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“Non ci renderete sospettosi, non ci farete cambiare idea sul mondo”: l’attentato a Strasburgo raccontato una studentessa Erasmus

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Credit: Sebastian Gollnow/dpa/Afp

Era una sera come le altre e studiavo in camera per l’esame che avrei avuto il giorno dopo. O meglio, sarebbe dovuta essere una sera come le altre, e non lo è stata.

Si apre la porta della camera e la mia coinquilina mi avvisa di una presunta sparatoria in centro. Le prime notizie sono sempre vaghe e confuse, ci sembra strano ma non ci sentiamo allarmate.

“Spari, urla, gente in terra: io eurodeputato a Strasburgo vi racconto cosa ho visto ieri sera”

Poi iniziano le telefonate. Amici, parenti, persone che non sentivo da tempo o persone che si sono sempre interessate a me e che temono in un momento di incertezza.

A quel punto la mia concentrazione inizia a diminuire e capisco che forse la magia della celebre “capitale del Natale” si è rotta, improvvisamente. Decidiamo di informarci meglio per capire l’accaduto, se forse quei colpi esplosi non fossero indice di qualcosa di più grave.

Ed è allora che confrontando informazioni dei media italiani e francesi ci rendiamo conto che si tratta di un attentato in centro, dove le vistose decorazioni natalizie e l’imponente albero di Natale in piazza Kleber riempiono di vita una piccola cittadina dell’Alsazia.

Noi siamo qua da mesi, in Erasmus, e la tranquillità di questa città ci aveva sempre affascinato venendo da una città caotica e rumorosa come Roma. Un morto e undici feriti, la prima notizia che arriva. Poi diventano due vittime e tredici feriti di cui almeno sette gravi.

Il bilancio è incerto, tante persone barricate nei locali in centro. In tre delle vie più gioiose di Strasburgo si era consumata la tragedia.

Iniziano ad essere caricati dei video di gente che scappa in tutte le direzioni, le urla e il rumore dell’arma che colpisce senza pietà il cranio di una delle vittime. Noi ci trovavamo in casa dal pomeriggio e tutto sembrava più attenuato quasi inesistente dal quartiere ebraico, non così distante dal luogo dell’accaduto.

Continuiamo a rispondere a chiamate e messaggi con parole rassicuranti, sentendoci un po’ stordite e senza capire effettivamente la circostanza in cui ci trovavamo. Non ci era mai capitato di trovarci nella città di un attentato, di essere cosi vicine ad un evento tanto sconvolgente.

Restava l’esame il giorno dopo, cerchiamo di capire se le università e le scuole avrebbero sospeso la didattica o meno. Ma in quei momenti è difficile ricevere risposte chiare e decisioni definitive. Nel frattempo molti studenti Erasmus si trovavano chiusi in qualche locale del centro in attesa di istruzioni.

Il responsabile viene identificato: “Cherif”, uomo di 29 anni “fiché S” così il nome della lista a cui appartiene come radicalizzato. Si pensa si sia rifugiato nel quartiere Neudorf, nella periferia di Strasburgo, dove viene assediato l’appartamento senza riuscire a catturarlo.

Da quel momento ha inizio l’inseguimento, sirene di auto della polizia, ambulanze ed elicotteri. Ormai sono le 11.30 e decidiamo di metterci a dormire con l’agitazione e l’incredulità di chi da un momento all’altro viene catapultato in una situazione quasi irreale. Sotto le coperte, cerchiamo di non pensarci ma gli elicotteri che sorvolano Strasburgo ci ritardano il sonno.

Questa mattina la sveglia suona e prepariamo la colazione con una sensazione strana di angoscia, ci sentiamo frastornate, dall’ondata di messaggi sembrava aver riattaccato nel punto in cui ci eravamo fermate la sera precedente.

Le università si assicurano della nostra incolumità e ci confermano il regolare svolgimento della didattica. Ci prepariamo e usciamo di casa per la prima volta dopo l’attentato. Il rettilineo che percorriamo per arrivare all’università è appesantito da una coltre di nebbia e dalla diffidenza dei passanti.

Ognuno di noi cammina con il volto sereno ma l’animo di chi sa che in fondo non è un giorno qualsiasi nella città dei “vélo”, che per l’occasione si è riempita di automobili.

Arriviamo all’entrata e il gruppo di ragazzi che solitamente chiacchiera spensierato e fuma una sigaretta non c’è, siamo in pochi ad essere usciti di casa. L’aula inizia a riempirsi e ci rendiamo conto che l’agitazione è più grande. Gli occhi rossi di alcuni ragazzi ci lasciano riflettere.

Quando vivi l’Erasmus, ti senti quasi onnipotente, pensi che sia un’esperienza unica e ti senti sempre positivo e aperto verso le novità, sei disposto a viverti a pieno una realtà completamente diversa.

Ti fidi di chiunque, parli con sconosciuti e hai voglia di partecipare ad ogni iniziativa che ti viene proposta. E lungi da te pensare che in un giorno qualsiasi della sessione universitaria ti ritrovi in un’atmosfera tagliente che toglie il fiato a questa splendida cittadina.

Per ora nulla è certo, l’attentatore è ancora in giro e le notizie vere o false continuano a circolare. Ma se c’è una cosa che vorrei dire è che non si tratta apertura o chiusura, accoglienza o rifiuto, qui non ci è arrivato nessuno.

L’attentatore è un cittadino di Strasburgo come tanti altri ma di origine nordafricana. Perché qui l’omogeneità perde i contorni e lascia spazio ad una multiculturalità e multietnicità che è perfettamente integrata nella vita quotidiana.

Non sei sospettoso se prendi il tram con una ragazza che porta il velo e realizzi quante sfumature può avere una società.

Aver vissuto come un eco questo evento non mi fa ricredere nelle parole o nel valore di questa esperienza, anzi mi rende più convinta nell’invitare chiunque a partire, ad andare lontano da casa e mettersi alla prova con le sfide che quotidianamente si presentano. 

Non servono tragedie per crescere, ma forse più semplicemente poter raccontare di aver visto cosa c’è oltre la finestra della propria camera.