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Honduras, sette persone sono state condannate per l’omicidio dell’attivista Berta Caceres

L'attivista si era opposta alla costruzione di una diga idroelettrica nelle terre abitate dalla comunità dei Lenca

Immagine di copertina
Berta Caceres

Sette persone sono state condannate da un tribunale dell’Honduras per l’omicidio di Berta Caceres, l’attivista uccisa il 2 marzo 2016 per essersi opposta alla costruzione di una diga idroelettrica nelle terre abitate dalla comunità dei Lenca.

Il tribunale, con voto unanime, ha ritenuto autori dell’omicidio Sergio Ramon Rodriguez Orellana, il direttore degli affari comunitari della società Desarrollos Energéticos (Desa), e Douglas Geovanny Bustillo, ex tenente dell’esercito e direttore della sicurezza di Desa fino al 2015.

Per l’omicidio della Caceres sono stati anche condannati l’ufficiale dell’esercito Mariano Diaz Chavez, Elvin Heriberto Rapalo Orellana, Henry Javier Hernandez Rodriguez e Oscar Aroldo Torres Velasquez.

L’unico tra gli imputati ad essere stato assolto è stato Emerson Duarte Meza: contro di lui non sono state trovate prove del reato di insabbiamento di cui è stato accusato.

I sette uomini condannati il 29 novembre 2018 erano stati arrestati tra maggio 2016 e febbraio 2017.

Chi era Berta Caceres

Berta Càceres è stata uccisa il 2 marzo 2016 nella sua abitazione dopo aver ricevuto numerose minacce di morte nel corso degli anni per la sua attività a sostegno delle popolazioni indigene dell’Honduras.

La donna, anche lei indigena, viveva costantemente con la paura di essere uccisa. Non rispondeva quasi mai al telefono, raramente restava nello stesso luogo per due giorni di fila e non viaggiava mai da sola.

Non aveva guardie del corpo e le uniche persone che la proteggevano e di cui lei stessa si fidava erano i volontari della sua associazione. Non si sentiva tranquilla nemmeno fra le pareti della sua abitazione.

Secondo le autorità locali, la donna sarebbe stata prima picchiata e poi uccisa con otto colpi di pistola in un tentativo di rapina finito male. Questa ipotesi è stata subito respinta dagli amici e dai parenti della donna, i quali hanno confermato che l’attivista aveva subito minacce di morte da proprietari terrieri, dalla polizia e dall’esercito.