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Salvini vuole abolire il valore legale della laurea

Ma il ministro dell'Istruzione Busseti frena: "In questo momento non è in programma"

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Matteo Salvini

“Dobbiamo mettere mano alla riforma della scuola e dell’università, affrontando la questione del valore legale del titolo di studio”.

Lo ha detto Matteo Salvini lunedì 12 novembre parlando a Milano alla scuola politica della Lega.

Nell’ottica del ministro dell’Interno, non bisognerebbe più considerare la laurea come requisito necessario per l’accesso ai concorsi pubblici.

A motivare la proposta, per il vicepremier, c’è il fatto che “negli ultimi anni la scuola e l’università sono stati serbatoi elettorali e sindacali: ecco perché l’abolizione del valore legale del titolo di studio è una questione da affrontare”.

A stretto giro è arrivato però una frenata da parte del ministro dell’Istruzione Marco Bussetti:  “È un tema di cui si dibatte da tanti anni, ma in questo momento non è in programma”, ha detto, anche se poi non ha escluso “che possa essere analizzato in futuro”.

La proposta di legge del Movimento Cinque Stelle

La proposta di Salvini non rappresenta una novità assoluta all’interno del governo gialloverde. C’è infatti anche una proposta di legge del Movimento Cinque Stelle che si muove nella stessa direzione.

La prima firmataria è la deputata Maria Pallini e il titolo della proposta pentastellata è: “Divieto di inserire il requisito del voto di laurea nei bandi dei concorsi pubblici”.

La proposta è stata depositata in parlamento lo scorso 31 luglio.

Nella scorsa legislatura, era stato il grillino Carlo Sibilia a porre il tema.

“Se nel post dopoguerra e negli anni del benessere economico non si riscontrava un numero così elevato di laureati e una così alta percentuale di disoccupati e inoccupati – aveva detto Sibilia – il predetto sistema di accesso ai concorsi pubblici poteva, anche se discriminatorio, risultare valido”.

“Oggi invece il paese e soprattutto i giovani necessitano di una riforma che garantisca la possibilità di accedere ai pochissimi e sempre più rari concorsi pubblici senza alcuna discriminazione di sorta”.