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CasaPound ha veramente aggredito la Guardia di Finanza per evitare lo sgombero del suo palazzo a Roma?

Sulla ricostruzione di quanto accaduto lunedì 22 ottobre tra la Guardia di Finanza e i militanti di CasaPound esistono versioni contrastanti. Il presidente di CasaPound Italia, Gianluca Iannone, smentisce categoricamente

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Nel pomeriggio di lunedì 22 ottobre era prevista una perquisizione, decisa da tempo, da parte degli uomini della Guardia di Finanza nei locali della “tartaruga”, ossia l’immobile occupato abusivamente da CasaPound dal 2003, situato al civico 8 di via Napoleone III.

Dopo le minacce ricevute dai militari il tutto è saltato per evitare tensioni.

La stretta di mano tra Davide Di Stefano, fratello di Simone (uno dei leader di Casapound) e alcuni funzionari della Digos in borghese inviati sul posto dalla questura per mediare e arginare possibili disordini ha sancito il rinvio dello sgombero.

Ma prima di quella stretta di mano, secondo alcune ricostruzioni, vi è stata una vera e propria minaccia dei militanti di CasaPound che, utilizzando le parole “Se entrate sarà un bagno di sangue”, avrebbero avvisato le Fiamme Gialle di non procedere con la perquisizione.

Ma su questa versione di ciò che è accaduto quel giorno non sono tutti d’accordo: “Nessuno sgombero in vista per CasaPound, nessun danno erariale, nessuna minaccia alla finanza. Lasciano di stucco le ricostruzioni fantasiose di quanto accaduto, o meglio non accaduto”, attacca il presidente di CasaPound Italia Gianluca Iannone.

“Ci siamo limitati a concordare le modalità per un controllo nello stabile che avvenisse nel rispetto dei diritti e della sicurezza delle famiglie in grave stato di emergenza abitativa che vi risiedono. Quando ci siamo resi conto che non era possibile garantire minime condizioni di dignità per i residenti vista l’inopportuna presenza di una folla di telecamere, ci siamo limitati a chiedere che si rinviasse“.

“Minacce esplicite” vengono negate anche da ambienti giudiziari della Corte dei Conti, che però parlano di “un atteggiamento molto duro di chiusura” da parte di chi pure, fino alla vigilia, in un incontro ad hoc tra militanti e polizia, aveva manifestato “apertura e disponibilità”. Al punto che, sfumato il sopralluogo, si sarebbe cercato di trovare un’altra data utile: senza successo.

Ad intervenire è anche il portavoce M5S alla Camera, Michele Sodano: “La legalità prima di tutto – premette in una nota – Sarebbe davvero molto grave se venissero confermate le notizie di stampa sul mancato blitz nella sede romana di CasaPound. Serve rispetto per lo Stato, le sue istituzioni e per tutti gli uomini in divisa. Attendiamo di capire come davvero sono andate le cose e speriamo di essere smentiti”.

Il palazzo in questione è occupato dal 27 dicembre del 2003, nel cuore di un quartiere multietnico.

Stando alle dichiarazioni di Simone Di Stefano, uno dei leader di CasaPound, all’interno della sede vivono famiglie di italiani rimaste senza un tetto.

Anche l’inchiesta dell’Espresso ha fatto luce su via Napoleone III, dove si trova il palazzone di sei piani per 60 vani a due passi dalla stazione Termini.

A caccia dei responsabili di uno spreco milionario, i magistrati per ora hanno messo in fila tutti gli sgomberi evitati da CasaPound. Prima con Alemanno sindaco, poi con la stesura della shortlist degli edifici occupati firmata nel 2016 dal prefetto Francesco Paolo Tronca. Lo stabile all’Esquilino è nell’elenco dei 93 immobili occupati abusivamente stilato dalla questura, non tra le 16 situazioni più critiche individuate dall’ex commissario del Campidoglio. 

Neanche la Raggi è riuscita nell’impresa. Dopo essere finito all’ordine del giorno di uno dei comitati provinciali per l’ordine e la sicurezza pubblica convocati in prefettura per fare il punto sulla situazione degli sgomberi, via Napoleone III è di nuovo sparita dai radar del Comune e di palazzo Valentini.

E sullo sgombero di CasaPound ha risposto anche il ministro dell’Interno Matteo Salvini: “L’obiettivo è che non ci sia neanche un immobile occupato a Roma. Ho qui la lista delle occupazioni della Capitale: 100 immobili che aspettano di essere sgomberati anche da 20 anni”.

“Comincerò da quattro in particolare che hanno carattere di pericolosità. Al comitato per la sicurezza si è deciso di partire da quelli. Altri 23 hanno un procedimento giudiziario in corso e poi vedremo di ristabilire l’ordine ovunque. Parto da questi. Poi l’obiettivo e di arrivare a tutti gli altri”, dice il ministro dell’Interno.