Me

Facebook ammette: “Abbiamo ingaggiato una società per attaccare Soros”

Un'inchiesta del New York Times aveva svelato come Facebook avesse assunto la Definers Public Affairs per screditare i suoi critici e collegarli a Soros, con l'obiettivo di ripulire la propria immagine

Immagine di copertina
George Soros

Un alto dirigente di Facebook ha ammesso di aver pagato una società di pubbliche relazioni per attaccare George Soros e collegare al magnate ungherese i critici del social network, confermando nella sostanza quanto emerso da un’inchiesta del New York Times.

Il dirigente in questione è Elliot Schrage, capo della comunicazione di Facebook fino al giugno 2018, che si è assunto la responsabilità di aver ingaggiato la Definers Public Affairs.

In precedenza, sia Mark Zuckerberg che la direttrice operativa Sheryl Sandberg avevano negato di essere a conoscenza della collaborazione con questa società.

“È vero, abbiamo chiesto a Definers di occuparsi di Soros”, ha riferito Schrage in una nota, spiegando che l’obiettivo di Facebook era duplice.

Dopo che Soros aveva definito Facebook e Google “una minaccia per la società” in un discorso al World Economic Forum di Davos nel gennaio 2018, il social ha chiesto a Definers di indagare su di lui perché “voleva capire se dietro i suoi attacchi ci fossero motivazioni finanziarie”.

Successivamente, quando un’organizzazione chiamata Freedom From Facebook ha iniziato a criticare la compagnia, specie in materia di privacy, Definers “ha scoperto che George Soros stava finanziando molti membri di questa associazione”.

Per questo, riferisce Schrage, la stessa Definers ha preparato alcuni documenti e li ha distribuiti alla stampa “per mostrare che Freedom from Facebook non era un movimento di base di natura spontanea”.

La nota di Schrage non include alcuna scusa per il lavoro svolto da Definers su Soros. Schrage, infatti, sostiene la legittimità per un’azienda di utilizzare una società consulenza politica per eseguire ricerche sui propri critici.

L’inchiesta del New York Times

L’inchiesta del quotidiano statunitense aveva svelato per la prima volta il tentativo di Facebook di screditare i suoi critici collegandoli, più o meno direttamente, a Soros, e suggerendo quindi che fossero in qualche modo manovrati dal magnate ungherese.

Come ha ricostruito il quotidiano statunitense, Definers ha ottemperato con zelo al compito assegnatogli da Zuckerberg e dalla direttrice operativa Sheryl Sandberg, mettendo in campo strategie aggressive e al limite della legalità per denigrare non solo gli oppositori di Facebook, ma anche i suoi competitor.

La società, ad esempio, ha diffuso report negativi su altri giganti del web come Google e Apple, spingendo per la pubblicazione di articoli che distogliessero l’attenzione dai problemi di Facebook.

Alcuni di questi contenuti sono stati pubblicati NTKNetwork.com, un sito web gestito dalla stessa Definers. Le storie diffuse da NTK Network sono poi state spesso rilanciate da siti ultraconservatori come Breitbart.

La società ha poi tentato a più riprese di tracciare una connessione tra George Soros e le organizzazioni e gli attivisti più critici nei confronti di Facebook.

Freedom from Facebook è stata fatta passare come un’assocaizione anti-semita attraverso un’azione di lobbying orchestrata da Definers e che ha coinvolto anche la Anti-Defamation League, una delle principali organizzazioni ebraiche per i diritti civili negli Stati Uniti.

Siti e politici conservatori hanno immediatamente cavalcato la cosa, accusando Freedom from Facebook di essere un pericoloso gruppo estremista anti-israeliano.

Definers, inoltre, ha spinto i giornalisti a esplorare presunti legami finanziari tra George Soros e alcune associazioni che fanno parte di Freedom from Facebook, come ad esempio Color of Change, un’organizzazione che si occupa di combattere l’odio razziale e che ha messo in luce la negligenza di Facebook nel contrastare il fenomeno.

Intervistato dal Guardian in merito all’inchiesta del New York Times, il direttore esecutivo di Color of Change Rashad Robinson ha dichiarato: “È un’operazione razzista mettere in giro la voce che le nostre idee siano in qualche modo orchestrate da un burattinaio (Soros, ndr). Che Facebook impieghi una società vicina alla destra per diffondere queste voci è poi a dir poco preoccupante”.

Le teorie cospirazioniste su Soros non sono una novità: la sua Open Society Foundation è considerata da molti una potentissima macchina in grado di “oliare” i processi politici globali indirizzandoli verso l’apertura dei confini, il liberismo, il dominio della società aperta e delle élite politico-finanziarie.

Soros è diventato, nel corso degli anni, il bersaglio privilegiato dei complottisti: è stato accusato di aver orchestrato rivolte in tutto il mondo, dalle primavere arabe all’Ucraina, passando per le proteste dei movimenti femminisiti e delle comunità afroamericane negli Stati Uniti.

Campagna regione lazio

Teorie complottiste veicolate da una galassia di siti, media e associazioni in gran parte riconducibili a partiti di destra, negli Stati Uniti e non solo.

Ciò spiega perché Facebook abbia cercato di cavalcare quest’onda cospirazionista. L’obiettivo era (ed è) duplice: fermare la marea montante di critiche provenienti soprattutto da sinistra, e cercare al contempo preziose sponde tra i repubblicani, in una fase in cui la politica sta tentando di imporre regole sempre più stringenti alle grandi compagnie digitali.