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Strage di Erba: Olindo e Rosa sono innocenti? Tutti i dubbi sulla condanna | Ricostruzione

Un documentario su Nove mette in luce elementi finora sconosciuti al grande pubblico. Ecco perché potrebbero non essere i due coniugi gli autori della strage

Immagine di copertina
Olindo Romano e Rosa Bazzi

Strage di Erba: Olindo e Rosa sono innocenti? Tutti i dubbi sulla condanna | Ricostruzione

L’11 dicembre 2006, in un piccolo paese in provincia di Como, 4 persone vengono barbaramente uccise a coltellate e sprangate. Gli assassini, subito dopo, danno fuoco all’appartamento.

È la strage di Erba, uno dei delitti più efferati della storia italiana,  un caso di cronaca che avrà immediatamente un enorme risalto mediatico e a cui seguirà un processo che si concluderà nel 2011.

Le vittime della strage sono Raffaella Castagna, 30enne disoccupata e volontaria in una comunità di assistenza ai disabili, suo figlio Youssef Marzouk, la madre della donna, Paola Galli, e Valeria Cherubini, una vicina di casa che era intervenuta per prestare soccorso.

Il marito di Valeria Cherubini, Mario Frigerio, viene aggredito ma riesce a sopravvivere. Per il delitto vengono condannati in via definitiva due vicini di casa di Raffaella Castagna, i coniugi Olindo Romano e Rosa Bazzi.

Si tratta di una vicenda su cui il giudizio di colpevolezza, dei giudici come dell’opinione pubblica, è stato pressoché unanime per anni. Di recente, però alcune presunte certezze sono state rimesse in discussione.

Martedì 10 aprile 2018, sul canale Nove, è andato in onda un reportage intitolato “Tutta la verità”: una ricostruzione minuziosa della strage, in cui vengono presentati elementi finora sconosciuti al grande pubblico, e che ha fatto sorgere non pochi dubbi sulla reale colpevolezza dei coniugi Romano.

Proprio negli ultimi mesi, inoltre, la difesa dei Romano ha presentato una richiesta di incidente probatorio su nuovi reperti. L’obiettivo finale dei legali di Olindo e Rosa è quello di arrivare alla revisione del processo.

La richiesta è stata rigettata dalla Corte di Appello di Brescia, ma gli avvocati dei Romano hanno presentato ricorso in Cassazione. Se l’incidente probatorio fosse ammesso, potrebbero aprirsi scenari impensabili fino a qualche mese fa.

La strage di Erba: i fatti

Intorno alle 20 dell’11 dicembre 2006, un incendio divampa in un appartamento situato in via Diaz, a Erba. Ad appiccarlo sono le stesse persone che poco prima avevano ucciso a coltellate e sprangate Raffaella Castagna, Paola Galli e il piccolo Youssef Marzouk.

La vicina di casa Valeria Cherubini muore invece all’interno della propria abitazione. Secondo quanto emerso dalle ricostruzioni fatte dagli inquirenti, sarebbe andata in soccorso della famiglia Castagna, attirata dal fumo che usciva dal loro appartamento, ma sarebbe stata aggredita sulle scale dagli assassini, per poi morire dissanguata.

Assieme a lei c’era il marito Mario Frigerio: anche lui accoltellato alla gola, riesce a sopravvivere grazie a una malformazione alla carotide, che gli permette di non morire dissanguato.

I primi sospetti sul marito di Raffaella Castanga

Inizialmente gli inquirenti concentrano le loro attenzioni su Azouz Marzouk, marito di Raffaella Castagna e padre del piccolo Youssef. Azouz, tunisino, aveva dei precedenti penali per spaccio di droga ed era già stato in carcere.

Tuttavia, come si apprenderà pochi giorni dopo il delitto, Azouz in quel periodo si trovava in Tunisia, in visita ai parenti. Il suo alibi è di ferro, e le accuse contro di lui cadono immediatamente.

Resta in piedi una pista che riconduce indirettamente al marito di Raffaella Castagna: quando era in cella, aveva avuto pesanti screzi con degli esponenti della ‘ndrangheta. Per evitare che la situazione potesse degenerare, era stato addirittura trasferito in un altro penitenziario.

La strage di Erba è quindi una vendetta trasversale contro il tunisino?

La svolta: vengono indagati Rosa Bazzi e Olindo Romano

L’ipotesi della vendetta contro Azouz non trova seguito. Questo anche perché i sospetti degli inquirenti si orientano molto presto verso due vicini di casa di Raffaella Castagna, Olindo Romano e Rosa Bazzi.

Il 26 dicembre vengono disposti degli accertamenti sulla loro macchina. Viene rinvenuta, sul battiporta dello sportello del guidatore, una traccia di sangue di Valeria Cherubini, una delle vittime.

I due coniugi vengono arrestati, e dopo alcuni interrogatori in cui negano di essere gli autori della strage, l’11 gennaio 2017 confessano davanti ai pubblici ministeri. La confessione avviene separatamente: ciascuno dei due coniugi rivela ai magistrati come si sarebbero svolti i fatti.

