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Tariffe elevate, condizioni igieniche allarmanti, bambini discriminati: lo stato delle mense scolastiche in Italia

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Bambini stranieri esclusi. Tariffe esagerate. Condizioni igienico-sanitarie da “film dell’orrore”. Sempre più spesso l’argomento mense scolastiche finisce in cima alle cronache nazionali. Oltre a rappresentare un tema caldo per ogni famiglia che abbia un figlio tra i 0 e i 14 anni.

I dati MIUR sulla percentuale di alunni che frequentano la mensa confermano una situazione allarmante: in 9 regioni italiane più del 50 per cento degli alunni non ha la possibilità di usufruire del servizio mensa.

La situazione si fa allarmante al Sud, dove gli alunni che usufruiscono del servizio sono una minoranza: in Sicilia non accede alla mensa l’81,05 per cento degli alunni, a seguire il Molise (80,29 per cento), la Puglia (74,11 per cento), la Campania (66,64%) e la Calabria (63,78%).

La presenza della mensa nelle scuole non è garantita in modo uniforme sul territorio perché la legge prevede che sia un servizio a domanda individuale, che può essere o non essere garantito dai comuni, compatibilmente con le loro esigenze di bilancio. La mensa non è riconosciuta come un servizio pubblico essenziale, e di conseguenza non tutti gli alunni hanno le stesse possibilità di accesso.

Di seguito alcuni dati interessanti per comprendere il fenomeno mense scolastiche in Italia:

Tariffe

La spesa media per una famiglia italiana che ha due figli, uno al nido e uno alla primaria, spende circa 82 euro in media. A rivelarlo è un rapporto di Cittadinanza attiva “Servizi in…Comune. Tariffe e qualità di nidi e mense”.

Molto ampio è il gap di tariffe tra le varie città. Si va dai 128 euro di Livorno ai 32 di Barletta.

Tra le regioni, è l’Emilia Romagna quella dove in media si spende di più per la mensa scolastica, con una spesa media di 104 euro. La Sardegna è invece la regione in cui la spesa di ciascuna famiglia è più bassa: 64,70 euro in media, seguita a breve distanza dalla Puglia, dove si spendono 67,40 euro.

Tre mense su quattro sono date in appalto esterno, mentre solo una è gestita dal comune o direttamente dalla scuola.

Nel 60 per cento dei casi ci sono agevolazioni per le famiglie in difficoltà economica. Sono solo 199 i comuni che applicano l’esenzione sulla base del reddito sotto una certa soglia ISEE, a prescindere dalla valutazione dei servizi sociali o educativi.

Le tariffe giornaliere massime variano da 2,5 euro a Perugia ai 7,2 euro a Ravenna, mentre le minime, oltre la soglia dell’esenzione, variano da un minimo di 0,3 euro a Palermo a 6 euro a Rimini, come emerge dal rapporto “(Non) tutti a mensa 2018” di Save The Children”.

Ai bambini piace mangiare a mensa?

Più di uno studente su due, il 57 per cento, dice di mangiare a mensa volentieri, ma solo il 14 per cento di loro gradisce tutti i cibi che vengono serviti. Le cose di cui più si lamentano gli studenti sono la monotonia del cibo, le scarse porzioni, lo squallore delle sale mensa. Sono questi i motivi che spingono il 43 per cento degli studenti ad affermare di non amare mangiare a scuola.

Un bambino e un docente su cinque conferma la presenza di alcuni compagni che portano il pasto da casa che viene consumato in un tavolo separato nella stessa mensa, o nell’aula in cui si fa lezione.

Condizioni delle mense

Nel rapporto di Cittadinanza si prendono in esame 51 scuole in 12 regioni (Abruzzo, Calabria, Campania, Lazio, Lombardia, Marche, Molise, Piemonte, Puglia, Sardegna, Sicilia e Umbria) per un totale di 598 gli intervistati fra bambini, docenti, genitori e rappresentanti della Commissione mensa.

Il 10 per cento non dispone di un locale adibito a mensa, ma si utilizzano le stesse aule in cui si fa lezione. Le mense monitorate, in generale, sono in discreto stato: solo il 4 per cento ha distacchi di intonaco e l’8 per cento altri segni di fatiscenza come umidità, infiltrazioni di acqua.

Le porte antipanico sono assenti nel 45 per cento dei casi e nel 4 per cento delle mense sono presenti barriere all’ingresso.

L’85 per cento dei bambini inoltre ritiene che i locali siano abbastanza o molto puliti e luminosi, abbastanza o molto spaziosi per il 71 per cento e sicuri per l’81 per cento.

