul campo in materia di conflitti, il presidente sudanese è però intenzionato a mantenere il potere, come dimostrato dalle recenti nomine ai vertici dello stato.

A febbraio, il capo dello stato ha nominato Salah Abdallah, meglio conosciuto come Salah Gosh, come direttore del Servizio nazionale di intelligence e sicurezza (NISS), i servizi segreti del paese.

Gosh era già stato direttore del NISS tra il 2004 e il 2009, dopo di che era stato nominato consigliere per la sicurezza del presidente sudanese, incarico da cui era stato licenziato nel 2011, mentre l’anno successivo era stato addirittura arrestato perché accusato di aver preso parte a un tentativo di colpo di stato militare. Nel 2013, le accuse sono però state ritirate e il militare è stato rilasciato, dopo aver ottenuto l’amnistia da parte del presidente.

Il direttore del NISS è considerato una delle menti della guerra in Darfur da diverse organizzazioni civili sudanesi, secondo cui, durante il suo mandato, i servizi divennero più potenti di quanto non fossero mai stati in precedenza. Nel 2005, il New York Times riferì di una visita di Gosh negli Stati Uniti per una consultazione con alcuni funzionari della CIA, come ricompensa per la cooperazione del Sudan nella lotta contro al-Qaeda in seguito agli attacchi dell’11 settembre 2001. L’uomo è stato accusato da diverse organizzazioni per la tutela dei diritti umani di torturare i propri detenuti.

A settembre poi, Bashir ha licenziato l’intero governo e nominato un nuovo primo ministro, alla guida di un’amministrazione composta da 21 ministeri in luogo dei precedenti 31. La fedeltà delle forze armate, dei servizi di sicurezza e un governo formato da fedelissimi si aggiunge alla congiuntura internazionale meno sfavorevole degli anni precedenti.

La posizione internazionale di Khartoum è infatti migliorata rispetto a quella di alcuni anni fa, quando il paese era considerato un paria dalla comunità delle nazioni, a causa delle atrocità compiute durante i vari conflitti che hanno attanagliato il Sudan.

Nei prossimi mesi, se vorrà restare al potere, Bashir dovrà quindi riuscire a gestire il malcontento popolare dovuto alla situazione economica, cercando di attirare investimenti esteri ed evitando di perdere consenso internazionale, infierendo sui manifestanti, per non rischiare di perdere gli aiuti necessari a far fronte all’emergenza del debito.