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Caso Yara Gambirasio, la Cassazione: “Il dna trovato sulla vittima coincide con quello di Bossetti”

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Coincide con il dna di Massimo Bossetti il profilo genetico di ‘Ignoto 1’, ritrovato sulle mutandine di Yara Gambirasio, la tredicenne scomparsa da Brembate di Sopra, dove abitava, il 26 novembre 2010 e ritrovata morta esattamente tre mesi dopo in un campo non lontano dal suo paese.

Le numerose e diverse analisi biologiche effettuate da diversi laboratori hanno messo in evidenza la piena coincidenza tra il profilo genetico ritrovato sugli indumenti della vittima e quello dell’imputato.

A scriverlo è la Cassazione che, venerdì 23 novembre 2018, ha depositato le motivazioni della sentenza con il quale, lo scorso 12 ottobre, aveva confermato in via definitiva l’ergastolo per Massimo Bossetti, ritenuto responsabile dell’omicidio della tredicenne.

Le decisione della Cassazione – Dopo averla prelevata dalla palestra e averla stordita, Bossetti ha trasportato la ragazza nel campo di Chignolo d’Isola, dove il corpo è stato ritrovato tre mesi più tardi.

“I tempi del prelevamento della vittima, del suo trasbordo sul campo di Chignolo e del ritorno a casa dell’imputato sono stati giudicati compatibili con il rilevato orario di rientro a casa alle ore 20-20,15, come si desume dalle dichiarazioni del coniuge”, ha scritto la Cassazione, condividendo le conclusioni dei giudici del merito, ripercorre quanto accaduto il 26 novembre 2010, quando Yara viene vista per l’ultima volta uscire dalla palestra di Brembate di Sopra.

Tra gli indizi valorizzati nel processo contro il muratore di Mapello, ricordano i giudici di ‘Palazzaccio’, ci sono: “la presenza di calce nelle lesioni” rilevate sul corpo della vittima, dovuta, secondo gli inquirenti, all’arma da taglio sporca di calce; la presenza di Bossetti, il pomeriggio della scomparsa di Yara, nelle vicinanze del Centro sportivo con il “telefono spento” e “a bordo del suo autocarro”, mentre “mai era stato in grado o aveva voluto riferire alla moglie, ai cognati e agli altri familiari cosa avesse fatto quel pomeriggio e quella sera”.

Si legge nella sentenza: “Bossetti è passato e ripassato davanti alla palestra del centro sportivo proprio in perfetta coincidenza con l’uscita della ragazza”.

L’assenza di alibi, inoltre, “si coordina perfettamente con gli elementi indiziari emersi costituiti dalla compatibilità con l’orario di ritorno a casa di Massimo Giuseppe Bossetti e il tempo necessario per eseguire l’aggressione e commettere l’omicidio nel campo di Chignolo”.

Per i giudici di piazza Cavour, l’imputato ha manifestato una “volontaria reticenza” sui propri spostamenti del 26 novembre 2010: “Non si tratta di un semplice silenzio, giustificato dal mancato ricorso a distanza di anni, ma piuttosto di una volontaria reticenza di fornire spiegazioni su cosa avesse fatto nell’arco temporale di interesse, nonostante le precise sollecitazioni che i parenti e i famigliari gli avevano posto a distanza di soli 8 giorni dalla sparizione della ragazza”.