Tuttavia, il 10 ottobre 2007, davanti al Giudice per l’udienza preliminare che deve decidere se rinviare i coniugi a giudizio, Olindo e Rosa ritrattano, affermando che la confessione gli è stata estorta dietro la promessa di ricevere sconti di pena e di poter condividere la cella.

Il Gup li rinvia a giudizio. Durante il processo di primo grado, all’impianto accusatorio si aggiunge un altro elemento che peserà come un macigno sulla successiva condanna.

Mario Frigerio, l’unico sopravvissuto alla strage, riconosce come suo aggressore in aula Olindo Romano, confermando così quanto già aveva detto ai pubblici ministeri in fase di interrogatorio.

Sulla base di queste tre, pesantissime prove (la macchia di sangue nell’auto, la prima confessione e il riconoscimento del testimone oculare), il 26 novembre 2008 i coniugi Romani vengono condannati all’ergastolo, sentenza confermata in appello e resa definitiva, il 3 maggio 2011, dalla Corte di Cassazione.

Perché Rosa e Olindo potrebbero in realtà essere innocenti

Proprio per la consistenza delle prove portate dall’accusa, i media si sono sostanzialmente uniformati nel fornire una ricostruzione che individua nei Romano i colpevoli certi della strage.

In pochi hanno avuto dubbi sulle effettive responsabilità di Rosa e Olindo. Del resto, con una traccia ematica, una confessione e un testimone oculare, la loro colpevolezza sembra poter essere provata, come vorrebbe la legge, al di là di ogni ragionevole dubbio.

Ma è proprio così? Il documentario trasmesso su Nove martedì 10 aprile evidenzia una serie di elementi finora poco noti, per non dire del tutto sconosciuti, all’opinione pubblica.

Elementi che non solo intaccano in maniera significativa le prove a carico dei Romano, ma che suggeriscono anche delle piste alternative scartate forse troppo frettolosamente da inquirenti e magistrati.

La macchia di sangue sul battiporta dell’auto

Va innanzitutto sottolineato come le numerose perquisizioni nell’abitazione dei Romano e sul luogo del delitto non abbiano portato al rilevamento del benché minimo elemento riconducibile a Rosa e Olindo.

In altre parole, ad eccezione di quella macchiolina di sangue sul battiporta della macchina, della presenza dei Romano sulla scena del delitto non c’è traccia.

Possibile che i due coniugi siano riusciti a ripulire in maniera così certosina auto, abitazione e appartamento della strage, nonostante quest’ultimo fosse già in fiamme pochi minuti dopo l’aggressione (e dunque ben difficilmente accessibile e “ripulibile”)?

È quantomeno ipotizzabile che quell’unica traccia di sangue trovata nella macchina fosse il risultato di una contaminazione (ovviamente non volontaria).

Nel documentario su Nove, viene evidenziato come già la sera della strage, quando Olindo e Rosa vennero convocati in caserma in quanto vicini di casa, la loro auto fu perquisita, anche con lo scopo di inserirvi delle cimici.

Uno dei carabinieri che effettuarono l’ispezione, come risulta dal verbale, nell’immediatezza dei fatti era andato sulla scena del crimine. La perquisizione della macchina avvenne solo poche ore dopo.

Potrebbe quindi essere stato proprio quel carabiniere a trasportare involontariamente una traccia ematica dall’abitazione all’auto.

Inoltre, viene rilevato come la presenza della macchia di sangue sia attestata dagli inquirenti sulla base di una semplice fotografia effettuata senza il luminol, un composto chimico utilizzato dalla polizia scientifica per evidenziare macchie di sangue.

“In quale versione della scienza si accetterebbe un principio scientifico invisibile, quello di una macchia che nessuno ha visto?”, si chiede nel documentario Luca D’Auria, avvocato di Azouz Marzouk, il marito di Raffaella Castagna.

La confessione di Rosa e Olindo

Durante un primo interrogatorio, che si svolge l’8 gennaio 2007, Olindo Romano e Rosa Bazzi, interrogati separatamente, negano entrambi di aver commesso il delitto.

In una telefonata intercettata tra i due coniugi subito dopo gli interrogatori, emerge chiaramente la loro preoccupazione di poter restare separati per il resto della vita, reclusi in due diverse celle.

In un successivo interrogatorio uno dei procuratori, sapendo di poter far leva sul fortissimo legame tra i due coniugi, dice a Romano: “Sua moglie ora la trasferiamo di carcere, e lei non la vede più”.

Lo stesso giorno, nell’interrogatorio di Rosa Bazzi, quest’ultima dice agli inquirenti: “Lo so che mio marito non ce la fa a stare qua dentro, e io così lo perdo per sempre”.

I due coniugi parlano nuovamente tra loro dopo questa sessione di interrogatori, e Romano prospetta alla moglie la possibilità di prendersi tutta la colpa “per far finire questa storia”.

