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La storia dietro la punizione al contrario dello Zaire ai Mondiali 1974

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La famosa punizione al contrario dei Mondiali del 1974

Possiamo ricordare i Mondiali di Germania Ovest 1974 per tante ragioni: il calcio totale degli olandesi di Cruyff, la vittoria dei padroni di casa, la loro sconfitta nel girone in uno storico derby con la DDR o la delusione dell’Italia, fuori nel girone eliminatorio dopo lo storico secondo posto ai Mondiali in Messico quattro anni prima. Ma c’è anche un altro episodio, apparentemente meno determinante nella storia del calcio, per cui si ricordano quei Mondiali: la celebre “punizione al contrario” calciata dal terzino dello Zaire Joseph Mwepu Ilunga.

In quel 1974 lo Zaire – che oggi si chiama Repubblica Democratica del Congo – era divenuta la prima nazionale dell’Africa subsahariana a qualificarsi per i Mondiali. Il percorso delle squadre africane non era stato semplicissimo: nel 1934 aveva partecipato l’Egitto e nel 1966, messe tutte insieme in un unico calderone con Asia e Oceania per un unico posto al Mondiale, le nazionali africane decisero di boicottare in massa il torneo, rivendicando un posto di diritto. Dopo la qualificazione del Marocco nel 1970, la presenza dello Zaire nel 1974 rappresentava una grande conquista per tutto il calcio africano.

Tuttavia, se ancora oggi il calcio africano non riesce a essere determinante su scala globale – il miglior risultato in una Coppa del Mondo per una nazionale del continente restano i quarti di finale, raggiunti dal Camerun nel 1990, dal Senegal nel 2002 e dal Ghana nel 2010 -, il divario con le grandi europee e sudamericane nel 1974 era ancora più ampio.

Se nelle grandi nazionali c’erano giocatori di alcuni dei più grandi club del mondo, non si può dire lo stesso dello Zaire, dove tutti i convocati giocavano in club locali all’epoca semisconosciuti. Il Mazembe Lubumbashi, ad esempio, era una delle squadre più presenti. Più tardi avrebbe cambiato nome in Tout Poissant Mazembe e nel 2010 sarebbe diventata la prima squadra africana a raggiungere, contro l’Inter, la finale di un Mondiale per club. Ma questo 36 anni dopo, perché nel 1974 la storia era ben diversa.

Lo Zaire era diventato indipendente nel 1960, anno in cui gran parte dei Paesi africani acquisirono l’indipendenza dalle potenze coloniali che li controllavano in precedenza: fino a quell’anno era infatti la principale colonia del Belgio ed era nota con il nome di Congo Belga. Ma l’inizio della storia dello Zaire indipendente non fu delle più semplici.

Il Belgio, infatti, resa indipendente la sua ex colonia con il nome di Repubblica Democratica del Congo, non immaginava un’indipendenza in toto, e puntava a continuare a controllare gran parte della società locale. Di diverso avviso era invece l’eroe dell’indipendenza nonché primo ministro Patrice Lumumba, che si affrettò a proclamare l’africanizzazione di numerosi settori della società, a partire dall’esercito, i cui quadri erano ancora belgi. Una differenza di posizioni che culminò in una crisi.

Il Belgio, in risposta alle posizioni di Lumumba, inviò l’esercito nella regione mineraria del Katanga, sostenendone la secessione. In questo contesto, un generale congolese fece arrestare il leader indipendentista, lo portò in aereo a Elisabethville – città che oggi porta il nome di Lumumbashi – e lì lo fece giustiziare. Il nome di quel generale era Joseph Desire Mobutu, e dal 1965 divenne, grazie a un colpo di stato, presidente della Repubblica Democratica del Congo che, nel 1971, prese il nome africanizzato di Zaire.

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Fu in questo contesto che lo Zaire riuscì ad arrivare ai Mondiali del 1974. E adesso torniamo a quei mondiali, nello specifico al Westfalenstadion di Dortmund, dove la nazionale africana si apprestava a giocare contro la Scozia la sua storica prima partita.

Quella sera la formazione africana, decisamente la squadra meno accreditata a superare il girone con gli scozzesi, la Iugoslavia e, soprattutto, il Brasile, riuscì a limitare i danni perdendo solo 2-0: un risultato che avrebbe potuto portare a un Mondiale magari non eccellente ma dignitoso. Ma la partita successiva ebbe un sapore ben più amaro.

La partita con la Iugoslavia fu un vero dramma per gli africani: non si limitarono infatti a perdere, ma subirono l’umiliazione di un 9-0. Una sconfitta che quasi li coprì di ridicolo di fronte al mondo, facendo passare il messaggio che l’Africa e lo Zaire ancora non erano pronti per giocare a calcio ad alti livelli.

