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Il medico olandese che pratica l’eutanasia sui bambini

Il professor Eduard Verhagen è l'autore del Protocollo di Groningen, il documento preso a modello dal governo dei Paesi Bassi per stabilire l'iter da seguire in caso di eutanasia su bambini o neonati, anche non malati terminali. Per questo il dottore è stato accusato di essere un serial killer, ma lui risponde: "È buona medicina". TPI lo ha incontrato

Immagine di copertina
Eduard Verhagen. Credit: Nationalpost.com

A Groningen, nel nord dei Paesi Bassi, c’è un ospedale imponente, con porte bianche, finestre ampie e corridoi interminabili intrisi d’odore alcolico di disinfettante. Una porta anonima si apre in un ufficio. “Piacere, prego accomodatevi”, ci fa, sorridendo, un uomo alto e biondo, di mezz’età, con gli occhiali scivolati lungo la punta del naso.

Davanti a noi c’è il professor Eduard Verhagen, pediatra. È il primo uomo al mondo ad aver scritto un protocollo sull’eutanasia dei neonati.

Nei Paesi Bassi a partire dal 2002 chiedere l’eutanasia è un diritto per ogni cittadino: staccare un respiratore non è considerata pratica straordinaria ma ordinaria, che ogni medico ha diritto ad effettuare.

Nel 2005 il professor Verhagen ha pubblicato un documento, noto con il nome di Protocollo di Groningen, nel quale vengono indicate le procedure da rispettare qualora si volesse praticare una eutanasia su un paziente bambino o neonato. Dopo anni di incertezza legislativa, nel 2007 il Governo olandese ha approvato un regolamento ispirato al Protocollo, che disciplina tale pratica definendo diritti e doveri del medico e liberandolo dal rischio di essere processato per omicidio.

Il Protocollo di Groningen non è dunque mai ufficialmente diventato legge. Si tratta solo di una serie di pratiche mediche approvate dall’associazione nazionale pediatrica e riconosciute dalla comunità medica.

Esso individua tre casi di pazienti per i quali i trattamenti possono essere applicati. Mentre i primi due fanno riferimento a bambini senza speranza di vita e dipendenti dalle cure intensive, nella descrizione del terzo gruppo viene introdotta la definizione di “sofferenze insopportabili”, con “pessima qualità della vita associata a continua sofferenza”, talvolta criticata dalla comunità scientifica perché considerata troppo vaga.

“Per noi è buona medicina”

“Erano i primi Anni 2000, e qui in ospedale c’era un paziente di 3 settimane gravemente malato” racconta il professore. “Sapevamo bene che non ce l’avrebbe fatta, e i suoi genitori vennero da noi chiedendoci di interrompere le sue sofferenze”. Ma il personale medico a quel tempo era impotente: “Dicemmo loro che non potevamo fare nulla perché la legge non ci autorizzava”. Il bambino morì poche settimane più tardi.

Quando il professore lo ricorda assume uno sguardo rassegnato. Intorno a sé ha un tavolo in legno e una stanza che assomiglia più a un salotto che non a un ufficio. “Abbiamo deciso di lavorare al Protocollo proprio per questo, perché pensavamo che lasciar soffrire un bambino così piccolo non fosse considerabile buona medicina”.

Il medico “serial killer” 

Intorno al lavoro del professor Verhagen si sono sollevate aspre polemiche, specie in Italia, dove l’etica medica è profondamente influenzata dal pensiero cattolico. Il Comitato nazionale per la Bioetica ha scritto a riguardo che, fatta salva la rinuncia a ogni accanimento terapeutico, “ogni intervento intenzionalmente eutanasico, specie sui minori, è pratica eticamente illecita”.

Il dottor Angelo Fiori, direttore emerito della rivista Medicina e Morale, ha definito il Protocollo “una pratica infame che non riguarda solo casi estremi” e che “consiste nella soppressione dei bambini in spregio anche alle più elementari norme di deontologia medica”.