L’80 per cento dei bambini segnala inoltre che i locali siano molto rumorosi, poco accoglienti, (il 57 per cento) e poco allegri (il 45 per cento).

Qualità del cibo

Solo il 14 per cento degli intervistati sostiene di mangiare tutto a mensa, mentre il 35 per cento mangia solo alcuni cibi, in particolare dolci e gelato (77%), pizza (75%), carne (63%), frutta fresca (58%), pasta al pomodoro (50%).

I cibi meno graditi sono verdure cotte e minestre (rifiutati da due terzi dei bambini), pesce (sgradito al 58%), pasta in bianco (44%).

Il menù è vario e vengono serviti cibi stagionali secondo l’81 per cento dei genitori. Il 65 per cento dei genitori ritiene che le porzioni siano adeguate e l’83 per cento di loro sostiene che i propri figli siano contenti di mangiare a mensa.

Spreco di cibo

L’81 per cento degli intervistati afferma che vengono usate tovaglie di carta per apparecchiare i tavoli della mensa, le stoviglie sono usa e getta nel 58 per cento dei casi, l’acqua servita è quella di rubinetto nel 31 per cento dei casi, mentre nel 66 per cento delle mense si beve acqua minerale.

I cibi avanzati vengono per lo più buttati (59 per cento), oppure riproposti a merenda, nel caso di pane e frutta.

Mense irregolari

Una mensa su 3 è irregolare. Questo quanto emerso dai controlli condotti dai carabinieri del Nas, d’intesa con il ministero della Salute, dall’inizio dell’anno scolastico.

Sono state controllate in tutto 224 mense negli istituti scolastici di tutta Italia e in 81 gli agenti hanno individuato irregolarità: per 7 è stata disposta la sospensione del servizio a causa della “grave situazione igienico-strutturale” riscontrata.

Per quanto riguarda le 81 irregolari, i Nas hanno contestato 14 violazioni penali, 95 infrazioni amministrative alle normative nazionali e comunitarie e hanno denunciato 15 persone alle autorità giudiziarie.

Inoltre, sono state erogate sanzioni pecuniarie per oltre 576 mila euro.

Nel corso delle loro indagini, i carabinieri del Nas hanno anche individuato e sequestrato oltre 2 tonnellate di derrate alimentari “prive di indicazioni di tracciabilità e provenienza dei prodotti, detenute in ambienti e condizioni inadeguati nonché scadute di validità”. (Qui tutti i dettagli).

Bambini stranieri discriminati ed esclusione dei figli di morosi

Il caso più noto è quello di Lodi, dove bambini figli di stranieri erano stati esclusi in sostanza dalla possibilità di accedere ai servizi scolastici come mense e bus alle stesse condizioni dei bambini italiani.

La giunta a guida leghista, con la delibera del Consiglio Comunale n. 28/2017, aveva introdotto infatti un regolamento che imponeva agli immigrati di far certificare nei paesi d’origine l’assenza di proprietà immobiliari. (Qui i dettagli).

Save The Children ha stilato il rapporto “(Non) tutti a mensa 2018”, che monitora il servizio di refezione nelle scuole primarie prendendo in esame 45 comuni capoluoghi di provincia con più di 100mila abitanti.

Come più volte denunciato dall’Organizzazione a sostegno dei bambini, sono diversi i comuni in cui i bambini figli di genitori morosi devono rinunciare al pasto della mensa: in molti casi i bambini subiscono l’umiliazione di separarsi dai compagni per tornare a casa o consumare il pasto in classe, o addirittura non passare un tornello, perché la card non può essere ricaricata in tempo dai genitori.

Tali prassi, come denuncia Save The Children, non fanno altro che aumentare le diseguaglianze sociali di appartenenza e fanno ricadere così il peso delle difficoltà economiche dei genitori direttamente sulle spalle dei bambini.

Le separazioni imposte agli alunni durante il tempo dedicato al pasto, un tempo che al contrario dovrebbe esser vissuto come un’occasione educativa e di integrazione sociale, oltre che di educazione alimentare e di sana alimentazione, diventa così un momento in cui i bambini vivono una forte discriminazione.

Purtroppo questa politica esclusiva e discriminante è più che diffusa in Italia: sui 45 comuni monitorati, 9, degli 11 comuni che prevedono la sospensione dal servizio del bambino in caso di morosità delle famiglie, applicano l’esclusione, mentre gli altri 34 comuni hanno risposto di non rivalersi sugli alunni in caso di morosità dei genitori, attivando da norma le procedure di recupero crediti.