Ora facciamo un rapido passo avanti alla partita successiva, la terza del girone, contro il Brasile di Jairzinho e, soprattutto, di Roberto Rivelino, uno dei più grandi tiratori di calci di punizione di sempre. Mentre il Brasile sta vincendo agevolmente per 3-0, all’85esimo minuto proprio Rivelino sta per tirare un calcio di punizione da una posizione favorevole. Ha già piazzato la palla e si sta apprestando a prendere la rincorsa, concentrato nel cercare l’angolo giusto per battere il portiere avversario. Ma proprio in quel momento dalla barriera dello Zaire esce di corsa Joseph Mwepu Ilunga, che calcia la palla allontanandola. Un gesto apparentemente privo di senso, una punizione al contrario a tutti gli effetti.

Sotto: la punizione al contrario

Perché Mwepu aveva fatto una cosa del genere? Il gesto scatenò inevitabilmente l’ilarità del pubblico, e si scatenarono voci secondo cui i poveri abitanti dello Zaire non conoscessero le regole del calcio, pensando che se dopo alcuni secondi una punizione non era stata tirata allora avrebbero potuta tirarla loro o altre storielle simili.

In realtà il gesto non fu né una mancanza di conoscenza delle regole, né un raptus impulsivo, ma come lo stesso Mwepu raccontò solamente nel 2002 si tratto di un gesto che contribuì alla salvezza sua e dei suoi compagni.

Facciamo di nuovo un passo indietro, ma non di molto, fermandoci all’intervallo di tempo tra la sconfitta per 9-0 con la Iugoslavia e l’ultima partita con il Brasile. Era evidente a tutti, anche alla propaganda della dittatura di Kinshasa, che lo Zaire non aveva i numeri per competere con le altre squadre. E la dittatura, però, pur potendo accettare una sconfitta dignitosa, non poteva accettare che il Paese potesse essere messo in ridicolo davanti a tutto il mondo con sconfitte come quella contro la Iugoslavia. Fu così che Mobutu mandò le guardie presidenziali dai calciatori dicendo loro che se avessero perso con oltre tre goal di scarto nella partita con il Brasile non sarebbero tornati vivi a casa.

Ora proviamo, per quanto possibile, a immedesimarci in Joseph Mwepu Ilunga quando dopo questa minaccia, a 15 minuti dalla fine della partita, si trovava in barriera ad attendere la punizione di uno dei più grandi tiratori della storia del calcio. Non possiamo neanche immaginare cosa abbia pensato, ma a un certo punto ha avuto un’idea, forse stupida, forse che lo avrebbe messo in ridicolo di fronte al mondo intero, ma che avrebbe potuto significare la salvezza per la sua squadra. Mwepu tirò lui la punizione, tra i sorrisi ironici di tutti, guadagnandosi anche l’ammonizione da parte dell’arbitro.

In quel momento il terzino dello Zaire si era sicuramente guadagnato le ironie, i sorrisetti, le battute e anche l’ammonizione, ma aveva rotto la concentrazione dei brasiliani, che così non segnarono su quella punizione. La partita finì 3-0 per i brasiliani, e pur se ultimi del girone, con zero goal fatti e 14 subiti, i giocatori dello Zaire poterono tornare a casa sani e salvi.

Prima del Mondiale, come raccontò lo stesso Mwepu, i giocatori pensavano di tornare milionari in patria. Un giorno, mentre erano in Germania, vennero avvisati che non avrebbero ricevuto il premio per la partecipazione: probabilmente se ne erano appropriati i numerosi funzionari zairesi che accompagnavano la squadra. Quel giorno fu lo stesso in cui poco dopo la squadra scese in campo con la Iugoslavia, perdendo 9-0.

Dopo anni di spietata dittatura, caratterizzata da un invasivo culto della personalità (tutti i programmi televisivi erano preceduti da un’immagine del presidente che scendeva dai cieli attraverso le nuvole), da una radicalissima corruzione che portò a una grave crisi economica e la mancanza di diritti umani, Mobutu fu gradualmente isolato dalla comunità internazionale, dovette accettare l’istituzione di un parlamento multipartitico e, nel 1997, venne rovesciato da un colpo di stato. Lo stesso anno morì, proprio mentre il nuovo regime ridava allo Zaire il vecchio nome di Repubblica Democratica del Congo.

Joseph Mwepu Ilunga, invece, continuò a giocare per la sua squadra, il Mazembe, fino al 1980. Nel 2002 volle fare chiarezza, facendo finalmente capire la storia dietro a quel gesto, forse l’unico per cui è ricordato in tutto il mondo, che tutto fu fuorché privo di senso. È morto nel 2015, a 65 anni, dopo una lunga malattia.