Verhagen è stato definito dai media “Dottor Dolcemorte”, e più volte messo in relazione con lo sterminio dei disabili praticato dai nazisti. “Io lo so che ci sono persone che mi considerano un serial killer, succede anche con colleghi che incontro alle conferenze. Però abbiamo fatto degli studi, e abbiamo scoperto che queste pratiche evitano davvero molto dolore ai bambini e ai genitori”, risponde il professore. “Noi abbiamo i dati. Chi mi accusa di essere un assassino ce li ha questi dati?”.

Secondo il dottore, le divergenze nascono da diverse opinioni sulla vita e la morte: “Noi crediamo che talvolta la morte possa essere migliore della vita, mentre altri mettono sempre la vita davanti, anche se caratterizzata da un dolore straziante”.

Verhagen, inoltre, sottolinea che il sistema olandese non pretende che gli altri stati si adeguino. “È un protocollo nostro, che gli altri sono liberi di applicare o no”, dice. “Ma almeno non chiamiamo gli altri serial killer”. Quando ne parla ha una voce grave, decisa e mossa da un tocco di malinconia.

Una pratica diffusa da tempo

Lo scorso ottobre il governo olandese ha dichiarato ufficialmente di aver posto termine alla vita di un bambino di “meno di 12 mesi” seguendo le indicazioni del Protocollo di Groningen. Nei Paesi Bassi ogni anno muoiono circa 600 bambini a seguito di una decisione medica, tra cui lo staccare il respiratore.

Da quando è stato approvato, il Protocollo è stato applicato in 5 casi ufficiali. Si stima, però, che circa una decina di casi sfuggano ogni anno alle statistiche governative. “

L’eutanasia sui bambini era realtà anche prima del Protocollo”, spiega Verhagen, aggiungendo che proprio questo è stato uno dei motivi che lo ha portato a realizzare un “quadro di riferimento medico che fosse d’ispirazione anche per il legislatore”. Prima del Protocollo il riferimento normativo era costituito da due sentenze emanate negli anni Novanta in cui i pediatri che avevano praticato eutanasia erano stati assolti dall’accusa di omicidio.

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“Quando la madre di quel paziente ci chiese di interrompere le sofferenze del figlio, nessuno di noi si sentì di farlo perché mancava una legge”, ricorda il professore. “Inoltre, nonostante le sentenze precedenti avessero assolto i nostri colleghi, intorno a loro si era creata un’attenzione mediatica così forte da distruggere le loro vite”, aggiunge. Secondo il medico, il Protocollo sarebbe dunque semplicemente un inquadramento necessario per una pratica che esisteva già in precedenza.

Prima della morte

“Al tempo c’era però una critica al Protocollo che era lucida e razionale”, dice Verhagen. “Ci focalizzammo troppo sul termine della vita senza occuparci abbastanza su ciò che veniva prima. Per questo abbiamo investito sulla ricerca nelle cure palliative”.

Nell’ultimo decennio le cure somministrate ai pazienti sono molto migliorate. Più che di medicinali, si tratta di instaurare un rapporto di fiducia tra medico e paziente, creando delle buone condizioni di vita per il neonato.

“Ogni scelta viene presa in accordo con la famiglia, e spesso è la famiglia stessa a decidere dove, come e con chi far passare del tempo al proprio figlio”, spiega il professore. Inoltre , “esistono team che si occupano dell’aiuto psicologico da apportare alla famiglia”.

“L’attenzione che oggi diamo all’aspetto umano e palliativo è la cosa di cui sono più fiero”, dice Verhagen. “Credo che il momento della morte sia rappresentativo. Facciamo un’iniezione al bambino, e lo affidiamo alle braccia della madre, che lo stringe al petto. Ci assicuriamo che il bambino non provi dolore, che possa lasciare il mondo riscaldato dal petto della propria madre. Credo che questa sia buona medicina”.