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Tra terrorismo, povertà e un presidente che alcuni danno per morto, la Nigeria si prepara alle elezioni

Negli ultimi giorni il presidente in carica Buhari ha dovuto smentire le voci che lo davano per morto e sostituito da un sosia. Una vicenda grottesca che fa da sfondo a un appuntamento elettorale decisivo per il futuro del paese africano

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Il presidente nigeriano Muhammadu Buhari e, alla sua sinistra, il generale dell'esercito Tukur Yusuf Buratai, durante una cerimonia dello scorso 28 novembre. Credit: AFP

Il 16 febbraio 2019, in Nigeria, si terranno delle importanti elezioni presidenziali, in una fase storica in cui il paese africano è nuovamente lacerato da violenze etniche e religiose, legate all’azione del gruppo terroristico Boko Haram ma non solo.

La vera particolarità di queste elezioni è però un’altra: in molti sono convinti che uno dei due candidati, l’attuale presidente Muhammadu Buhari, sia in realtà già morto da alcuni mesi, e che sia stato rimpiazzato da un sosia sudanese al fine di occultare la verità e di permettere al partito All Progressive Congress (APC) di mantenere il potere.

C’è chi sostiene addirittura che il presidente, prima di morire, sia stato clonato, il che spiegherebbe l’incredibile somiglianza del suo “doppione” sudanese.

Chi trova la storia grottesca tenga a mente che i post cospirazionisti sulla presunta morte di Buhari hanno ricevuto, sui social, decine di migliaia di condivisioni, diventando virali e alimentando una narrazione in grado di condizionare pesantemente l’esito delle elezioni di febbraio.

Lo stesso Buhari, per mettere a tacere le voci che lo vorrebbero già passato a miglior vita, domenica 3 dicembre è intervenuto sulla questione in una conferenza stampa organizzata in Polonia: “Sono davvero io, ve lo assicuro. Presto festeggerò il mio 76esimo compleanno e sto ancora benissimo”, ha detto il presidente in carica.

“Molte persone speravano che morissi durante la mia malattia  – ha aggiungo Buhari – Alcuni hanno persino contattato il vicepresidente affinché prendesse il mio posto”.

La malattia di Buhari e le teorie complottiste sulla sua morte

Nel 2017, Buhari è andato in “congedo” a Londra per diversi mesi, al fine di curare una malattia su cui il governo nigeriano non ha però mai fornito dettagli.

Il presidente, quindi, per oltre 150 giorni si è fatto curare nella capitale inglese, senza che nessuno in Nigeria sapesse di cosa fosse malato.

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Il presidente nigeriano Muhammadu Buhari. Credit: AFP/GETTY IMAGES

In un contesto del genere, e abituati come siamo alla diffusione di teorie cospirazioniste sui social, la storia del sosia appare forse meno assurda.

A mettere in giro la voce secondo cui Buhari sarebbe stato rimpiazzato da un impostore reclutato in Sudan è stato un gruppo separatista che vorrebbe instaurare uno stato indipendente (il Biafra) nel sud-est della Nigeria.

Nnamdi Kanu, il leader dell’organizzazione del popolo indigeno del Biafra, sostiene che l’impostore è quasi identico a Buhari, con l’eccezione del naso e delle mani, che sembrerebbero quelle di una persona più giovane.

Secondo l’agenzia francese AFP, la teoria cospirazionista è stata diffusa per la prima volta in un video postato dall’utente Twitter @sam_ezeh il 3 settembre 2017.

Il video è stato successivamente condiviso più di 5mila volte su Facebook e Twitter. Nel filmato, Kanu, il leader separatista del Biafra, arringa la folla con queste parole: “L’uomo che stai guardando in televisione non è Buhari. Il suo nome è Jubril, viene dal Sudan. I cospiratori lo hanno portato ad agire e a comportarsi come il presidente ormai deceduto”.

Ad alimentare i rumors complottisti ha contribuito poi la misteriosa morte di un diplomatico nigeriano lo scorso maggio.

Habibu Almu è stato trovato pugnalato a morte nella capitale sudanese di Khartoum, e una donna sudanese di origine nigeriana è stata arrestata per un sospetto coinvolgimento.

La polizia locale ha detto che l’omicidio non sembra avere motivazioni politiche, ma per i cospirazionisti la morte di Almu è la prova delle losche trame messe in piedi, di concerto, tra il governo nigeriano e quello sudanese.

L’omicidio, in sostanza, sarebbe stato motivato dalla necessità di coprire lo scambio di persona tra Buhari e il sosia sudanese, dal momento che il diplomatico ucciso avrebbe manifestato l’intenzione di svelare il complotto e raccontare ai nigeriani la verità.

Le elezioni presidenziali di febbraio

Come detto, la vicenda fa da cornice alla campagna elettorale per le elezioni presidenziali del febbraio 2019 il cui esito, secondo i sondaggi, è estremamente incerto.

