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Processo-bis sulla morte di Stefano Cucchi, gli indagati salgono a sei. Il pm: “Vicenda costellata di falsi”

Davanti alla prima Corte d'Assise del Tribunale di Roma, il pm Giovanni Musarò ha denunciato la "falsificazione" di prove di cui "è costellata" la vicenda

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C’è un altro indagato nel processo-bis per la morte di Stefano Cucchi: oltre ai 5 carabinieri rinviati a giudizio nel luglio del 2017, c’è anche l’ex capo ufficio comando del Gruppo carabinieri Roma, il tenente Colonnello Francesco Cavallo.

Il nome nuovo è emerso negli atti depositati il 24 ottobre 2018 nel processo in Corte d’Assise dal pm Giovanni Musarò. “Questa storia è costellata di falsi subito il pestaggio ed è proseguita in maniera ossessiva subito dopo la morte di Stefano Cucchi”, ha esordito il pm.

Nell’udienza presso la prima Corte d’Assise del Tribunale di Roma, Musarò punta il dito contro “gli ordini dall’alto” che hanno coperto le responsabilità sul pestaggio del giovane geometra romano.

“C’è stata una attività di inquinamento probatorio, indirizzando in modo scientifico prove verso persone che non avevano alcuna responsabilità e che sono state sottoposte a giudizio fino in Cassazione, e ora sono parte civile perché vittime di calunnie”, ha dichiarato il pm che ha consegnato nuovi atti ai giudici.

“Quello che ha detto il carabiniere Francesco Di Sano nell’udienza del 17 aprile scorso è vero, la modifica dell’annotazione di servizio sullo stato di salute di Cucchi, quando venne portato alla caserma di Tor Sapienza dopo il pestaggio, non fu frutto di una decisione estemporanea ed autonoma di un limite ma fu l’esecuzione di un ordine veicolato dal suo comandante di stazione, che a sua volta aveva ricevuto un ordine dal comandante di compagnia che a sua volta lo aveva ricevuto dal Gruppo”.

“Solo così – ha proseguito il pm – si può capire il clima che si respirava in quei giorni e perché quella annotazione del 22 ottobre 2009 su Cucchi sia stata fatta sparire senza che nessuno ne parlasse per nove anni”.

È stato sentito anche Rolando degli Angioli, il medico interno al Regina Coeli che tentò di far ricoverare il 31enne romano. “Il 16 ottobre del 2009, poco dopo le 16, visitai Stefano Cucchi all’ambulatorio di Regina Coeli. Vidi subito che stava male, tanto che dopo 15 minuti prescrissi per lui il ricovero immediato al Fatebenefratelli perché fosse sottoposto ad alcuni esami”.

“Cucchi aveva il volto tumefatto – ha detto la guardia medica del carcere – lamentava dolori nella regione sacrale, con difficoltà a sedersi perché gli faceva male la schiena. Mi disse che era caduto dalle scale”.

“Non poteva stare in istituto, doveva fare in un ospedale più attrezzato alcuni esami – ha detto – c’era qualcosa che non andava e la situazione stava evolvendo in senso negativo”.

“Quello di Cucchi era un codice giallo in evoluzione. Rimasi allibito quando seppi che era tornato in giornata dal Fatebenefratelli con due vertebre rotte, senza che gli avessero fatto la rx che avevo prescritto”.

Pasquale Capponi, ex detenuto e vicino di cella di Stefano Cucchi a Regina Coeli, citato dal pm come testimone, ha ricordato che “Stefano era tutto nero, tumefatto, sulla faccia e sulla schiena, gli abbiamo dato una sigaretta. Aveva freddo e allora gli abbiamo fatto una tazza di latte caldo”.

L’uomo ha poi riferito quanto Cucchi disse a un altro detenuto, il cittadino tunisino Alaya Tarek, che in cella aveva provato a dargli conforto: “Stefano a lui aveva confidato che erano stati i carabinieri a ridurlo così”.

Il ministro della Giustizia Bonafede si è recato al Tribunale di Roma per una visita a sorpresa.”Ho incontrato Ilaria Cucchi e le ho detto che stiamo lavorando affinche’ casi come il suo abbiano giustizia in tempi ragionevoli, anzi brevi. Ma non entro nel merito del caso specifico”, ha dichiarato all’uscita.

L’inchiesta bis, avviata a dicembre 2015, si è chiusa con la richiesta da parte della procura di Roma del rinvio a giudizio di cinque carabinieri coinvolti, tre dei quali devono rispondere di omicidio preterintenzionale pluriaggravato dai futili motivi e dalla minorata difesa della vittima, abuso di autorità contro arrestati, falso ideologico in atto pubblico e calunnia.

Uno dei cinque carabinieri imputati nel processo bis di primo grado per la morte di Stefano Cucchi, ha confessato e accusato gli altri colleghi che si ritiene abbiano preso parte al pestaggio del giovane romano, morto nel 2009 nel reparto penitenziario dell’ospedale Pertini di Roma dopo una settimana di detenzione (qui la ricostruzione dell’intera vicenda).

Il carabiniere, Francesco Tedesco, ha anche rivelato dell’esistenza di una nota scritta da lui stesso in cui spiegava che cosa era successo a Stefano Cucchi. La nota sarebbe stata inviata alla stazione Appia dei carabinieri e sarebbe stata fatta sparire (qui il suo racconto).