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Appello all’Italia del marito di Asia Bibi: “Aiutateci a uscire dal Pakistan”

Il 31 ottobre la Corte suprema del Pakistan ha annullato la condanna a morte di Asia Bibi, la donna cristiana condannata alla pena capitale nel 2010 per il reato di blasfemia

Immagine di copertina
Asia Bibi

“Il governo italiano aiuti la mia famiglia a uscire dal Pakistan”.  A parlare è il marito di Asia Bibi, la donna cristiana a cui è stata annullata la condanna a morte lo scorso 31 ottobre. Asia Bibi era accusata di aver insultato il profeta Maometto in una discussione avvenuta nel 2009 nel Punjab.

Il marito ha lanciato l’appello parlando al telefono con la fondazione pontificia Aiuto alla Chiesa che Soffre.

“Io e la mia famiglia in Pakistan siamo in pericolo”, ha detto Ashiq Masih, che ha già chiesto asilo al Regno Unito, al Canada e agli Stati Uniti per motivi di sicurezza.

“Siamo estremamente preoccupati, la nostra vita è in pericolo: in questo momento abbiamo difficoltà anche a trovare da mangiare”.

L’uomo, lo scorso febbraio, è stato in Italia per un evento organizzato a Roma, al Colosseo, in ricordo dei martiri cristiani; in quell’occasione aveva anche incontrato anche papa Francesco.

“È molto importante che la comunità internazionale e i media continuino a mantenere l’attenzione sul caso”, ha detto Ashiq Masih.

Asia Bibi, condannata nel 2010, si è sempre dichiarata innocente, ma ha trascorso la maggior parte degli ultimi anni in carcere, in una cella di isolamento. Nel 2014 aveva perso il ricorso dinanzi alla corte di Lahore, capitale del Punjab.

L’anno successivo, però, la Corte suprema aveva deciso di sospendere l’esecuzione della pena per esaminare meglio il caso.

Il giudice ha motivato l’annullamento della condanna a morte affermando che le testimonianze contro Asia Bibi erano contraddittorie, che l’accusa “non è riuscita a dimostrare la colpevolezza della donna oltre ogni ragionevole dubbio” e che alcune prove raccolte erano inconsistenti.

La donna all’epoca dei fatti, fu costretta a confessare il reato da una folla che minacciava di linciarla.

La sentenza si è conclusa con una citazione dagli Hadith, i detti raccolti del Profeta Muhammad, che afferma che i non musulmani devono essere trattati con gentilezza e umanità.

Il caso ha suscitato una forte indignazione internazionale, con l’intervento di numerose associazioni per la tutela dei diritti umani che, nel corso degli anni, hanno chiesto più volte la liberazione della donna.

La sentenza sta dividendo il Pakistan. Il partito politico radicale Tehreek-e-Pakistan Labbaik (TLP) aveva già minacciato “conseguenze pericolose” in caso di assoluzione di Asia Bibi.

Al momento della lettura del verdetto, il tribunale era circondato da poliziotti: si temeva infatti che gruppi di estremisti religiosi potessero commettere attentati o scatenare violenze.

L’Islam è la religione nazionale del Pakistan e sostiene il suo sistema legale. Il sostegno pubblico alle severe leggi sulla blasfemia è molto forte nella società.

Dagli anni ’90, decine di cristiani sono stati condannati per reati di blasfemia, anche se nessuno è mai stato giustiziato. Tuttavia, alcune persone accusate del reato sono state linciate o assassinate.

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