Campagna regione lazio

Muhammadu Buhari, eletto presidente nel 2015 dopo tre tentativi falliti nel 2003, 2007 e 2011, dopo aver sconfitto il candidato del People’s Democratic Party (PDP) e presidente uscente Goodluck Jonathan aveva promesso di stabilizzare il paese e di migliorare le condizioni economiche dei nigeriani.

Secondo gli analisti, però, l’attuale presidente avrebbe mancato entrambi gli obiettivi.

Dopo aver impiegato ben sei mesi per definire la sua squadra di governo, nei successivi tre anni Buhari ha fatto molto poco per contrastare Boko Haram, il principale gruppo estremista del paese, che continua a insanguinare la Nigeria con decine di attentati (l’ultimo si è verificato lo scorso 20 novembre).

Quanto alla lotta alla corruzione, gli oppositori di Buhari fanno notare come la Nigeria abbia perso 12 posizioni nell’apposita classifica stilata da Transparency International.

Ma soprattutto, sotto la presidenza di Buhari l’economia della Nigeria è peggiorata e la disoccupazione è aumentata.

Il suo principale sfidante alle presidenziali di febbraio è Atiku Abubakar, ex vicepresidente e candidato del People’s Democratic Party, il quale ha già promesso la creazione di 3 milioni di posti di lavoro, nonché di portare 50 milioni di nigeriani fuori dallo stato di povertà assoluta.

Buhari, nel 2015, ha fatto il pieno di voti nelle regioni del nord della Nigeria, a forte prevalenza musulmana, mentre il suo avversario Goodluck Jonathan aveva ottenuto un maggior numero di consensi negli stati meridionali del Delta del Niger, a prevalenza cristiana.

All’epoca Buhari, di religione musulmana, riuscì comunque a presentarsi come una figura non ostile ai cristiani, anche grazie all’astuta mossa di nominare come vicepresidente Yemi Osinbajo, un politico di lungo corso di religione cristiana.

Nonostante questo, sono in molti a sostenere che l’attuale presidente abbia fatto poco o nulla per contrastare le violenze contro i cristiani nel sud del paese, esplose nuovamente lo scorso giugno e culminate nel massacro di 86 agricoltori di etnia Berom (cristiani) in un villaggio dello stato di Plateau.

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Cristiani Berom trasportano le bare di alcune delle 86 vittime del massacro del 23 giugno 2018. Credit: AFP

Il ruolo dell’esercito nella politica nigeriana

Sebbene Atiku, il candidato del People’s Democratic Party, sia un uomo d’affari, al momento pare sia riuscito a raccogliere attorno a sé il sostegno dei vertici militari.

È un particolare di non poca importanza, poiché come avviene in altri paesi africani, anche in Nigeria l’esercito non si limita a svolgere funzioni militari, ma ha un potere più ampio che spazia dall’economia alla politica.

I più importanti generali nigeriani, nel 2015, appoggiarono Buhari, ma in queste elezioni sembrano aver deciso di cambiare sponda.

Buhari stesso è stato una figura di spicco nell’esercito nigeriano. Nel 1966 fu tra gli autori del colpo di stato che portò al potere il colonnello Murtala Muhammed.

Tra il 1983 il 1985, invece, Buhari andò lui stesso al potere instaurando una sorta di regime militare. In quei due anni vennero imprigionati numerosi oppositori politici, e un ex ministro del governo deposto da Buhari e in esilio a Londra venne rapito dai servizi segreti nigeriani.

Il ruolo di Facebook nelle violenze etniche e religiose in Nigeria

Come abbiamo spiegato in questo articolo, la polizia nigeriana è convinta che diverse tra le violenze etniche e religiose che hanno lacerato la Nigeria nell’ultimo anno siano legate alla diffusione di fake news o immagini incendiarie su Facebook.

Sul social di Zuckerberg, in Nigeria, circolano infatti migliaia di post il cui obiettivo è il puro e semplice incitamento all’odio etnico e religioso, e che Facebook stessa non riesce a rimuovere (o lo fa, in alcuni casi, con estrema lentezza).

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Il presidente nigeriano Muhammadu Buhari e il suo vice Yemi Osinbajo si fanno un selfie con Mark Zuckerberg nel palazzo presidenziale di Abuja, il 2 settembre 2016. Credit: AFP

Nel paese africano, l’utilizzo di internet è cresciuto esponenzialmente negli ultimi anni: dal 2012 il numero di utenti è triplicato, raggiungendo una cifra superiore a 100 milioni.

Una nazione “giovane” dal punto di vista digitale è fortemente esposta alle conseguenze delle bufale online: pochissimi nigeriani sanno distinguere un contenuto vero da uno falso, quasi nessuno sa come segnalare a Facebook un post che viola le regole della piattaforma.

Un’inchiesta della BBC ha messo in luce come Facebook impieghi a tempo pieno, in Nigeria, appena quattro persone per individuare le fake news, all’interno di una piattaforma che viene utilizzata da 24 milioni di nigeriani ogni mese.