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Theresa May, la Brexit sono io

La premier ha vinto l’attesa sfida lanciata dai ribelli del suo partito sulla sua leadership, ma non correrà alle prossime elezioni

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Theresa May

Theresa May ha vinto la sfida all’interno del partito conservatore per la leadership, con a 200 voti a favore e contro 117 su un totale di 317 parlamentari del suo stesso partito, adesso al governo. Sarà ancora lei la leader, ma ha promesso che non correrà alle prossime elezioni, come vuole la regola di chi è alla testa del partito. Tale vittoria farà si che, sempre secondo le regole, per un anno non possa essere sfidata.

Lei stessa aveva sottolineato come l’assenza di tempo per il cambio al timone richiederebbe troppo tempo che in questo delicato momento il Regno Unito non si può permettere di sprecare.

La sfida era partita dopo che era stata raggiunta la soglia delle 48 lettere da parte dei parlamentari alla Commissione 1922 che si occupa appunto della leadership del partito. 48 che corrisponde al 15% dei parlamentari di fede Tory, soglia stabilita per statuto per far partire la petizione interna al partito. Porta con se la certezza che 117 parlamentari a lei non credono più. Non sono pochi.

Ad ogni modo, ancora una volta, qualora all’interno del partito conservatore ci fossero stati dubbi su chi debba stare al timone della nave nella tempesta sul mare della Brexit, la risposta è stata chiara. Lei e soltanto lei. Ma, come detto, ha promesso ai conservatori che non sarà più in cabina per le prossime elezioni, e forse, era una promessa che qualcuno voleva sentirsi fare. Fine del mandato, fine della sua permanenza al N°10 di Downing Street.

Nessuno può sostituire Theresa May, quantomeno per adesso. E per l’ennesima volta l’attuale premier ha messo il punto esclamativo facendo chiarezza su come, i Tories, non abbiano per adesso nessuno che la possa disarcionare. Qualora avesse perso, non era chiaro chi fossero i reali contendenti, tanti nomi ma nessuno dato per certo.

Ad aiutare la May è stato anche il fattore tempo, perché anche se per una parte del suo partito non è la leader perfetta, sceglierne un’altro richiederebbe troppo. Lo stesso tempo che oramai si fa sempre più prezioso e che non va sprecato perché Marzo si avvicina.

Così alla fine ha superato anche questo ostacolo. Sin dalle prime ore e dalle prime dichiarazioni, tutto il governo si è schierato dalla parte di Theresa May. La conta dei voti a favore si è rivelata da subito a suo favore. Uno dopo l’altro hanno manifestato pubblicamente il loro supporto.

Il problema adesso sarà ottenere quella del parlamento per far si che l’accordo siglato con Bruxelles diventi legge.

Lo stesso voto per cui ha dovuto incredibilmente, ma nemmeno più di tanto, rimandare la votazione parlamentare, certa che l’aritmetica l’avrebbe condannata. Theresa May ha fatto sapere che lo riporterà a votazione entro il 21 gennaio, sperando che in questo tempo riesca a trovare i numeri per farlo passare, altrimenti ogni scenario è possibile. Elezioni, dimissioni, referendum o uscita senza accordo, con quest’ultima vista come un’autentica catastrofe.

Il patto sottoscritto con Bruxelles è stato un tentativo di Theresa May di accontentare ambedue le sponde del partito conservatore, allo stesso tempo, come spesso accade, scontentandole ambedue. E’ troppo europeista per gli ortodossi della Brexit, è troppo poco “europeista” per il fronte dei Remainer e che adesso premono per una versione “soft”.

Ma i patti oramai sono conclusi, e da Bruxelles lo hanno detto a chiara voce. Il patto sottoscritto è l’unico possibile e il massimo a cui le due parti potessero giungere, unica versione di una trattativa che ha tenuto banco, per 18 lunghi mesi dalla data della notifica, sul dibattito politico all’ombra del Big Ben.

Il timore dei Brexiteer è quello di rimanere intrappolati nel backstop che prevede il trattato. Infatti, se non si trova una soluzione migliore per tenere il confine aperto fra la Repubblica d’Irlanda e l’Irlanda del Nord, allora tutto il Regno Unito rimarrà “intrappolato” nell’Unione doganale europea senza poter avere potere nella decisione delle regole che esso dovrà rispettare. In aggiunta, lasciando in ostaggio l’Irlanda del Nord anche nel mercato unico, per far si che il confine fra le “due Irlande” rimanga invisibile.

Intrappolati come il Big Ben da qualche tempo a questa parte, in fase di ristrutturazione e chiuso dentro dei ponteggi per dargli nuova vita. Ma le impalcature fra qualche anno andranno rimosse , e la torre con l’orologio sarà nuovamente libera. Sarà così anche per il Regno Unito? Si, ma libero da chi?