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Cosa spinge una ragazza italiana ad andare in Africa come volontaria, arrivando a rischiare la vita

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Il sorriso di Silvia Romano, la ventitreenne di origini milanesi rapita nella notte tra il 20 e il 21 novembre in Kenya, mi è profondamente familiare.

Io non ho mai conosciuto Silvia, ma di quei sorrisi ne ho visti molti nell’ultimo periodo. Sarà per questo, che i tanti commenti che si susseguono sulla notizia del rapimento, mi toccano direttamente.

Anna Paola P. scrive: “Io non capirò mai questi volontari che fanno del bene all’umanità……lautamente retribuiti…..E i volontari che lavorano senza nessun compenso?? Sono tutti volontari, sono tutti uguali????” insinuando che Silvia fosse “lautamente retribuita”.

Gianni F. scrive: “non dirò che se l’è cercata, però è inconfutabile il fatto che il rischio di rapimento in alcune zone dell’Africa è altissimo. Penso ai genitori anche, che chissà quante volte gli avranno detto di non andare, tutti quelli che commentano qui si opporrebbero ad un viaggio del genere per un loro figlio, ipocriti” e Olegna B.: “ma che cazzo andate in paesi instabili e inclini alla guerra???? I volontari fateli in Italia, che pure qua abbiamo tante emergenze a cui dedicarsi. Tante persone che hanno bisogno di aiuto, italiani e non”.

Essendo da poco tornato da un’esperienze di volontariato in Kenya, in un luogo molto vicino a quello in cui è stata rapita la ragazza, proverò a rispondere a questi e ad altri commenti simili. In Kenya, come in tutti gli stati del mondo, ci sono posti più sicuri e altri meno.

La contea di Kilifi non è un luogo ad alto rischio. Non c’è la guerra in Kenya, ma molti bambini che non vivono nelle grandi città, non hanno mai visto un pallone di cuoio. Episodi di rapimento non sono all’ordine del giorno, seppur in passato ci siano già stati altri casi.

La situazione politica del Kenya e il suo grado di sicurezza non sono paragonabili ad altri stati africani come per esempio la confinante Somalia. Nonostante questo, Silvia, come tutti i volontari che decidono di partire per determinati luoghi, sapeva che c’erano dei rischi.

Proprio per questo, la scelta di intraprendere un’esperienza del genere, non è quasi mai presa a cuor leggero. Io non so cosa abbia spinto in particolare Silvia, ma so cosa ha spinto me a sacrificare l’unico mese libero dall’università del 2018, per andare nel piccolo villaggio del sud est del Kenya chiamato Bamba, a dare una mano nella costruzione di una scuola.

L’ho fatto perché sentivo che era il modo migliore per impegnare il mio tempo libero e perché, sentendo giornalmente parlare di questioni che riguardavano l’Africa, ho deciso di andare a conoscere direttamente, senza filtri, una piccolissima parte di quello di cui tanti parlavano sulla base del “sentito dire”. Ciò che ho visto e imparato, non lo avrei trovato in nessun libro, film o documentario esistente.

Non mi lancio nell’ardua impresa di raccontarlo qui a parole, perché so già che non riuscirei a farlo come vorrei. Niente potrà mai sostituire le sensazioni provocate dai suoni, odori e immagini che sono passate dai miei sensi.

Quando mi chiedono se lo rifarei, rispondo sempre: “Assolutamente si”! E non credete che sia tutto rose e fiori. Che sia una gita di allegria e spensieratezza. Mancano l’acqua calda, il bagno pulito di casa, un letto comodo e tante altre cose in questi villaggi.

Ma poi, quando si torna in Italia, mancano i sorrisi dei bambini, il modo di approcciarsi alla vita di quelle persone, che hanno poco, ma che sanno gioire per quel poco che hanno. Non è sempre una scelta aut aut quella di andare in Africa e decidere di spendersi lì, anziché in Italia. Tante persone che vanno a fare un breve o lungo periodo di volontariato in Africa, vanno a fare quello che hanno già fatto o che faranno in futuro, anche in Italia.

Sapete qual è stata per me la cosa più difficile? Sapere che la mia famiglia e le persone che mi vogliono bene, erano in pensiero per me. Spesso questa cosa pesa più delle tante difficoltà che giornalmente si presentano.

È vero, come scrive Gianni F. , che per un genitore non è facile accettare che un figlio parta per un’esperienza del genere e proprio per questo, adesso, non ha senso sottolinearlo davanti a una famiglia in forte apprensione. Come ho già detto, partire non è una scelta facile. Si decide di farlo dopo una lunga e profonda riflessione.

Chi parte, valuta la situazione e prende una decisione. Decisione che nessuno, tanto meno chi non conosce la persona, può sindacare. Soprattutto davanti a episodi del genere.

Adesso possiamo solo far silenzio tutti insieme e sperare che le tante persone che già lavorano per portare a casa Silvia, lo facciano nel più breve tempo possibile. Spero di conoscerla prima o poi e di scambiarmi con lei alcune riflessioni e sensazioni uniche e straordinarie che questa disavventura sono sicuro non cancellerà.