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Sei mesi di Governo Conte: tutti gli scontri tra Lega e M5S

Tanti i momenti di tensione, praticamente su ogni provvedimento o riforma. E ora è il momento di mantenere le due "super" promesse elettorali

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Matteo Salvini, Giuseppe Conte e Luigi Di Maio. Credit: Filippo MONTEFORTE / AFP

Quanti scontri nei primi sei mesi del governo Conte. A 180 giorni dall’1 giugno 2018, giorno del giuramento al cospetto del presidente Mattarella, il premier Giuseppe Conte deve affrontare uno dei momenti più delicati del suo esecutivo: l’approvazione della prima manovra del suo mandato.

Non è certo il primo scoglio per il “governo del cambiamento“, ma sicuramente la prova più difficile dopo un percorso, fin qui, decisamente accidentato, tra scontri interni e tensioni che hanno mostrato le differenze tra i due alleati di governo.

A volte le tensioni sono state risolte evocando il rispetto del contratto di governo. Spesso grazie al confronto e al buon rapporto tra i due vice premier. Ma qualcosa tra Matteo Salvini e Luigi Di Maio. E non è un caso che nel braccio di ferro con l’Europa sia passata, dentro Palazzo Chigi, la linea Conte, con il premier nel ruolo di mediatore, e libero da vincoli di partito.

I terreni di scontro tra Lega e Movimento 5 stelle

Sono stati soprattutti i temi più ampi a dividere le due forze di governo: la realizzazione delle grandi infrastrutture, dalla Tav Torino Lione al gasdotto Tap, e la gestione dei rifiuti, con Lega e Movimento 5 stelle divisi su termovalorizzatori (per la Lega) o inceneritori (per il M5s).

Il partito di Matteo Salvini ha contestato ai 5 stelle anche la parte del decreto emergenze sul condono a Ischia, mentre il capo politico dei pentastellati Luigi Di Maio ha puntato il dito contro la “manina” leghista responsabile di aver cambiato il decreto fiscale.

Altre fronti di scontro: il disegno di legge anticorruzione con la riforma della prescrizione voluta dal ministro della Giustizia 5 stelle Alfonso Bonafede e il decreto sicurezza e immigrazione – e la conseguente stretta sulla politiche di accoglienza – che porta il nome del ministro dell’Interno Salvini, con il governo che ha blindato il testo ponendo la questione della fiducia sia al Senato che alla Camera per superare la contrarietà dei dissidenti 5 stelle.

Le riforme del governo: reddito di cittadinanza e Fornero

È ovviamente la manovra finanziaria il vero banco di prova per la tenuta dell’esecutivo gialloverde. Qui i due partiti sono chiamati, banalmente, a rispettare le due promesse elettorali più significative: il reddito di cittadinanza lato Movimento 5 stelle; Quota 100 sulle pensioni per la Lega.

Nel disegno di legge di Bilancio è stato stanziato un fondo di 9 miliardi l’anno dal 2019 per il reddito e la pensione di cittadinanza mentre per arrivare alla pensione anticipata, con la famosa Quota 100, sono stati stanziati 6,7 miliardi per il prossimo anno che diventerebbero 7 a regime.

Il crollo del ponte di Genova, Ischia e i terremotati

Nei primi sei mesi di governo Conte ha tenuto ovviamente banco la dolorosa vicenda del crollo del ponte Morandi a Genova avvenuto il 14 agosto. Le misure decise dal governo sono indicate come “decreto Genova“, ma in realtà alla città la legge dedica meno di un terzo degli articoli, 16 su 46. Gli altri sono relativi a interventi nel centro Italia e sull’isola di Ischia, per i terremoti del 2016 e 2017.

Le questioni più controverse hanno riguardato la demolizione e ricostruzione del ponte Morandi, la gestione delle pratiche di condono pendenti a Ischia e lo smaltimento dei fanghi di depurazione.

E dopo il crollo del ponte genovese è entrata in scena la polemica con Autostrade: sarà la stessa società a pagare le spese della tragedia, in quanto ritenuta – soprattutto dal Movimento 5 stelle – “responsabile del mantenimento in assoluta sicurezza e funzionalità dell’infrastruttura concessa”.

Il decreto Salvini sulla sicurezza e i dissidenti

Un iter parlamentare complicato e spesso in salita, con tensioni all’interno del governo e fibrillazioni tra i 5 stelle che si sono però infrante contro il muro alzato da Salvini, che non ha concesso nessun passo indietro agli alleati di governo.

Così la Lega è andata a dama sul decreto Sicurezza, anche se in zona Cesarini: diventerà legge a pochissimi giorni dal rischio scadenza e solo a suo di voti di fiducia.

Ora la riforma della legittima difesa

Il decreto rientra in una vera e propria rivoluzione della “sicurezza”, dove figura un altro cavallo di battaglia leghista: la legittima difesa. Approvata dal Senato a fine ottobre, anche questa riforma ha creato alcune tensioni nella maggioranza. Il principio: la difesa è sempre legittima e non è punibile chi si è difeso in “stato di grave turbamento”.

Ai primi di settembre è invece iniziata la sperimentazione del taser, la pistola ad impulsi elettrici, in dotazione alla polizia municipale di 12 comuni italiani (Genova, Torino, Milano, Padova, Reggio Emilia, Bologna, Firenze, Caserta, Napoli, Brindisi, Palermo e Catania).

Le nomine Rai e la battaglia su Foa

La nomina del nuovo organismo di gestione del servizio pubblico radiotelevisivo è stato il primo impegno del governo, anche se direttamente il governo ha detto la sua – per legge – solo su due dei sette componenti del Cda: gli altri 5 sono stati scelti dal Parlamento (due per parte da Senato e Camera) e dai dipendenti Rai.

I due nomi del governo sono stati quelli di Marcello Foa e Fabrizio Salini, chiamato ad essere l’amministratore delegato. In Parlamento, secondo uno schema legato all’alleanza M5s-Lega, Beatrice Coletti (M5s), Igor De Biasio (Lega Nord), poi c’è Giampaolo Rossi, considerato vicino a Fratelli d’Italia.

Formazione questa che ha consentito a Lega e M5s di avere i voti necessari, assieme a quelli di Forza Italia in seconda battuta, per il via libera in commissione di Vigilanza a Marcello Foa (dopo un primo stop perché mancavano appunto i voti forzisti) alla presidenza di viale Mazzini in seguito all’indicazione in tal senso a maggioranza in Cda.

A cascata, dal Cda ecco le nomine alle direzioni dei tg: Giuseppe Carboni, appoggiato da M5s, al Tg1; Gennaro Sangiuliano, in quota Lega e sostenuto da FI, al Tg2; Giuseppina Paterniti, proposta da M5s, al Tg3. Al Gr e Radio Rai è stato spostato Luca Mazzà (dal Tg3 e dato in quota Pd), mentre al Tgr è andato Alessandro Casarini, dato come vicino alla Lega. E, nella logica dello spoil system, dopo quelle ai tg, arrivano le nomine alle reti: Teresa De Santis, con il sostegno della Lega a Rai1; Carlo Freccero, molto apprezzato da M5s, che torna – da pensionato e per un anno – a Rai2; conferma invece per Stefano Coletta, considerato vicino alla sinistra.

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