La moglie protesta contestandogli che non hanno nulla da confessare perché nulla hanno fatto. Ma il 10 gennaio, temendo che il marito possa auto-incriminarsi, Rosa Bazzi va dai magistrati e confessa di essere lei l’unica autrice del delitto, scagionando il marito.

Poco dopo, Olindo Romano fa la stessa cosa, invertendo i ruoli: sarebbe stato lui a salire, da solo, in casa di Raffaella Castagna, e a commettere la strage senza che la moglie fosse minimamente coinvolta.

In una telefonata intercettata poco prima che i due coniugi decidano di confessare, Olindo dice a Rosa che, così facendo, sarebbero potuti tornare entrambi a casa in tempi brevi, mettendo fine a quella insopportabile separazione, e che avrebbero inoltre goduto di notevoli benefici.

Ci sono quindi seri dubbi sul fatto che la confessione sia arrivata sulla base della falsa convinzione, verosimilmente indotta dall’esterno, di ricevere un trattamento di favore, una pena mite nonché di poter condividere la cella.

Diversamente, Olindo e Rosa erano convinti che non si sarebbero mai più rivisti.

Oltre a questo, va rimarcato come la ricostruzione fatta dai due coniugi sulle modalità con cui sarebbe stato commesso il delitto risulti del tutto incompatibile con molte circostanze poi accertate dagli inquirenti.

Tra i tanti esempi che si possono fare: Olindo e Rosa non sapevano che gli assassini avevano staccato la luce in casa Castagna attorno alle 18.30 (per poi verosimilmente commettere il delitto, che si consumerà alle 20, dopo aver aspettato le vittime all’interno dell’appartamento).

Inizialmente non menzionano la circostanza. Quando gli viene segnalato che la luce era stata staccata, affermano di averlo fatto alle 20, cosa assolutamente impossibile secondo quanto rilevato dagli inquirenti.

E ancora: viene accertato che gli assassini, per dare fuoco alla casa, hanno usato del liquido infiammabile. Olindo e Rosa invece, nelle loro confessioni, affermano di aver fatto tutto con un semplice accendino.

Sono solo alcune delle numerosissime contraddizioni rilevabili in quegli interrogatori.

Persino la sentenza di secondo grado stabilirà come la ricostruzione fatta da Olindo e Rosa durante le loro prime confessioni non fosse sovrapponibile con il reale svolgimento dei fatti, affermando però che si sarebbe trattato di una strategia deliberata dei due coniugi volta a lasciarsi aperto uno spiraglio per una futura ritrattazione.

Il testimone oculare: Mario Frigerio

L’ultima decisiva prova è quella relativa alla testimonianza di Mario Frigerio, l’unico sopravvissuto alla strage. Frigerio, durante il processo, riconosce in aula Olindo Romano come suo aggressore.

Tuttavia, nell’immediatezza della strage, quando aveva ripreso conoscenza in ospedale, Frigerio aveva dichiarato (in conversazioni registrate) di non essere minimamente in grado di identificare il suo aggressore.

Poco dopo affermerà di avere qualche vago ricordo di una persona “di carnagione olivastra, comunque non del posto”. Ripetutamente imbeccato in questo senso dai pm, dopo numerosi colloqui, Frigerio arriverà all’identificazione di Olindo Romano.

Come viene mostrato nel documentario su Nove, inoltre, nelle settimane successive al delitto, a causa del trauma subito, le capacità cognitive di Frigerio erano sensibilmente compromesse.

Visitato da un neuropsichiatra, Frigerio mostrerà di non riuscire a svolgere nemmeno calcoli estremamente banali come 100-7.

Conclusioni

Al di là di quello che deciderà la Corte di Cassazione sulla richiesta di incidente probatorio presentata dai legali di Olindo Romano e Rosa Bazzi, il documentario trasmesso su Nove solleva non pochi dubbi sulla colpevolezza dei due coniugi.

Viene evidenziato come inquirenti e pubblici ministeri, nei giorni successivi alla strage, si siano forse troppo frettolosamente convinti della colpevolezza dei due vicini di Raffaella Castagna.

Lo stesso Azouz Marzouk, marito e padre di due delle vittime, inizialmente convinto della colpevolezza dei Romano, ha poi cambiato idea: “Olindo e Rosa sono innocenti. Mi batterò perché la loro innocenza venga a galla. Credo che giustizia non sia stata fatta. Ogni volta che ci penso, mi vengono in mente particolari sia del processo sia della vita passata di mia moglie e di mio figlio che mi convincono che a ucciderli non sono stati loro, i Romano. Sono dei poveretti che stanno pagando la loro ingenuità”.

 

N.B.: Per completezza d’informazione, pubblichiamo a questo link la lettera scritta da Beppe Castagna – “fratello, zio e figlio” di tre delle quattro vittime del delitto di Erba – e indirizzata alla redazione del programma di Nove “Tutta la verità”. 

 

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